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Voto in Umbria. Lamincia «La svolta? Considerare il territorio come impresa»

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dal Giornale dell’Umbria  di Bruno Coletta

Dopo Roberto Segatori, Claudio Carnieri, Ruggero Panieri di Sorbello, Alessandro Campi. Renato Covino e Urbano Barelli, continua la serie di interviste a sociologi, storici, economisti e intellettuali per dare una lettura, sotto diverse angolazioni, di quanto avvenuto in Umbria in occasione delle ultime elezioni regionali. Oggi è la volta del dottor Gustavo Lamincia, ex dirigente di varie società industriali, esperto di marketing industriale, autore di vari progetti aziendali e territoriali, del modello socio-economico “II territorio come impresa ” e del progetto formativo Tsm (Tony system management).

 

II professor Luca Ferrucci, nella sua intervista nell’ambito dell’inchiesta che stiamo conducendo, afferma che il paradigma destra-sinistra in Umbria è superato, mentre si impone quello innovatori conservatori. Che ne pensa?

«Le dico subito che il paradigma destra-sinistra oggi non può essere assunto a riferimento culturale di una politica vincolata alla concretezza del rapporto di reciprocità tra le parti, strutturata nella progettazione e programmazione delle azioni, nella trasparenza, nella responsabilità dei risultati conseguiti per il contribuente e per l’interesse generale. Le dinamiche sociologiche oggi sono caratterizzate dal frazionismo, dallo sbriciolamento della cultura sociale, delle fedi identitarie e dell’appartenenza ideologica. Forse la sorprenderò dicendole che, a mio parere, questi elementi trovano un acceleratore nell’emergere di una coscienza sociale priva di quella economica individuale e collettiva. In questo contesto il cittadino, l’impresa e lo Stato, con il perdurare della crisi del Welfare vanno sempre più assumendo la consapevolezza di dover rimodulare il rapporto soggetto fiscale-politica da vincolare al principio del dare/avere, con quello che ne consegue sulla scelta del progetto economico-sociale-politico. La politica in questi 70 anni ha proposto all’origine un sogno, poi l’illusione, oggi una speranza compromessa, aggravata dall’esaurimento della capacità di indebitamento dello Stato e di gran parte dei contribuenti, con un impianto pubblico obsoleto, improduttivo, inadatto al rilancio della crescita, con un servizio pubblico scadente e con una disuguaglianza sociale in continuo aumento. Il modello fiduciario si è rotto e occorre ricostruirlo su basi diverse. Serve un progetto politico sostenuto da un piano di sviluppo economico sociale del territorio locale e nazionale, una programmazione dello sviluppo che vada oltre le risorse finanziarie attualmente disponibili, aperta alla capacità dei territori di generare risorse economiche. Perché è nei territori che risiedono le componenti essenziali della ricchezza (investitori, consumatori, ente pubblico, patrimonio pubblico e privato). In Umbria è ancora difficile percepire l’avvio di una cultura innovativa di questo tipo, fatta eccezione per alcuni parti circoscritte del mondo dell’impresa. Si avverte assai poco, nella cultura politica e nella ricerca scientìfica, la necessità di un modello alternativo a quello nefasto della “spesa storica”, causa strutturale dello stato di crisi del Paese. Gli effetti sociali di questi anni in Italia si dimostrano drammatici: la crescita è per pochi attori, l’impoverimento è per molti, il fabbisogno finanziario necessario alle riforme è ingente, i vincoli finanziari del bilancio appaiono inamovibili. La fiducia nella politica è crollata e, in questo contesto, il modello politico destra-sinistra è superato. La contendibilità elettorale dell’Umbria, come di altre regioni, in assenza di un modello socio economico indirizzato al contribuente potrà suscitare qualche emozione di durata passeggera, ma nulla di più. Restando così le cose, la contendibilità di per sé non porterà grandi vantaggi concreti ai cittadini e la disaffezione verso la politica non solo non verrà superata, ma potrebbe crescere ancora. Il punto è che occorre altro».

Cos’è questo “altro”? Quale cambiamento lei auspica dalla cultura politica dell’Umbria?

«Premetto che questo “altro” e la questione del cambiamento della cultura politica non sono solo problemi dell’Umbria, ma di tutto il Paese. Partiamo dalla presa d’atto che gli attuali legami e relazioni collaborative ai fini di una strategia di crescita non bastano più alla costruzione di uno spirito progettuale collettivo. E il paradigma dell’attore politico libero di “dire, di non fare e di non rispondere al contribuente” va abbandonato. Occorre uno strumento di progettazione e di programmazione rigido, capace di garantire la qualità delle azioni previste, la puntualità del processo e dei risultati. Le contraddizioni esplose con il caso Grecia dimostrano che, per condividere e crescere insieme, alla cultura della democrazia occorre aggiungere la cultura della produttività dell’impiego delle risorse private e pubbliche. Crescita del potere d’acquisto, della prospettiva sociale, della competitivita privata e pubblica costituiscono i punti fenili della domanda del contribuente in cui la dignità, la produttività, la legalità rappresentano i valori illuminanti del processo metodologico integrato tra micro e macroeconomia. Il Piano industriale del territorio, a diversi livelli, è il metodo scientifico applicabile alle regioni e al Paese, coinvolgendo i soggetti culturali, economici, sociali, e finanziari. Questo può prevenire distorsioni e sfasature nel percorso dei progetti e del raggiungimento degli obiettivi. Il modello si identifica in “il territorio come impresa”, in cui il piano industriale rappresenta il metodo di gestione basato sul dare/avere, in cui il valore aggiunto ne misura la crescita».

Lei parla di “territorio come impresa”. Quali idee per lo sviluppo dell’Umbria e del Paese?

«Il modello origina dal livello comunale per il semplice motivo che, come ho già detto, nel territorio risiedono cittadini, imprese e Stato, il patrimonio materiale e immateriale privato e pubblico, dando luogo ad un insieme sociale composto da attori e potenzialità territoriali pubbliche e private. I pilastri di questo modello sono questi: 1) il territorio è soggetto imprenditoriale che fa interagire la sfera pubblica con quella privata. 2) il destinatario dell’azione amministrativa è il contribuente, común denominatore del cittadino, impresa e Stato. 3) II management incaricato dello sviluppo e della gestione del territorio è il soggetto politico che ha ottenuto il consenso elettorale sul progetto di sviluppo economico sociale presentato agli elettori. 4) La programmazione del progetto è redatta secondo le procedure contabili del piano industriale. Tali componenti consentono di operare per il raggiungimento degli obiettivi della competitivita nei mercati, per sviluppare sinergie con altri territori, per realizzare azioni amministrative con il carattere della produttività e del valore aggiunto, interessando la spesa corrente e in conto capitale. 5) La formazione manageriale del politico è necessaria. La nostra Regione ha avviato una manovra di spending review (prevedibilmente non terminata), azione importante ma non determinante per la crescita del territorio come riscontrato nel livello nazionale. La crescita richiede investimenti, convenienza fiscale per l’ impresa rispetto ad altre realtà o Paesi competitors, convenienza fiscale per i cittadini potenzialmente investitori (i depositi bancari delle famiglie ammontano a importi notevoli come da conto patrimoniale dello Stato), spinta all’internazionalizzazione delle imprese non solo medio-grandi, ma anche piccole (in non pochi casi detentrici di un know-how innovativo attraente per sviluppare cooperazione di vendita, joint ventures). Così nella sfera pubblica, perché l’internazionalizzazione dei territori apre la prospettiva di presentare il programma degli investimenti pubblici con il rapporto costi benefici, l’offerta turistica, l’offerta residenziale e commerciale dei centri storici, purché restaurati. Conseguentemente, dallo sviluppo potranno manifestarsi incrementi di entrate extratributarie e tributarie, queste ultime sia dirette che indirette. Invece, purtroppo, anche in Umbria emergono elementi critici, ostacoli per il pieno dispiegamento e ottimizzazione delle potenzialità economiche e culturali presenti nel territorio».

Lei nel modello “II territorio come impresa” centra molto l’attenzione sui Comuni, che però nel modello sono sottoposti a una forte aggregazione.

«La dimensione demografica dei singoli comuni umbri appare irrilevante nella maggiore dei casi, insufficiente negli altri. Questa criticità impedisce azioni di marketing territoriale negli investimenti, nelle infrastrutture essenziali e in quelle imprenditoriali, culturali, turistiche e commerciali, nella spesa corrente e in conto capitale, nella valorizzazione commerciale del patrimonio immobiliare residenziale e commerciale. Sinergizzare è utile, aggregarsi è d’obbligo nelle forme da analizzare e pianificare. L’aggregazione dei territori comunali in Unioni comunali dimensionati in almeno 150mila abitanti può rappresentare il punto di partenza per innalzare la competitivita di tutti i partecipanti. L’aggregazione è nell’interesse dei cittadini, perché favorisce la costruzione della crescita, del reddito, dell’occupazione, della prospettiva sociale, della la piccola e media impresa. Solo inserendosi nell’Unione comunale un territorio può ridurre la marginalità commerciale e sociale, ampliando le opportunità. L’impresa medio grande può meglio intercettare nuovi mercati, nuovi partner, nuovi segmenti produttivi e commerciali. Ogni Comune partecipa con la propria identità storico-culturale, ma si apre alla valorizzazione della propria storia, delle tradizioni e del patrimonio pubblico- privato; consolida socialmente il presente e fortifica le basi della prospettiva sociale per le nuove generazioni. Alla Regione consiglio di di prendere in esame un serio e profondo progetto di riforma amministrativa, evitando al contribuente di morire di spending review, proiettandolo piuttosto verso una prospettiva di crescita. E mi auguro che i poteri delle Regioni per spingere sull’aggregazione dei Comuni siano rafforzati».

 

Quale la collaborazione tra Stato, Regioni e Comuni?

«Premesso che la ricchezza generata dai territori è essenziale sia per la crescita locale che nazionale, il rapporto Stato-Regione – oggi bloccato dalla cultura centralista senza ritomo – andrebbe ristrutturato nell’interesse reciproco dei contribuenti e del Paese. Sarebbe bene che il Parlamento, nel contesto della prevista riforma del Titolo V della Costituzione, riconosca una maggiore responsabilizzazione del Comune mediante attribuzione di autonomia di spesa (nel rispetto del patto di stabilità) e autonomia di entrate. Poiché lo sviluppo economico del territorio può essere accelerato attraverso l’attribuzione al Comune di tali poteri, si possono esprimere meglio le potenzialità del patrimonio pubblico privato generando livelli significativi delle entrate, sia di quelle municipali che di quelle generali dello Stato. Tale processo di innalzamento delle entrate tributarie si deve attribuire all’azione del Comune e per questo va riconosciuta ai Municipi una maggiore compartecipazione al gettito fiscale (incluso il recupero dell’evasione fiscale) generato nel territorio. Tale schema di incentivazione potrebbe prevedere anche un premio fiscale al raggiungimento degli obietti vi standard definiti dallo Stato relativi alla crescita degli obiettivi economici, finanziari e sociali. La riforma del sistema fiscale nazionale e locale appare determinante nello sviluppo della crescita. L’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche, ndr) dovrebbe ridursi nei vari scaglioni per attrarre investimenti da parte di attori vecchi e nuovi, mentre il gettito Iva si innalzerebbe per i maggiori volumi delle transazioni commerciali. La Regione, in questo contesto, assume un ruolo, molto più forte dell’attuale, riguardo l’aspetto cruciale della programmazione del piano industriale regionale, che va poi declinato con l’iniziativa dei vari territori».

 

E la copertura finanziaria di queste riforme?

«La copertura finanziaria dell’insieme di riforme già indicate ed altre da aggiungere, come il capitolo del reddito delle classi meno abbienti, è disponibile, come indicano molti esperti del settore, negli attivi del conto patrimoniale dello Stato. Mi lasci poi dire che nella carta costituzionale, che andrebbe più orientata allo sviluppo, rifuggendo qualsiasi ombra di assistenzialismo, vi sono articoli da rivedere. Come pure vi si dovrebbe istituzionalizzare, e questo anche nello Statuto delle Regioni, il ricorso al piano industriale del territorio come strumento di progettazione dello sviluppo socio economico».

 

Tornando al superamento del paradigma destra-sinistra…

«Glielo avevo premesso, è superato, in Umbria come in Italia. Ha ragione il professor Ferrucci, il vero paradigma oggi è conservatori-innovatori. Che poi significa il paradigma stagnazione-crescita».

(8/continua)

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