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Non eravamo pronti per sorridere

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Tutto iniziò per mezzo degli occhi. La prima volta che li vidi mi sembrarono due finestre, tanto erano grandi e “ariosi”. Erano due finestre aperte su un viso carino. Il corpo non era male ma gli occhi erano troppo belli. Profondi, chiari e lasciavano guardare nell’anima proprio come fossero finestre. Due fari di indefinibile luce. Una volta notati si rimaneva accalappiati, non si poteva più distogliere lo sguardo. Era uno sfavillio che usciva ed illuminava il volto e dopo tutta la persona e illuminava anche chi guardava. Il sorriso sotto quei bagliori diventava a dir poco seducente, accattivante, tenero, impertinente nella giusta sbarazzina misura. Sapevo che era quasi impossibile distrarsi di fronte a due stelle di tale lucentezza: infatti dopo il primo tuffo in quel mare “oftalmico”, fui assolutamente assoggettato. Avevo provato a resistere: uscivo da una storia che mi aveva distrutto, avrei avuto bisogno di solitudine per ritemprare le forze, ero troppo vulnerabile. Giorno dopo giorno però quegli occhi erano lì davanti a me ed ebbi l’impressione che mi donassero luminosità, che prendevo e proiettavo come se io stesso la emettessi. Il buio che avevo dentro man mano dileguava e sulle mie labbra si disegnava un sorriso, prima lieve e poi sempre più marcato. E non ero più abituato. Sentivo che i muscoli facciali incontravano una certa difficoltà ad assecondare l’allegria per mostrarla sulle labbra. Nel giro di sette otto giorni però il sorriso che mi saliva alle labbra diventò un’ilarità incontenibile, qualcosa era successa in me. E a quel punto addio bisogno di solitudine, mi pervase un senso di leggerezza, mi avvolgeva una magia. Bastava solo pensare a quegli occhi e provavo una vertigine. Sentivo che stavo imboccando una strada che poteva condurmi ovunque ed io inesorabilmente l’avrei percorsa senza esitazione anche se avesse portato alle fiamme dell’inferno…tanto le fiamme le sentivo anche dentro di me. Era scoppiato un incendio nel quale le mie cellule ardevano e le lingue di fuoco sembravano lambire le nuvole poste tra il paradiso e gli inferi.

Ormai Lidia era entrata dentro il mio spirito. Sentivo una irresistibile voglia di parlarle. Il magnetismo dei suoi occhi faceva salire alle mie labbra una specie di valanga semantica, un fiume di parole in cerca di un delta che riuscivo con fatica a sbarrare. E poi volevo accarezzare la sua testa poggiata sopra le mie ginocchia e trovare finalmente la possibilità di trasformare in parole e gesti e carezze, quelle sensazioni che saturavano tutto il mio essere. Dovevo esprimermi, dovevo dichiarare il mio amore. Avevo guardato in quegli occhi ed ora ero prigioniero di una nuvola di luce, sentivo di dover bere quella luce, dovevo portarla dentro me, altrimenti sarei morto. Fissammo un appuntamento per la sera, quando avremmo finito quelle interminabili, faticose giornate nell’albergo: io in cucina e lei ai piani. Andammo a Bagno Vignoni, lì la sera si veste di magia e tutte le migliori sensazioni risultano inebriate da quell’atmosfera che sa un po’ di mistero. Sedemmo al bar, guardavamo la vasca nella piazza e il piccolo portico velato dal vapore tenue che esalava dall’acqua calda. Quel senso di antica bellezza richiamava ancestrali sentimenti che io e Lidia ci scambiavamo attraverso lo sguardo. Sentivamo che si perpetuava in noi quell’impulso che aveva spinto, milioni di anni prima, due cellule perse nell’immensità del brodo primordiale ad unirsi e creare qullo che poi si sarebbe chiamata vita. Quello stesso impulso guidava i nostri gesti e le nostre azioni. E ci obbligava quasi a cercarci dentro gli sguardi e poi le mani fremevano volendo accarezzare e le labbra non aspettavano altro che congiungersi proprio come avevano fatto quelle primordiali cellule dal quale tutta la vita è scaturita. Lidia era rapita dalla mia rapsodia verbale, sgranava gli occhioni e ne fluiva la luce che aveva soggiogato la mia vita. Ci alzammo, cominciammo a camminare e i passi ci avvicinavano con una buffa insicurezza. Lidia pronunciava qualche parola ma non riusciva a ritmare il respiro. Ci fermammo e ci stringemmo con quanta forza avevamo nelle braccia. L’alchimia dell’amore fece il resto.

Il giorno dopo andammo al lago. Lidia era allegrissima, raccoglieva fiorellini e li metteva nei miei capelli. La guardavo muoversi con agilità. “Dopo si fa il bagno?” mi chiese. “No, nel lago non mi riesce, è strano il fondo e poi le alghe che scivolano lungo le gambe mi fanno senso…” “Pauroso” disse ancora, “ci andrò da sola”. E ci ando davvero dopo un po’, e quando ritornò infreddolita e con la pelle bagnata…gli occhi erano ancora più straordinari. Alla sera andammo a casa mia, facemmo la doccia insieme e poi approntammo una cena veloce. Dopo mangiato uscimmo a fare quattro passi tra la gente e poi dopo a letto.

Poi finì la stagione e stavamo quasi sempre a letto: fare l’amore era praticamente l’attività principale, tutto il resto veniva fatto nei ritagli di tempo. Il primo mese di vita insieme passò così.

Un giorno un po’ preoccupata, Lidia disse: “Sai che le mie cose dovevano gia essere venute?” “Vabbe’” risposi staremo a vedere. Dopo qualche giorno facemmo il test, quello comprato in farmacia, quello con la pipì per capirci: risultò positivo. Per sicurezza ne facemmo uno in un laboratorio…uguale: positivo. Fosse stato per me con una buona dose di incoscienza avrei anche tenuto il bambino. Lidia invece nemmeno prese in considerazione questa possibilità: “Che pensi sia uno scherzo allevare un bambino? E poi lo sai quanto ci vuole in soldi? Ti rendi conto che siamo due giovanotti senza una famiglia…Due morti di fame…senza lavoro sicuro. Senz’arte n’è parte.”

In quegli stessi giorni Lidia andò dal suo medico e questi la indirizzò all’ospedale. Il giorno stabilito eravamo lì in anticamera ad attendere il nostro turno, insieme ad altre persone. Eravamo tesi. Poi venne il nostro turno e chiamarono Lidia. Francamente, mentre rimasi solo pensai: “E’ fatta!” Invece non era così. Dopo un po’ un nervosismo strano si impossessò di me. Mi facevo schifo. Quella che stavamo distruggendo sarebbe diventata una vita. Forse dal punto di vista biologico era una cellula che non poteva chiamarsi vita ma quella cellula pesava come un macigno dentro la mia immaginazione. Nel giro di una ventina di minuti nei quali rimasi in attesa, mi si allargò l’orizzonte, riuscii a vedere, il segreto della vita per quello che agli uomini è dato sapere. Sentii la gioia e il dolore del mondo. Mi vidi piccino e indifeso ai piedi dell’universo. Poco dopo accompagnarono Lidia da me. Era dolorante, pallida, i suoi occhi brillavano esprimendo una terribile sofferenza fisica e psicologica. Con passi piccolissimi raggiungemmo l’auto, le aprii la portiera e pensai che non lo avevo mai fatto prima. Nei quindici minuti per raggiungere casa da Chiusi restammo praticamente in silenzio. Io cercavo di evitare ogni sobbalzo e nelle curve facevo più piano possibile. Quando fummo a casa restammo ancora in silenzio. Dopo quell’esperienza niente fu come prima, spesso litigavamo ed entrambi capimmo che mai avremmo avuto un futuro insieme e questo al di là dell’esperienza che ci aveva tanto turbati. Anche se avessimo tenuto il bambino, non saremmo rimasti insieme. Poi io rimasi senza lavoro, lei faceva qualche “extra” negli alberghi, ma era lavoro a nero e saltuario. “Ecco ora come avremmo fatto in tre?” mi fece notare Lidia. Mi sentii una merda. Pensai di andare a cercare lavoro all’Abetone. Così da li a qualche sera mi trovavo sul treno da Chiusi verso Pistoia, da lì avrei proseguito per lAbetone. Il treno era praticamente deserto, le carrozze vecchie e malandate, i sedili mezzi strappati. E poi si sentiva forte quell’odore di freni, olio bruciato, ferro, ruggine e fuliggine. I portelloni che dividevano le “classi”, le porte delle ritirate, perfino gli sportelli degli scompartimenti, tutto sbatteva a seconda della velocità del convoglio e delle curve. Sembrava un vascello fantasma che volava rumoroso verso il nulla. Arrivato a destinazione mi sistemai in un albergo di infimo ordine. Restai lì tre giorni senza trovare uno straccio di lavoro. A sera tornavo nella mia camera e in un angolo di strada vedevo sempre una prostituta. L’ultima sera prima di far ritorno a casa, con gli ultimi soldi andai con lei. Mi condusse per un vicolo fino ad una specie di “antro” illuminato da una lampadina rossa sul canterano. Dopo pagai, lasciai quella stamberga rosseggiante e andai a dormire. Durante la notte cominciò a prudermi all’inguine e nella zona pubica. Attribuii il disturbo alla poca igiene di quei giorni e al tanto camminare con i pantaloni stretti. Il giorno dopo partii e quando arrivai a casa mi buttai sotto la doccia per far scivolare di dosso i postumi sconfortanti della mia trasferta. Dopo mi ficcai a letto insieme a Lidia. Quando un uomo fa l’amore, si sente sempre come se tutto andasse bene anche quando le cose vanno male. Viceversa senza fare l’amore gli sembra che tutto vada male anche se è circondato dal benessere. Così quando il giorno dopo mi alzai dal letto di casa mia, mi sentivo in un certo senso padrone del mondo. Comunque il prurito non mi passava e il giorno dopo Lidia, in cucina si rigirò di spalle e cominciò a frugare con le dita, dopo un po’ si rigirò verso me e poggiò su un fazzolettino di carta un animaletto strano che non avevo mai visto prima di allora, sembrava un minuscolo granchietto. “Che cos’è questo?” chiese Lidia. “Ah, non lo so” mentii. Ora mi spiegavo il prurito. Nella stamberga della prostituta mi ero beccato le piattole, pagandole anche, in un certo senso. Disinfettammo indumenti e lenzuola facendoli bollire in un pentolone un po’ per volta. Ci rasammo e ci cospargemmo una pomata. Qualche giorno dopo era tutto passato. Poi mentre mi facevo la barba notai tra le sopracciglia una minuscola macchia, come una crosticina. Con l’unghia cominciai a grattarla: era l’ultima piattola, la più ardita che aveva scalato il mio corpo decisa a non   lasciarmi in pace. L’acqua del lavandino la portò via.

In seguito, dopo una certa insofferenza sorta tra noi, decidemmo di dividerci. Dopo tanto tempo ritornai a vivere da solo in una casa minuscola che avevo trovato in paese, nel centro storico. Comunque vivendo in due case diverse non c’era motivo di litigio e quindi pur essendo separati, continuavamo a vederci di tanto in tanto. Le prime notti che andavo a letto da solo, non mi riusciva di dormire, ero abituato al caldo contatto di Lidia e mi sembrava strano muovere le gambe nelle lenzuola fredde come un deserto nella notte. Lidia se la cavava meglio, comunque anch’io mancavo a lei infatti di tanto in tanto capitava a casa mia e col desiderio di essere abbracciata e coccolata un po’. Facevamo anche l’amore. Comunque una svolta definitiva si preparava per ambedue ora che non ci legava nemmeno l’illusione di un progetto comune. I nostri incontri diventarono sempre più sporadici, fino a che le nostre vite si divisero definitivamente. Rividi Lidia anni dopo. Stentai a riconoscerla. Portava gli occhiali, attraverso le lenti e la montatura, la luce ormai sfiorita dei suoi occhi non ce la faceva a passare. Aveva un’aria stanca ma tranquilla, aveva sicuramente trovato la sua dimensione.

Quando si pensa agli amori passati, sembrano un sogno mezzo cancellato dal risveglio, un’aurora sbiadita, coperta da uno strato di nubi che impedisce allo sguardo di coglierne le sfumature. Sono una serie di ricordi sedimentati nel nostro essere, sembrano anche dimenticati, ma sono lì. Se si potesse praticare un “carotaggio” sulla nostra vita come si fa nelle indagini geologiche si potrebbero studiare i nostri comportamenti di fronte alle varie esperienze che ci toccano.

Chissà che fine ha fatto la mia Lidia. Per certo so che non ha avuto figli. Forse ora a distanza di tanto tempo, l’unica cosa che ancora ci unisce è quel figlio o figlia che poteva crearsi, e magari nascere. Man mano che ognuno di noi due dimentica la storia che ci ha uniti per quel tempo della nostra vita, vedrà sorgere una viola che apre la corolla alla rugiada: il ricordo di una vita che aveva teso le manine al nostro amore e io e Lidia l’avevamo ricacciata indietro e poi avevamo abbandonato anche il nostro amore. Perché un figlio e un amore hanno bisogno di sorrisi e noi non eravamo ancora pronti per sorridere.

Nunzio Dell’Annunziata

 

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