AFFACCIATI ALLA FINESTRA…
Quando ad essere osservati siamo noi. Una sala gremita, quella della Biblioteca comunale “Ottiero Ottieri” di Chiusi, che ieri pomeriggio ha accolto Maria Pace Ottieri per la presentazione del suo ultimo libro, “La prima volta che siamo stati bianchi”, edito da Sellerio.
Un appuntamento partecipato, introdotto da Francesca Puddori e Paola Bernardini, che ha offerto molti spunti di riflessione.E forse proprio da uno di questi vale la pena partire.
Cosa significa essere bianchi?Maria Pace Ottieri lo ha scoperto quasi per caso cinquant’anni fa, quando partì per l’Africa pensando di andare a osservare un altro mondo e si accorse, invece, che anche quel mondo stava osservando lei.
Nel 1975 Maria Pace ha poco più di vent’anni quando parte con un piccolo gruppo per l’allora Dahomey, nell’Africa occidentale, il paese che alla fine dello stesso anno prenderà il nome di Benin. L’obiettivo è realizzare un documentario sul vodù.Non quello ridotto dall’immaginario occidentale a bamboline e sortilegi, ma una religione complessa, fatta di divinità, natura, antenati, rituali e di un continuo rapporto fra mondo visibile e invisibile.
Internet non esiste, le informazioni sono poche e il gruppo parte quasi impreparato.E tutto sorprende.
Gli odori, i colori, il caldo, i mercati, le cerimonie. Ma soprattutto un modo diverso di concepire il tempo, la morte, la natura e perfino l’individuo.Quei giovani europei arrivano per osservare, filmare, conoscere.E improvvisamente scoprono di essere loro stessi osservati.
È qui che il titolo del libro acquista il suo significato più profondo. Per la prima volta comprendono di essere percepiti dagli altri come “bianchi”. L’Europa non è più necessariamente il centro dal quale guardare il resto del mondo. Questa volta sono loro ad aspettare. Le cerimonie vengono annunciate senza dire quando inizieranno, i segreti evocati senza essere immediatamente rivelati. Cambiano i punti di vista. E cambiano anche le certezze.
Maria Pace lo ha sintetizzato con una frase che mi è rimasta impressa: “Soprattutto abbiamo perso delle certezze.”
Forse è proprio questo il vero viaggio raccontato nel libro. Lo si comprende anche nell’incontro con un guaritore che si occupa di persone considerate “folli”. Siamo negli stessi anni in cui in Italia l’esperienza di Franco Basaglia a Trieste sta mettendo in discussione il manicomio e l’isolamento del malato psichiatrico.
Due mondi che non possono essere sovrapposti. Eppure il coinvolgimento della famiglia, il progressivo recupero dell’autonomia e l’idea che la sofferenza del singolo riguardi anche la comunità pongono agli osservatori occidentali domande inattese.
Poi c’è la Storia. Il Dahomey fu anche protagonista della tratta atlantica degli schiavi e Ouidah uno dei suoi luoghi simbolo. Le potenze europee alimentarono un commercio di esseri umani che sconvolse intere popolazioni, ma anche sovrani e intermediari africani parteciparono a quel sistema. Ed è qui che la memoria diventa più scomoda.
Maria Pace pone un’altra domanda: “La memoria di chi?”
Delle vittime, certamente. Degli schiavisti e dei colonizzatori. Ma anche di chi, all’interno delle stesse società africane, partecipò a quel commercio. La storia diventa rassicurante quando scegliamo soltanto la parte del passato nella quale sappiamo già chi siano i buoni e chi i cattivi. La realtà, quasi sempre, è più complicata.
Circa sedici anni dopo Maria Pace torna in quei luoghi. Il Benin è cambiato. Il vodù, che durante la fase marxista-leninista di Mathieu Kérékou era stato anche osteggiato come espressione di superstizione e oscurantismo, comincia a essere recuperato come patrimonio culturale e identitario. All’inizio degli anni Novanta prende forma l’esperienza di Ouidah 92, incontro fra cultura vodun, Africa e diaspora. Ciò che nel 1975 era circondato da attese, segreti e divieti diventa anche occasione d’incontro e, inevitabilmente, di turismo.
Una contraddizione?
Forse. Oppure il modo attraverso il quale una cultura cerca di sopravvivere. E allora nasce un’altra domanda:
Che cosa significa davvero “autentico”? Una cultura, per essere autentica, deve necessariamente rimanere immobile?
Il vodù di oggi non può essere quello del 1975. Così come l’Italia di oggi non è quella di cinquant’anni fa.
Forse la questione non è quanto una cultura sia rimasta identica, ma quanto sia riuscita a trasformarsi senza dimenticare se stessa. Ed eccoci, cinquant’anni dopo, al punto di partenza.
Maria Pace Ottieri definisce il suo “un libro stratificato”. Dentro ci sono il viaggio, i ricordi, le testimonianze di allora e la ricostruzione storica. Ma soprattutto c’è lo sguardo di una donna che torna a osservare la ragazza poco più che ventenne che era stata. Una ragazza partita per conoscere un altro mondo e tornata avendo scoperto qualcosa anche sul proprio.
Forse è questo che rimane più di tutto. Non il fascino dell’esotico. Non il mistero del vodù. Non l’immagine romantica di un’Africa immobile nel tempo. Ma la capacità dell’incontro con l’altro di mettere in discussione ciò che consideriamo normale e scontato.
Ci affacciamo alla finestra convinti di essere noi a guardare fuori. Poi, qualche volta, scopriamo che dall’altra parte qualcuno sta guardando noi. E forse la prima volta che scopriamo di essere “bianchi” è proprio quella in cui comprendiamo che, da qualche altra parte, gli altri siamo noi.
Sebastiano Ballone
FONTI E APPROFONDIMENTI
Sellerio Editore – “La prima volta che siamo stati bianchi”, Maria Pace Ottieri
Scheda editoriale ufficiale del libro e del viaggio nel Dahomey del 1975.
Treccani – Franco Basaglia
Profilo storico e biografico sull’esperienza di Basaglia e sulla trasformazione dell’assistenza psichiatrica italiana.
Service historique de la Défense – “La conquête du Dahomey (1890–1894)”
Documentazione sulla storia del regno del Dahomey e sulla conquista coloniale francese.
Le Monde – “Ouidah 92”
Documentazione giornalistica sul festival dedicato alle culture vodun e all’incontro fra Africa e diaspora.
Fonte orale
Presentazione e intervento di Maria Pace Ottieri su “La prima volta che siamo stati bianchi”, Biblioteca comunale “Ottiero Ottieri”, Chiusi, settembre 2026.
