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Rassegna: Intervista a Brunello Cucinelli

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Brunello Cucinelli: l`Italia ora ha svoltato I segnali di ripresa sono sempre più diffusi

di Goffredo Pistelli, Italia Oggi

Di Brunello Cucinelli si sono dette e scritte tante cose. Lo si è definito «l’industriale contadino», per via delle sue origini agresti, «il mecenate rinascimentale», per quel senso di responsabilità sociale che lo porta a finanziare progetti di pubblica utilità, «l’imprenditore filosofo» per la sua attitudine a richiamarsi agli antichi ma soprattutto alla spiritualità. Questo 61enne di Castel Rigone (Perugia), che ha fondato e quotato un gruppo di abbigliamento di alta gamma, leader nel cashmere made in Italy, un gruppo quotato in borsa e da quasi 356 milioni di fatturato e 33,5 di utile netto nel 2014, questo 61enne, dicevamo, è anche un uomo capace di giudizi acutissimi sulla realtà, dalla religione alla politica.

Lo raggiungiamo al telefono a Solomeo, lo splendido borgo che ha restaurato e dove fa base.

D o m a n da. Cucinelli, il primo maggio si è inaugurata l’Expo, che è anche l’occasione di parlare anche un po’ di questo Paese. Lei da laggiù, come lo vede?

Cucinelli. Credo che siamo davvero di fronte a un risveglio di civiltà, che è etico, spirituale, morale, civile ed economico.

La sapevo ottimista ma non così tanto. Perché, cosa vede?

Il mio non è ottimismo quanto realismo. Provo a spiegarglielo, partendo dall’etica e dalla spiritualità.

Prego.

Questo risveglio parte dal nostro, amabilissimo, almeno per me, Papa. Che è un grandissimo innovatore.

Quale ruolo ha Bergoglio in tutto ciò?

Ci risveglia continuamente: ci richiama a non volgere le spalle ai poveri, a non giudicare, a essere custodi del Creato. E si stanno risvegliando i grandi ideali dell’uomo. D. Ricordiamoli… R. La famiglia, la spiritualità, la bella politica.

E lei vede un risveglio su tutti questi fronti?

Sì, stiamo uscendo da una crisi che non so se fosse solo economica, certo era umana, civile ed etica. E durata almeno 20 anni, forse 30. E, come diceva Eraclito, mentre le cose riposano, il mondo si rigenera. Se lei pensa a due decenni fa, non potrà non rilevare che avevamo valori diversi.

L ‘ ho interrotta mentre stava raccontando di Papa Francesco.

Sta guidando il risveglio, io ne sono innamorato: parla all’uomo tutto prima che al cristiano.

Da cosa capisce che siamo cambiati?

Qua dentro siamo 1.300, età media 36 anni. Ho chiesto a un migliaio di loro, i più giovani, di raccontarmi come vivono.

E che cosa le han risposto?

Che siamo cambiati, c’è una consapevolezza nuova su come usare il Creato. Io lo chiamo declino di un certo consumismo, con un certo piacere personale lo ammetto. Consumismo, d’altronde, è una parola brutta anche in riferimento a una cosa. Sa cosa diceva Epicuro?

Che cosa?

Che l’essere umano deve curare l’anima, cioè ricercare la sua felicità, e il corpo utilizzando tutto ciò che il Creato gli dona, ma non deve andare oltre.

È iniziata Expo. Ha un posto in questo risveglio?

Mi piacerebbe conoscere chi gli ha dato il titolo: «Nutrire il pianeta, energia per la vita». Ci sarà, no?

Immagino di sì. Perché le interessa?

Perché tratta la Terra, la sua dignità profonda, e lo fa in Italia. Secondo me ad Augusto, un personaggio che ho amato e di cui sono ricorsi i 2mila anni dalla morte nel 2014, ne sarebbe andato fiero, ad Augusto, dicevo, sarebbe piaciuto.

Ci andrà alTExpo?

Certo, ci andrò in più volte, perché voglio vedere la bellezza di cui si parla già e cogliere la profondità di quella riflessione sulla Terra.

Torniamo a questa Italia che si risveglia. Quali altri segnali la fanno essere ottimista?

Vengo anche a quelli economici. Nei giorni scorsi d siamo visti in Confindustria a Perugia, per la nostra trimestrale. È un piccolo osservatorio, se vuole, ma io non ho trovato un collega imprenditore che mi abbia detto di ottenere i risultati dello scorso anno: tutti migliorano un po’

Grazie a quali fattori?

Ne abbiamo più d’uno. Il primo è l’euro che d permette di esportare e noi siamo un paese manifatturiero di qualità. Altro fattore è il mio stimatissimo Mario Draghi che, con la sua BCE, immette nel mercato una quantità immensa di danaro, col quale le aziende potranno finanziarsi. Poi c’è il petrolio, credo finalmente a un prezzo giusto. Infine, un governo che ha imboccato la strada di riforme che portano vantaggio e di cui si vede, soprattutto, l’idea di cambiamento. In più cresce nel mondo intero un fascino verso il manufatto italiano.

Lei che è un imprenditore internazionale lo potrà constatare…

Dappertutto, mi creda: cinesi, indiani, sudamericani, tutti guardano al nostro modo di vivere, alla nostra cultura, al nostro territorio.

Siamo secondi solo alla Germania, come manifattura, ma tante produzioni non ci sono più.

Dobbiamo prendere atto che certi manufatti, non sono più di nostra competenza: abbiamo ridisegnato la mappa mondiale del lavoro e i prodotti di qualità di medio bassa non possiamo farli più. Ma nella fascia medio-alta siamo forti.

Questo pone qualche problema…

Certo, tutta questa marea di esseri umani che lavorano o lavoravano in imprese di bassa qualità devono essere assorbiti dall’altra parte, coi loro saperi e con la loro creatività.

Sfida non da poco.

Un imprenditore che, per 40 anni, ha lavorato nella fascia bassa dovrebbe potere riconvertire. D. Qualcuno dovrà aiutarlo? L’aiuto sta anche nella civiltà stessa in cui viviamo, lui in primis deve avere il coraggio di farlo. Nella Silicon Valley, alcune aziende sono fallite quattro volte.

Là hanno un’altra cultura del fallimento…

Dovremmo impararla anche noi: se non c’è stato dolo, l’impresa deve poter tornare alla via della competitivita. Lo dicevo anche a Corrado Passera, quando era ministro: forse dovremmo proprio eliminare questo termine, «fallimento», perché non duri come damnatio, come disfatta morale. E si possa ripartire: sempre a condizione che non ci sia stato dolo e si sia voluto approfittare.

Il suo ottimismo si riconferma.

Sono positivo, anche se abbiamo più del 12% di disoccupazione ma i segnali di miglioramento sono chiari: tempo due o tré anni le cose si vedranno ancora di più.

Il Jobs Act, visto che parlava di riforme, le è pia ciuto?

Per un’industria sana e corretta e per lavoratori perbene, come lo sono la maggioranza di quelli italiani, è una legge ben fatta, che ci fa sentire più europei, direi più contemporanei. E siccome l’Italia è fatta prevalentemente di imprese e di gente a posto, questa riforma mi fa sentire bene.

La Festa del lavoro, appena celebrata, che cosa le ha fatto pensare?

Che il lavoro è cambiato profondamente: l’artigiano contemporaneo, in sartoria per esempio, usa forbici e ago, ma anche l’iPad per studiare i modelli e il laser per tagliare i tessuti. Accade ovunque si declini la nostra manifattura: dall’agrolimentare, all’aerospaziale, alla meccanica di pregio. E la sera, in discoteca, i giovani raccontano di fare certi mestieri, anche nei servizi, senza vergognarsene. Oggi si dice, senza problema, di fare i baristi o i meccanici: tutto ha acquisito dignità morale. Il problema è un altro.

E quale?

Che manca la dignità economica. Oggi diventa difficile farcela con mille euro al mese.

E come si ovvia?

Se dovessi chiedere qualcosa al governo, avendo un grande rispetto del lavoro altrui, direi che bisogna fare in modo che queste persone guadagnino di più, magari riducendo la parte dei contributi.

È l’idea degli 80 euro di Renzi.

È un’idea giusta, infatti, ma occorre fare un altro piccolo sforzo.

Il Papa, che lei citava all’inizio, ha ricordato la disparità salariale fra uomo e donna.

Ne parlavamo ieri sera a cena, con mia moglie Federica: «Ma quanto è bravo quest’uomo»? Dice con grande semplicità, in un linguaggio comprensibile a tutti. E ha ragione, ovviamente.

Da dove nasce tutto questo ottimismo, Cucinelli?

Lo chiami realismo, la prego. Facevamo i contadini, abbiamo vissuto tanti momenti duri e non posso non registrare che le cose migliorano nel mondo. Se fossi il «reggitore dell’universo», come diceva Sant’Agostino, dovrei essere soddisfatto: la ricchezza complessiva prodotta, lo scorso anno, è aumentata del 3%. Ci sono paesi e popoli che, in questo, stanno meno bene. Però…

Però?

Però ricordiamoci che, fino a pochi anni fa, ci interessavamo quasi esclusivamente di Europa, Giappone, America del Nord, poco più di un miliardo di persone e abbiamo vissuto di un consumismo davvero sopra le righe. Siamo cambiati.

La politica, Cucinelli, come la vede? Due anni fa la ascoltammo sul palco della Leopolda renziana a Firenze.

Non la faccio, la politica, ma la amo. E ho grande rispetto del lavoro altrui. Troppo spesso, negli ultimi venti anni, abbiamo criticato il lavoro dei politici pensando di essere più bravi di loro. Non lo so, abbiamo tutti delle responsabilità, penso. Non giudico, come ho imparato da mio babbo, Umberto, 93 anni.

Il suo amico Renzi, lo vede?

Ogni tanto. Ieri è venuto a trovarci alla Borsa di Milano ma d conosciamo da un po’ di tempo. Sta facendo bene.

Da che cosa lo capisce?

Dovendo andare in giro per il mondo, riferire della mia impresa, vedo che il paese è tornato a essere stimato. Sa cosa mi ha detto, l’altro giorno, una giornalista di un grande giornale straniero? Mi ha detto: voglio scrivere presto della vostra Italia giovane. Lo diceva in termini molto positivi e non credo che conoscesse Giuseppe Mazzini.

Di cosa c’è bisogno per cambiare questo paese?

Di rispettarsi di più. Pensi a quanto sarà difficile abbattere la burocratizzazione della nostra vita. Ma se lo facciamo pensando che, chiunque lavori in un ente pubblico sia un fannullone, non arriveremo mai.

E cosa dovremmo fare?

Costruire una cultura del rispetto. Se sapremo porci con gentilezza col nostro interlocutore dipendente comunale, l’assenso l’avremo forse in tre giorni, anziché aspettarlo, per legge, in 90, col silenzio dell’amministrazione.

Un tema di cui in questo Paese si parla molto è l’emergenza immigrazione.

La ringrazio di questa domanda. Mi permette di dire che, aiutando quella gente in mezzo al Mediterraneo, dimostriamo d’essere un popolo con grande dignità.

Il presidente della Commissione, JeanClaude Juncker, ha detto nei giorni scorsi che l’Italia è stata lasciata troppo sola, dinnanzi a questa emergenza

Ho letto. L’abbiamo fatto e dobbiamo continuare a farlo, perché noi siamo tolleranti e ospitali e il mondo ce lo riconosce davvero. Vivo tre mesi all’anno fuori dall’Italia: si fidi di me.

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