In mezzo a questo mare di verde e di terra mossa, adagiata su un colle che guarda lontano, c’è Città della Pieve. Appena ci arrivi, capisci subito che ha una voce diversa da tutti gli altri borghi. Non ha la pietra grigia e severa di certe rocche medievali: Città della Pieve è rossa, viva, avvolgente. È fatta di cotto, quel mattone d’argilla impastato con la terra del posto che, quando il sole cala verso il Trasimeno e le colline senesi, sembra quasi accendersi di luce propria, restituendo il calore accumulato durante il giorno.
Camminare per i suoi vicoli significa perdersi in un labirinto di archi, scalinate e scorci improvvisi. C’è un vicolo, il Baciadonne, così stretto che per passarci in due bisogna quasi abbracciarsi; ed è bello pensare che, al di là delle vecchie dispute tra vicini che ne segnarono i confini, sia rimasto lì come un piccolo segreto custodito dal tempo.
Ma l’anima profonda di questa terra la trovi negli occhi di chi l’ha dipinta. Pietro Vannucci, che tutti conosciamo come il Perugino, è nato qui. E quando guardi un suo affresco — come l’Adorazione dei Magi nell’Oratorio di Santa Maria dei Bianchi — ti accorgi che il paesaggio alle spalle della Vergine e dei re magi non è un’invenzione ideale: è proprio la Val di Chiana. Sono quelle stesse colline sfumate d’azzurro, quella luce tersa e pacata che ancora oggi si respira affacciandosi dai bastioni del borgo. Il Perugino non ha fatto altro che portare nel sacro il respiro della sua casa.
E poi c’è la vita di ogni giorno, che qui conserva il sapore delle cose fatte con cura. C’è l’oro rosso dello zafferano, il “croco”, coltivato con pazienza infinita come si faceva nel Trecento, fiore dopo fiore, filo dopo filo. C’è il ritmo del Palio dei Terzieri ad agosto, quando il borgo ritrova l’orgoglio delle sue radici, tra i tamburi che rullano nelle piazzette e le bandiere che sventolano nel cotto rosso.
E c’è la tavola, che è il vero punto d’incontro tra due culture sorelle: profumo di cacciagione e di tartufo, la ricchezza della carne chianina, un piatto di pici tirati a mano, un calice di vino sincero e quell’olio buono che sa d’oliva appena franta. Sedersi a mangiare qui non è un semplice pasto, è un rito di accoglienza, un modo di fare strada insieme.
Città della Pieve e la Val di Chiana ti entrano dentro così: senza fare rumore, con la semplicità delle cose autentiche. Ti regalano il tempo di fermarti, di alzare lo sguardo verso l’orizzonte e di ricordarti quanto possa essere bella la lentezza.
Giuseppe De Maria
