(Riceviamo e pubblichiamo) Qualche giorno fa, parlando con un lavoratore, è emersa una riflessione che merita attenzione.
Mi faceva notare come oggi, in molte realtà produttive, accada un fenomeno che fino a qualche decennio fa sarebbe sembrato quasi impensabile: in fabbrica molti operai votano partiti di destra, mentre negli uffici è più facile trovare iscritti e simpatizzanti dei partiti di sinistra. Naturalmente si tratta di una semplificazione e le eccezioni non mancano. Tuttavia il cambiamento è reale e trova conferma anche in numerose analisi elettorali e sociologiche degli ultimi anni.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Lo afferma il primo articolo della Costituzione. Eppure, proprio il lavoro sembra essere diventato negli ultimi decenni uno dei grandi assenti del dibattito politico.
Per gran parte del Novecento il mondo operaio rappresentava il cuore della sinistra italiana. Salari, diritti, sicurezza nei luoghi di lavoro e condizioni di vita delle famiglie erano temi centrali dell’azione politica.
Oggi, invece, molti lavoratori sembrano percepire una maggiore distanza. Si parla molto di finanza, globalizzazione, transizione ecologica, diritti civili e grandi equilibri internazionali, ma sempre meno di stipendi che faticano a tenere il passo con il costo della vita, di precarietà, di turni, di sacrifici quotidiani e di sicurezza sul lavoro.
Forse è anche per questo che una parte del mondo operaio guarda altrove. Non necessariamente perché sia cambiata la natura del lavoro, ma perché è cambiata la percezione di chi lo rappresenta.
Le analisi più recenti mostrano come una quota significativa del voto operaio si sia progressivamente spostata verso il centrodestra. Un processo avvenuto in più fasi: prima con la crescita della Lega nelle aree industriali del Nord, poi con il successo del Movimento 5 Stelle tra lavoratori precari e disoccupati e infine con l’affermazione di Fratelli d’Italia tra ampi settori del lavoro dipendente.
Parallelamente, il Partito Democratico e più in generale il centrosinistra risultano oggi relativamente più forti tra laureati, professionisti, dirigenti e nei segmenti della popolazione con livelli di istruzione più elevati.
Si è così verificata quella che molti studiosi definiscono una vera e propria “inversione sociologica”: gli operai non rappresentano più il blocco elettorale di riferimento della sinistra, mentre una parte crescente dei ceti urbani istruiti tende a riconoscersi maggiormente nel centrosinistra. Ma c’è un altro dato che merita attenzione.
Una parte consistente dei lavoratori non si è semplicemente spostata da una parte politica all’altra. Ha smesso di votare. L’astensione è cresciuta soprattutto nelle periferie, nelle aree economicamente più fragili, tra i lavoratori precari, tra chi vive condizioni di maggiore incertezza sociale ed economica. In molti territori il non voto è diventato il vero “primo partito”.
Questo significa che il distacco tra politica e mondo del lavoro non ha prodotto soltanto nuovi orientamenti elettorali. Ha generato anche disillusione, sfiducia e disinteresse verso la partecipazione democratica.
Per questo motivo la vera frattura che attraversa oggi la società italiana non sembra essere soltanto quella tra destra e sinistra. Sempre più spesso appare come una frattura tra chi partecipa e chi non si sente più rappresentato.
Se c’è una lezione che emerge da questi cambiamenti è che nessun consenso è eterno. Quando una categoria sociale non si sente più ascoltata, tende a cercare nuovi interlocutori oppure ad allontanarsi completamente dalla politica.
Forse è proprio questo il fenomeno più rilevante degli ultimi trent’anni: non soltanto il cambiamento del voto operaio, ma la progressiva trasformazione del rapporto tra cittadini, lavoro e rappresentanza politica.
Sebastiano Ballone
Fonte: elaborazione su dati e analisi sociologiche ed elettorali (Ipsos, Istituto Cattaneo e studi sul comportamento elettorale in Italia).
