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Leggende tra Valdichiana e Valdorcia

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La fonte dalla quale ho tratto questa leggenda non la ricordo. L’ho smarrita nella mia mente, l’ho sepolta nell’immaginazione. Eppure se assaggio un sorso di buon vino ritorna chiara la narrazione come si svolgesse in quel momento davanti ai miei occhi.

Nei tempi in cui gli uomini vivevano consumando i prodotti che riuscivano a ricavare dalla terra e dalla caccia, tra crete calanchi e boschi, le famiglie si riunivano di sera accanto al fuoco crepitante, fuori dalle capanne, mangiando quello che durante il giorno erano riusciti a racimolare. Le faville fuggivano rapide verso il cielo e al contrario vaghe stelle cadenti graffiavano il buio con il loro mistero.

A quel tempo le divinità facevano spesso visita agli umani manifestandosi nel sogno oppure attraverso eventi straordinari e spettacolari: una scia di fuoco squarciava la tempesta e abbatteva un albero. Oppure il vento furioso all’improvviso investiva capanne, uomini, seminando distruzione e paura. Altre volte sassi e macigni rotolavano sui pendii travolgendo il villaggio e la terra si apriva ingoiando colline e montagne.

Una notte , la più importante delle divinità, quella che durante il giorno si presentava sfavillante nel cielo e calda sulla pelle, entrò nel sogno di un bimbo e gli annunciò: “Avrete presto una pianta sacra che vi ripagherà di tutte le sciagure che gli altri dei vi mandano. Una pianta che io stesso nutrirò con i miei raggi e che darà tanti piccoli frutti simili a me.”

Al mattino il bimbo raccontò il sogno e tutta la comunità rimase a sentire e a pensare. A quei tempi la parola era fondamentale, soprattutto quella dei bimbi, dei vecchi e di folli. Il sogno poi rappresentava una breccia sulla verità divina, quella che può solo essere rivelata, senza riflessione, senza studio e senza ragionamento. Così iniziò da parte della comunità la ricerca per individuare questa meraviglia di pianta, questo impareggiabile dono che il dio della luminosità, nel sogno, aveva promesso ai suoi figli. Le ricerche risultarono subito difficili e nessuna pianta, erba, albero sembrava così straordinario da essere identificato con quanto il bimbo aveva descritto. Ma quando il sole fu alto nel cielo, sotto i raggi brillarono come preziosissimi gioielli i grappoli dell’uva. Riflessi quasi iridescenti che andavano dal giallo oro dell’aurora all’ambra, fino a tingersi in alcuni casi, di un viola misterioso e oscuro come la notte. Nessuno ebbe dubbi, quella era la pianta alla quale alludeva il bambino. Quella era la pianta con frutti simili a piccoli soli. Frutti carichi di luce, calore, vita. Addirittura sembravano rappresentare nelle loro sfumature, il susseguirsi del giorno e della notte. La pianta fu delicatamente divelta e piantata al centro del villaggio: i suoi frutti diventarono prima cibo, poi celestiale bevanda ed infine un simbolo, quasi un culto per quelle genti….che ancora oggi con religioso lavoro e dedizione continuano quella tradizione persa nella notte dei tempi e che di tanto in tanto emerge nelle fiabe, nei racconti che abbiamo dimenticato ma che sono presenti nella parte più profonda dii noi. E quando nel susseguirsi delle stagioni un sorso di vino scalda il nostro sangue o rinfresca la nostra gola, sale dall’inconscio tutto l’atavico passato che sembrava sepolto, così un sorriso di soddisfazione e ristoro si disegna sulle nostre labbra.

Nunzio Dell’Annunziata

 

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