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Referendum del 17 aprile. La democrazia non è mai troppa

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Domenica prossima siamo chiamati a votare su un referendum che riguarda la possibilità, o meno,  di continuare da parte delle aziende che hanno le concessioni,  l’estrazione di gas e petrolio fino al termine dei giacimenti, anche dopo la scadenza dei contratti,   lungo le coste italiane. Per le modifiche di legge intervenute di recente si tratta di non molti casi, si dice al di sotto delle dieci situazioni. Per il referendum su questo tema iniziò la raccolta delle firme un ex esponente del Pd, Civati, ma poi è diventata decisiva la proposta avanzata da alcuni consigli regionali.

Dico subito che se fosse per i proponenti avrei una forte voglia di non andare a votare, come suggerisce la maggioranza del Pd e il governo Renzi. Penso che le Regioni siano uno degli anelli deboli della politica e una delle cause della sua crisi, avendo di fatto fallito il processo di riforma democratica e semplificativa dello stato,  per cui negli anni 70 del secolo trascorso erano state create.

Ma ci sono due ma che invece mi spingono, al contrario ad andare a votare. Il primo perché mai come in questo momento il semplice cittadino, ha contato pressoché nulla e pressoché nulla ha nelle mani come potere di intervento sulle piccole come sulle grandi questioni.

Gli organismi internazionali, quelli europei, la grande finanza hanno di fatto ridotto al minimo i poteri dei singoli stati e questi a loro volta, al loro interno, hanno ridotto ulteriormente le occasioni e gli strumenti di democrazia spesso in nome di una non realizzata efficienza dello stato e della macchina pubblica. Vedi anche le varie riforme elettorali realizzate in senso maggioritario, proprie di paesi con forti tradizioni liberali, come non è il nostro.

In più i referendum, che in Italia, tra l’altro sono solo abrogativi, cioè per annullare leggi o singole parti di esse, sono stati spesso usati malamente da chi li ha promossi, per problemi non importanti o per quesiti che interessavano piccole minoranze. A ciò si aggiunga il fatto che poi Stato e Governi spesso non hanno rispettato gli esiti dei referendum, facendo piccole modifiche alle leggi abrogate e quindi rendendo inutile il voto.

Ma al cattivo o all’insufficiente funzionamento della democrazia non si può rispondere cancellandola o continuando ad indebolirla. La risposta può essere solo continuare a battersi perché la democrazia sia vera e sempre più diffusa. Con testardaggine, con tigna. A cominciare dai referendum.

Il secondo ma è il tema ambientale. Pochi casi interessati dicevamo, la questione energetica e ambientale italiana non passa per le trivelle e le estrazioni. Sono d’accordo con chi lo sostiene. Il tema dovrebbe essere affrontato con ben altre strategie e piani di uscita dalle fonti energetiche non rinnovabili. Ma questa può essere l’occasione per mandare un segnale a chi va mandato. Cioè che gli italiani hanno a cuore e ben presente lo sfascio ambientale prodotto in molte realtà e la lentezza con cui si procede alla riconversione energetica. Un segnale politico quindi quello che potrebbe essere lanciato con il voto del 17 aprile. Direttamente dai cittadini, senza nemmeno guardare tanto a quello che dicono partiti e partitini che si cimentano. Da cittadini che colgono questa occasione come altre volte in passato, per dare uno scossone. Perché appunto la democrazia non è mai troppa. Anzi, di questi tempi,  scarseggia assai.

Gianni Fanfano

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