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Il primo incontro con il vino

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Il luogo più misterioso era la cantina. I gradini erano scuri, arrotondati e di terra battuta, sembravano infiniti di numero e conducevano in una specie di irreale dimensione fatta di ombre, misteri, che invitavano all’esplorazione ma nel contempo inducevano una sorta di timore che mi bloccava a metà delle scale. Quando finalmente trovai il coraggio di varcare quella specie di tunnel verso l’ignoto, fui sorpreso da una profusione di vecchi arnesi e botti con le doghe sconnesse, enormi imbuti, damigiane con intorno la paglia e altre con l’enorme pancia nuda di vetro adagiata dentro una specie di lettiera fatta con la sabbia. Sembrava tutto in disarmo, ogni cosa era ricoperta da uno spesso strato di polvere e le volte ad arco della cantina lasciavano che penzolare una scarna lampadina fulminata e senza alcun paraluce.

Una mattina giunse un camion e persone dall’accento strano con il viso riarso per il continuo girovagare tra le vigne. Cominciarono a scaricare cassette ricolme di uva e un profumo intenso si spargeva nell’aria, un profumo di pioggia, di salsedine,un profumo di fresche folate che sembravano giungere dai versanti aspri e scoscesi delle montagne. Tutta la natura si sprigionava da quegli acini sodi, succosi e fitti che si aggrappavano ai raspi quasi provocando la voglia di piluccare. Tuttavia un’altra nota accompagnava le altre in questa sinfonia di profumi, una nota che sfuggiva alla mia ingenuità di bimbo, una componente fisica e psicologica che solo ora riesco a decodificare appena le narici colgono odori che mi riconsegnano intatti quei ricordi; è il sentore di fatica, impegno, dedizione, sudore che nel corso di generazioni ha selezionato questi frutti come gemme che assorbono e riflettono i raggi del sole.

Quello stesso giorno che era stata scaricata l’uva arrivò il falegname che sistemò le botti, aveva uno strano arnese che poggiava sui cerchi di ferro e con il martello picchiava per stringere le doghe. La cantina fu ripulita, ordinata, la lampadina venne sostituita e tutto fu pronto per compiere l’antico rito di Bacco. Infatti al mattino dopo tutta la famiglia era riunita e c’era come un filo conduttore unico che mise in moto una specie di divertente catena di montaggio. L’uva veniva fatta passare attraverso due rulli azionati da una manovella. Per lo più i maschi della famiglia si occupavano di questo. L’uva passò tutta attraverso quei rulli e diventò mosto profumato che fermentò nella cantina richiamando nugoli di moscerini. Di tanto in tanto nei giorni seguenti mio padre rimestava il mosto con un grosso ramo che terminava a forma di mano aperta. Mi affacciavo nelle botti e l’odore intensissimo del mosto mi penetrava prepotentemente nelle narici.

Poi venne il gran giorno, seguii mio padre giù in cantina, guardai le sue mani callose afferrare il piolo che turava il foro poco più su del fondo delle botti: uno zampillo vermiglio quanto birichino sbucò all’improvviso: scorreva nel tino riempiendolo, e una spuma si formava per poi sparire allorquando il getto si affievoliva. Mi era sembrato di aver visto tutto sul vino e giocavo il giorno appresso alla   spillatura fingendomi un indiano ferito.

“Giovanni vieni a vedere” era mia madre; “guarii” in un attimo e corsi a vedere.La vinaccia rimasta nelle botti veniva torchiata; uno strano cigolio accompagnava ritmicamente l’operazione e poco più che a gocce vedevo un vino chiaro, profumato raccogliersi dentro un canale circolare alla base del torchio, per poi scorrere dentro un tino. Quel liquido rosato e fresco era troppo invitante, corsi in cucina e presi un cucchiaio, lo colmai e cominciai quasi con timore reverenziale a sorbirlo.

“Attento Giovanni, quello è vino! Ti ubriaca”. Era ancora mia madre. “Va bene, volevo solo sentire che sapore ha “.

Qualche volta avevo assaggiato il vino e mi era sembrato cattivo; questo però era un’altra cosa, prima di tutto aveva un sapore dolce e quasi frizzante; poi non restava tristemente nella bottiglia ma sembrava vivo nel suo scorrere con schiuma e piccoli vortici. Chissà quanti bicch…..pardon, quanti cucchiai bevvi di nascosto a mia madre, forse cinque o sei boh! Tutte le cose intorno si lanciarono in un girotondo, sembravano a tratti animate e sembravano ridere o forse ero io che ridevo; corsi in casa e mi distesi sul letto, tutta la camera ruotava mentre io decollavo verso il cielo in preda ad una confusione fisica e mentale.

Qui bene bibit venit in coelum?

Nunzio Dell’Annunziata

foto di copertina di Luciano Pignataro

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