“Preserved Railways”: trent’anni dopo, conservare basta ancora? Il futuro della ferrovia passa da Chiusi

by Sebastiano Ballone

Alla vigilia dell’appuntamento del 14 ottobre a Siena per celebrare i trent’anni della Ferrovia Val d’Orcia, il professor Stefano Maggi ripercorre per il Corriere Pievese la storia del Treno Natura e guarda soprattutto al futuro. Dai volontari alla stagione di Fondazione FS, dal turismo lento alla proposta di riportare il servizio ordinario sulla linea. Un ragionamento che arriva fino alla Val di Chiana e a Chiusi: «È a Chiusi che Siena ha sempre guardato per andare verso Roma e verso sud».

Mercoledì 14 ottobre, alle ore 17, la Sala delle Lupe di Palazzo Pubblico a Siena ospiterà l’incontro dedicato ai trent’anni della Ferrovia Val d’Orcia, attraverso immagini, ricordi ed emozioni legate al Treno Natura. Una ricorrenza che offre l’occasione per tornare alle origini di un’esperienza nata trent’anni fa, ma soprattutto per interrogarsi su ciò che quei binari possono ancora rappresentare per il futuro dei territori. L’appuntamento, promosso in collaborazione con l’Università di Siena, guarderà non soltanto alla memoria della linea Asciano-Monte Antico, ma anche alla prospettiva di una futura riapertura ai servizi ordinari. Università degli Studi di Siena

Ne abbiamo parlato con Stefano Maggi, professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Siena, delegato del Rettore per i trasporti e la mobilità sostenibile e coordinatore del Laboratorio per l’Educazione alla Mobilità Sostenibile (LEMOS). Storico dei trasporti e protagonista diretto della nascita del Treno Natura, Maggi è stato presidente dell’Associazione Ferrovia Val d’Orcia dal 1996 al 2006 e ne è oggi presidente onorario. È inoltre presidente del Comitato scientifico della Fondazione Cesare Pozzo per la Mutualità.

L’intervista parte dal settembre 1994, quando cessò il servizio ordinario sulla linea, attraversa la nascita dell’esperienza turistica, il volontariato e il progetto “Binari senza tempo”, per arrivare a una questione molto più attuale: può una ferrovia nata nell’Ottocento tornare a essere uno strumento di mobilità quotidiana e di sviluppo per le aree interne?

La risposta di Maggi conduce inevitabilmente anche verso il nostro territorio. Dalla Val d’Orcia alla Val di Chiana, fino a Chiusi, città alla quale lo legano ricordi familiari, ma soprattutto un ruolo ferroviario che, secondo il professore, potrebbe ancora avere un futuro.

Sebastiano Ballone – Professore, partiamo dall’inizio. Nel 1994 cessò il servizio ordinario sulla ferrovia della Val d’Orcia e appena due anni dopo iniziò l’esperienza del Treno Natura. Come nacque quella scommessa e chi furono i protagonisti di quella intuizione?

Stefano Maggi – Purtroppo nel settembre 1994 la ferrovia fu chiusa all’esercizio ordinario, perché considerata un “ramo secco”. Un errore enorme, visto che passava su un territorio nel quale era in corso un grande sviluppo turistico; di lì a poco la Val d’Orcia sarebbe pure diventata sito UNESCO. La chiusura della linea ferroviaria isolò, tra l’altro, alcuni paesi come Torrenieri, San Giovanni d’Asso e Sant’Angelo Scalo. Non solo: con la chiusura, dalla Val di Chiana e dalla zona di Asciano diventava impossibile andare verso la Maremma.

Sebastiano Ballone – Lei quella stagione l’ha vissuta direttamente. Che ruolo ebbe in quegli anni e che cosa ricorda soprattutto di quella prima esperienza?

Stefano Maggi – Ero presente sull’ultimo treno che percorse la ferrovia il 24 settembre 1994, ma non ero solo: c’erano molte altre persone intervenute da tutta Italia per salutare il treno della Val d’Orcia. Stazioni e passaggi a livello erano gremiti di fotografi, che immortalavano l’ultimo triste passaggio del treno. Da allora cercai in tutti i modi di riaprire la ferrovia al servizio turistico. Andai in Gran Bretagna, dove il fenomeno delle “preserved railways” era ben noto e in forte sviluppo fin dagli anni ’50; scrissi la mia tesi di specializzazione in Economia e politica dei trasporti all’Università La Sapienza di Roma proprio su questo argomento. Si chiamava In treno per diporto. Dal turismo ferroviario alle ferrovie turistiche: esperienze e prospettive.

Poi arrivarono i rappresentanti della Ferrovia del Basso Sebino a portare la loro esperienza: avevano riaperto una ferrovia chiusa dagli anni ’50 tramite volontari, sostenuti dalle Ferrovie dello Stato. Fu la svolta: scrivemmo un progetto e la Provincia di Siena, che già dal 1991 aveva pensato a una valorizzazione dell’anello ferroviario Siena-Monte Antico-Asciano-Siena con il Treno Natura, si fece carico di una parte dei costi.

Sebastiano Ballone – Quando si racconta il Treno Natura si parla inevitabilmente di treni, locomotive e territori. Ma dietro questa esperienza ci sono state soprattutto delle persone. Quanto è stato importante il lavoro dei volontari e dell’associazionismo locale?

Stefano Maggi – Per l’effettuazione dei servizi turistici del Treno Natura nacque l’Associazione di volontariato Ferrovia Val d’Orcia, composta da ferrovieri in pensione e in servizio e da appassionati. Ne fui presidente dal 1996 al 2006, oggi sono il presidente onorario. Sono stati questi uomini e donne, una parte dei quali sono ancora oggi attivi a bordo treno, la vera anima del Treno Natura e della ferrovia turistica. Si devono ringraziare loro se siamo arrivati al 30° compleanno.

Sebastiano Ballone – Oggi parliamo normalmente di turismo lento, mobilità dolce e di un viaggio che diventa parte dell’esperienza turistica. Nel 1996 erano concetti certamente meno diffusi. Il Treno Natura fu, in qualche modo, un’esperienza in anticipo sui tempi?

Stefano Maggi – Sì, il Treno Natura, dal 1996, fu un progetto pionieristico: era una sorta di treno-trekking, realizzato in collaborazione con il CAI. L’esercizio della linea si faceva con tre coppie di littorine d’epoca, due al mattino e una al pomeriggio, che consentivano di scendere dal treno, spostarsi a piedi lungo i sentieri e riprendere il treno in un’altra stazione.

Sebastiano Ballone – A un certo punto arriva anche una nuova stagione, con Fondazione FS e il progetto “Binari senza tempo”. Che cosa è cambiato per il Treno Natura e quale ruolo ha avuto Luigi Cantamessa in questo percorso?

Stefano Maggi – Per fortuna, dal 2013 è intervenuta Fondazione FS Italiane, altrimenti non avremmo potuto proseguire, dato che con il passaggio di pochi treni non si poteva garantire il mantenimento della linea ferroviaria, con i suoi binari, ponti e gallerie. L’inserimento della Ferrovia Val d’Orcia nel progetto nazionale “Binari senza tempo” è stato fondamentale per proseguire fino ai giorni nostri. Si consideri anche che l’ing. Cantamessa ha presentato a livello nazionale il progetto “Binari senza tempo” proprio sulla Ferrovia della Val d’Orcia, che è dunque fra le più importanti del progetto stesso.

Sebastiano Ballone – L’esperienza della Val d’Orcia ci porta anche a una domanda più ampia. Una ferrovia turistica può andare oltre il semplice richiamo turistico e diventare davvero uno strumento di sviluppo per il territorio e per le aree interne?

Stefano Maggi – Può diventare uno strumento di sviluppo fondamentale per i territori, a patto che si continui a investire per creare una sinergia fra tutti gli attori coinvolti. Mi spiego meglio. Il progetto del 1996 era nato come treno-trekking, cioè si scendeva dal treno, si percorrevano più o meno chilometri a piedi, secondo le possibilità di ciascuno, e poi si riprendeva il treno. Oggi questo modello non c’è più. Il Treno Natura è diventato una sola andata e ritorno con treni a vapore.

È importante perché abbiamo in Italia, in assoluto, la maggiore concentrazione di treni turistici a vapore, che sono quelli più affascinanti, e questo ci ha fatto conoscere in tutto il mondo. Ma manca qualcosa: mancano sentieri e piste ciclabili che congiungano le stazioni, è poco sviluppata la valorizzazione delle stazioni stesse, non ci sono raccordi con gli autobus. Quindi c’è ancora da lavorare.

Sebastiano Ballone – Oggi si parla molto di valorizzare i borghi e le aree interne. Ma per valorizzarli bisogna anche poterli raggiungere. La ferrovia può tornare ad avere un ruolo? E alcune linee che per anni abbiamo considerato “minori” potrebbero rivelarsi più importanti di quanto pensiamo?

Stefano Maggi – Completando il discorso di prima, la ferrovia sarebbe fondamentale per le aree delle Crete Senesi e della Val d’Orcia, fino alla Val di Chiana e al Monte Amiata. Ma per valorizzare le aree interne manca la riapertura della linea al servizio ordinario, in modo che diventi un’infrastruttura con treni per 365 giorni, in grado di dare risposte alle esigenze di mobilità degli abitanti e dei visitatori. In pratica, è necessario riaprirla al servizio ordinario durante la settimana, per dedicarla ai convogli storici nei fine settimana.

Sebastiano Ballone – Il 14 ottobre a Siena, nella Sala delle Lupe di Palazzo Pubblico, i trent’anni della Ferrovia Val d’Orcia saranno raccontati attraverso immagini, ricordi ed emozioni sul Treno Natura. Al di là della celebrazione, quale messaggio vorrebbe che uscisse da questo appuntamento? E quale dovrebbe essere oggi la nuova sfida del Treno Natura e, più in generale, delle ferrovie turistiche italiane?

Stefano Maggi – Dall’appuntamento del 14 ottobre vorrei che uscisse un messaggio chiaro: abbiamo un gioiello ferroviario di enorme valore, che attrae visitatori da tutta l’Italia e anche dall’estero, ma occorre valorizzarlo proseguendo l’opera di questi 30 anni, prima di tutto con la riapertura al servizio ordinario.

Molti non hanno capito quanto vale questo gioiello e quanto possa essere importante per il futuro in una dimensione ben più vasta dei territori percorsi direttamente. Per fare un solo esempio, la riapertura della linea consentirebbe di arrivare da Chiusi e dalla Val di Chiana fino al mare.

Sebastiano Ballone – Vorrei chiudere con Chiusi, anche perché per lei non è un luogo qualunque: ci sono le sue origini familiari e c’è una storia ferroviaria che conosce molto bene. Quando guarda oggi alla stazione di Chiusi-Chianciano Terme, vede soprattutto l’eredità di un grande passato ferroviario oppure anche una possibilità per il futuro?

Stefano Maggi – A Chiusi sono sempre stato fin da piccolo con mio padre capotreno, tuttora ci vivono i miei zii. Ma, al di là dei ricordi personali, è a Chiusi che Siena ha sempre guardato per andare verso Roma e verso sud. Va ricordato che il progetto iniziale della Società per la Strada Ferrata Centrale Toscana fu negli anni ’50 dell’Ottocento una ferrovia Siena-Chiusi-Orte, completata nel 1874.

Negli ultimi due decenni è purtroppo saltato il sistema delle coincidenze, costringendo chi da Siena vuole raggiungere Roma a passare da Firenze, una cosa assurda, ma c’è un servizio molto intenso, ogni mezz’ora.

Chiusi può ancora essere valorizzata, a mio avviso, in due modi: treni ad alta velocità di secondo livello, come l’Avant in Spagna, cioè Frecce o Italo che servano sistematicamente i territori intermedi, oggi purtroppo isolati; riattivare in pieno la diramazione, il nodo ferroviario, con treni Siena-Roma via Chiusi, ma occorre elettrificare tutta la ferrovia da Siena a Chiusi, e purtroppo non c’è neppure un progetto di massima.

In ogni caso, gli attuali treni ibridi Blues potrebbero andare almeno a Orte via Orvieto, passando dalla ferrovia lenta, e dare così un’intensificazione del servizio anche a Chiusi. Ma questo dipende dalla Regione, che ha il compito di programmare e finanziare il servizio di trasporto locale.

Sebastiano Ballone – Professore, grazie per averci accompagnato attraverso questi trent’anni di storia e, soprattutto, per averci aiutato a guardare oltre la celebrazione, verso ciò che questa ferrovia può ancora rappresentare per i territori che attraversa e per quelli ai quali può tornare a collegarsi.

A nome del Corriere Pievese desidero ringraziarla per la disponibilità e per il contributo offerto ai nostri lettori. A questo ringraziamento aggiungo quello personale: averla conosciuta prima come docente e successivamente averla avuta come riferimento nei miei studi e nelle mie ricerche sulla storia ferroviaria rende questa intervista particolarmente significativa anche per chi l’ha realizzata.

Grazie Stefano, e buon trentennale alla Ferrovia Val d’Orcia.

Sebastiano Ballone

FONTI E RIFERIMENTI

Università degli Studi di Siena – Stefano Maggi e l’incontro per i 30 anni della Ferrovia Val d’Orcia
Presentazione dell’appuntamento del 14 ottobre 2026 e del ruolo del professor Stefano Maggi.

Dipartimento di Scienze politiche e internazionali – Presentazione del libro sui 30 anni della Ferrovia turistica della Val d’Orcia
Approfondimento dell’Università di Siena sull’iniziativa e sulla presentazione del volume dedicato al trentennale.

Fondazione FS Italiane – Binari senza tempo
Il progetto nazionale di recupero delle linee ferroviarie a vocazione turistica, nel quale è inserita la Ferrovia della Val d’Orcia. La linea Asciano-Monte Antico fa parte del progetto dal 2014. fondazionefs.it

Laboratorio per l’Educazione alla Mobilità Sostenibile – Università di Siena
Attività del LEMOS e iniziative dedicate alla cultura e al turismo ferroviario.

Riferimento bibliografico: Il binario in Val d’Orcia. Riflessioni, ricordi ed emozioni per il treno turistico al traguardo dei trent’anni (1996-2026), a cura di Salvo Bordonaro; con il contributo di Stefano Maggi, La metamorfosi della Ferrovia Val d’Orcia: da ramo secco a risorsa turistica. I 30 anni del Treno Natura.

 

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