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Covino: Macroregioni. un dibattito senza grinta

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Da Micropolis del 27-11-2015 – Autore: Renato Covino

Decolla il dibattito sulla macroregione. Non si tratta solo della votazione dell’ordine del giorno in cui i promotori del progetto di riduzione delle regioni da 20, a 10, Morassut e Ranucci, hanno impegnato il Parlamento a discuterne, ma del confronto che si sta incardinando a livello decentrato. Enrico Rossi, governatore della. Toscana, propugna la costituzione di una regione dell’Italia mediana (Marche, Umbria, Toscana), quella dell’Umbria, Catiuscia Marini, promuove riunioni dei presidenti interessati, mentre il sottosegretario Bocci, ne abbiamo riferito più volte, pensa ad una regione che comprenda Umbria, Marche, alto Lazio, bassa Toscana.

La proposta dei due parlamentari del Pd, per contro, mette insieme Umbria e Toscana con l’aggiunta della provincia di Viterbo. Nel dibattito è intervenuto anche Walter Verini. Il senso del ragionamento è lineare: dato che alla fine a tale riduzione si arriverà, cerchiamo di non subire le decisioni centrali, determinate dalla necessità di risparmio, mettiamo in campo una nostra iniziativa come si fece, la retorica non guasta mai, negli anni sessanta. Insomma, anticipiamo il percorso, mettendo a leva non solo le istituzioni, ma “le classi dirigenti, le forze culturali e sociali, le intelligenze”.

Tutto giusto se non fosse per qualche elemento su cui varrebbe la pena di riflettere. Il primo. Perché le regioni sono da almeno venti trenta anni in crisi? E’ solo un problema di dimensioni e di non sostenibilità dei cosa? O c’è qualcosa di più profondo, rimasto celato e sottovalutato, fino a prima della crisi, dal velo del federalismo? Si tenga conto che di riduzione delle regioni si ragionava già ad inizi anni novanta del Novecento, sostenendo che il gettito fiscale non fosse in grado di reggere il costo dei servizi. Secondo. Negli anni sessanta si mobilitò l’insieme delle forze organizzate dell’Umbria; province, comuni, camere di commercio, associazioni imprenditoriali, sindacati. Gli obiettivi, allora, erano l’autonomia (antica aspirazioni delle sinistre e dei cattolici) e la programmazione. Oggi le istituzioni locali sono sempre meno stru menti di autonomia, ridotte come sono ad enti decentrati dello Stato, le province non ci sono più, le camere di commercio hanno un ruolo ancillare, le forze sociali sono anch’esse alla canna del gas.

Chi sono i soggetti in campo che dovrebbero produrre la mutazione? Terzo. Allora si ebbe in Umbria un forte movimento centripeto, oggi l’impressione è di territori in fuga; quanto più si allargano i confini tanto più nasceranno spinte municipaliste che ragionano delle possibili aggregazioni a seconda degli interessi dei ceti dirigenti delle singole città. Infine la questione della programmazione, in cui le possibilità di scelta delle regioni sono sempre più ridotte. C’è un ulteriore dato. Negli anni sessanta la scelta aveva una carica polemica forte nei confronti del centralismo statale, oggi sarebbe di sostegno a politiche governative di riduzione degli enti regionali e, forse, in prospettiva della loro autonomia se non delle loro competenze. Peraltro i passaggi intermedi individuati da Verini non prevedono un grande dibattito, ma politiche coordinate sulle università, sul turismo, sulla meccatronica, la promozione turistica, i trasporti, semmai utilizzando i fondi europei. Insomma politiche più che politica, senza un’ipotesi di riassetto con solide basi culturali e teoriche. Una risposta ad uno stato di necessità, più che una scelta consapevole e motivata. Alla fine la riduzione delle regioni si farà, anche se non sappiamo quando e come, esse diverranno non soggetti di autonomia ma enti decentrati di politiche decise altrove. Vincerà il centralismo contro cui per anni si è scatenato il “clangore di trombe” delle forze oggi al governo dell’Umbria e, come si suoi dire, “tutti i santi finiranno in gloria”.

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