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Fanfano “Ricostruzione. Dall’Italia sabauda e fascista, all’Italia democratica e repubblicana, all’Italia del dopo virus, delle mille città e dell’Europa”

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5/I giorni della libertà e della ricostruzione

19 Giugno 194

19 Giugno 2021

Ho condiviso con piacere la proposta che ha fatto Luca Marchegiani, a proposito della foto da mettere nella locandina dell’iniziativa di oggi.

Il campanile ferito, bombardato è un simbolo perfetto. Torri e campanili,  sono i simboli della nostra storia. Simboli della nostra civiltà europea ed occidentale. Simboli del potere civile e del potere religioso. Anche adesso in epoca di integrazioni religiose, non si può negare che quella cristiana e cattolica è quella nostra di riferimento anche per i non credenti. Sono i simboli dei nostri comuni, presenti nelle nostre tante piazze. Nei tanti piccoli e grandi comuni d’Italia. sono i simboli della nostra incancellabile memoria storica.

Quel campanile, era in quel 1944, il simbolo di una Città della Pieve, di una Italia in ginocchio. Colpita e ferita al cuore.

L’Italia uscì dalla guerra in ginocchio, dal punto di vista morale ed economico

Ammesso che una guerra possa mai essere giusta e la seconda guerra mondiale scatenata e voluta da Hitler non lo era sicuramente, l’Italia non era pronta ad una guerra, di quelle dimensioni. L’Italia, nonostante la retorica imperante non era ancora una nazione, consolidata, unita  e moderna.

L’Italia uscì in ginocchio perché il processo risorgimentale avviato nel diciannovesimo secolo , processo di costruzione democratica, di unificazione e di crescita economica non era ancora concluso quando vi fu l’avvento del regime fascista.

Quel Risorgimento dove le istanze democratiche di Mazzini e Garibaldi uscirono alla fine sconfitte. Processo dove anche i governi più attenti agli interessi generali come quelli di Giolitti non riuscirono ad incidere nel profondo Dove non furono date riposte progressive alle istanze sorte nel popolo che partecipò alla prima guerra mondiale e che tornò deluso ed ancora più colpito. Dove le forze politiche della sinistra, dei liberali e dei nascenti popolari sottovalutarono prima e poi si divisero di fronte al fascismo.

Dove la monarchia sabauda, dopo l’importante contributo iniziale che impresse all’unificazione, con l’aiuto di alcune potenze europee, anche per la prematura morte del principale artefice, Camillo Benso conte di Cavour, perse ogni potere propulsivo e di garanzia, fino alla grave responsabilità di fronte al fascismo. Fino alla ignobile fuga.

L’Italia non era preparata alla guerra, fu un azzardo terribile ed irresponsabile, una colpa forse ancora più grave della violenza ed dell’autoritarismo del regime

Che l’Italia non fosse pronta lo sapeva benissimo Mussolini che tergiversò molto all’inizio. Lo sapeva Ciano, che lo disse a più riprese e non solo per la sua posizione antihitleriana, lo sapevano i responsabili militari.

Fu una posizione che gli stessi tentennamenti iniziali di Inghilterra e Francia favorirono. In tutta la prima fase Mussolini stette alla finestra, poi andò al balcone di Piazza Venezia a pronunciare il famoso discorso quando calcolando male le forze in campo vide l’iniziale successo dell’esercito tedesco in Austria, in Polonia ed in Francia.

Sbagliando nettamente i calcoli. Come tanti altri in Europa. Perché ancora c’era una visione “eurocentrica” e nessuno prevedeva il ruolo delle nuove potenze, USA e Urss, che avrebbero cambiato il volto non solo della guerra ma degli anni e della storia successiva.

L’Italia uscì alla fine della seconda guerra mondiale in ginocchio, con città, fabbriche e vie di collegamento distrutte. Un’economia ancora prevalentemente agricola ed al centro ed al sud con forme antiquate come il latifondo e la mezzadria.

L’Italia uscì profondamente divisa da una vera e propria guerra civile, quella che fu combattuta, questa volta ad armi, fra fascisti ed antifascisti, quasi pari, dall’8 settembre del ‘43 al 25 aprile Del resto non si poteva pensare che dopo decenni di violenza all’improvviso tutti diventassero frati francescani o tutti porgessero l’altra guancia. L’Italia uscì distrutta nel morale e nel prestigio nazionale

Anche se grazie alla resistenza al centro, ma soprattutto al Nord, riuscì a strappare un minimo di identità diversa nella trattative con i vincitori che comunque la considerarono una sorta di paese a sovranità ed economia limitata per diverso tempo, in modo particolare a sovranità britannica.

“Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Disse De Gasperi di fronte ai vincitori in un nobile discorso che resterà famoso per la sua dignità e per la giusta rappresentazione di quello che era allora lo spirito nazionale prevalente.

Ma dopo la fuga della Monarchia e di tutta la corte si può dire che con grande difficoltà e con ostacoli immani, inizia anche il percorso della ricostruzione, inizia il percorso della rinascita di tanti paesi e di una nazione. Questa volta, vera, unita e democratica.

La nascita della Repubblica Italiana avvenne, nel 1946, il 2 giugno, con i risultati del referendum. L’Assemblea Costituente fu, in Italia, l’organo legislativo elettivo preposto alla stesura di una Costituzione per la neonata Repubblica e che diede vita alla Costituzione della Repubblica Italiana nella sua forma originaria. Le sedute si svolsero fra il 25 giugno 1946 e il 31 gennaio 1948. In quei giorni, uomini e donne di idee diverse, di storie diverse gettarono le basi della seconda Italia. Quella democratica e repubblicana, che ancora viviamo e che dobbiamo ricordarci di difendere quotidianamente, nei suoi valori fondamentali.

Fu una risposta unitaria delle forze democratiche che si organizzarono all’interno del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) organismo che si interfacciò con gli eserciti alleati soprattutto nella parte finale della guerra. Forse solo con l’eccezione dell’esecuzione di Mussolini, che fu opera e decisione autonoma di alcune brigate partigiane. Ma non poteva che essere così. La storia a volte ha percorsi obbligati, anche se crudeli,  nel suo cammino.

Oltre al ruolo ampiamente valorizzato della Resistenza, in generale e qui da noi ricordato anche da Gaetano Fiacconi, gli eserciti alleati ebbero un ruolo decisivo nella liberazione dell’Italia, e del nostro territorio. A centinaia caddero qui da noi, a loro dobbiamo eterna gratitudine. E dobbiamo un maggiore spazio nella ricostruzione storica. Che è uno degli obbiettivi di questa nostra iniziativa.

Ma nel 1945 a Yalta il mondo si era già diviso ed aveva creato le condizioni di dividere anche l’Italia e soprattutto i protagonisti interni della liberazione, dell’antifascismo e della Resistenza. Stati Uniti ed Unione Sovietica si erano spartiti il mondo. Fino a dove erano arrivati i rispettivi eserciti. Da Berlino ad est fu area sovietica, da Berlino ad ovest fu area americana.

Questa divisone fu, per la verità confermata anche dal voto popolare, che fu anche per la prima volta a suffragio universale, con la partecipazione anche delle donne.

La Democrazia Cristiana vinse nettamente e iniziò a governare l’Italia con diversi alleati nel corso del tempo, ma restando sempre il partito di maggioranza relativa e di maggiore controllo del potere in tutti i suoi livelli e settori. Un governo ed un potere che rimasero tali fino agli inizi degli anni novanta del secolo scorso. Per quasi mezzo secolo. L’opposizione si strutturò prima attorno al PCI ed al PSI. Poi con i governi del centro sinistra, cui partecipò anche il Psi, il ruolo di opposizione rimase in mano ai comunisti ed ad una debole destra ancora legata al ricordo del fascismo.

A livello economico quella nazione uscita in ginocchio, fu capace di una insperata e sorprende ricostruzione. Certo ci fu il Piano Marshall, i finanziamenti e gli investimenti americani e stranieri, ma ci fu anche tanto miracolo economico italiano. Tanto che in poco tempo, arrivammo ad essere fra le prime potenze mondiali dal punto di vista economico, in particolare nel settore manifatturiero, pur essendo praticamente privi delle vecchie e nuove materie prime.

E pur restando vittima delle ingerenze dei vincitori nei tentativi di autonomia che furono fatti. Esemplare fu l’assassinio di Enrico Mattei che da Presidente dell’Eni stava costruendo una via per l’autonomia energetica dell’Italia.

Il primo dopoguerra si concluse nel mondo ed in Italia con i grandi movimenti libertari ed egualitari della fine degli anni sessanta. I movimenti di protesta che presero poi il nome del “sessantotto” dall’anno in cui si verificarono le maggiori manifestazioni giovanili ed operaie, misero per la prima volta sotto accusa il tipo di sviluppo economico che si era imposto nell’occidente.

Uno dei principali effetti dei “favolosi anni sessanta “ fu in Italia la costituzione delle Regioni. Dovevano, nelle intenzioni, non solo applicare una previsione della Costituzione, ma essere, in quel momento, una risposta alla forte domanda di partecipazione e decentramento, di riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione. Avrebbero dovuto affermarsi le diverse forme di aggregazione dei comuni, l’abolizione delle Province e delle Prefetture, più una serie interminabile di Enti inutili. A parte qualche rara eccezione nel corso di questo mezzo secolo che abbiamo alle spalle, le Regioni per giudizio anche di alcuni dei suoi principali ideatori e realizzatori come Piero Bassetti, sono state un fallimento. La gestione della pandemia in questi mesi ne è una prova recente, e chiede con forza una ricostruzione del paese cha parta da una revisione del numero e delle competenze regionali.

C’è una data che a mio avviso fa da spartiacque, in Italia, fra tentativi di cambiamento e di realizzazione di una democrazia giusta e compiuta, e la sua interruzione più importante. E’ la data del rapimento di Aldo Moro, a marzo del 1978, la sua lunga prigionia e il suo assassinio. Un atto politico di una gravità storica assoluta. Viene ucciso il leader del partito di maggioranza storico del paese, che dopo l’esperienza dei governi di centro sinistra allargati ai socialisti, insieme con il leader del PCI di quegli anni Enrico Berlinguer , intendeva costruire un governo con il maggior consenso possibile di forze popolari, proprio sapendo gli interessi potenti che dovevano essere ridimensionati e controllati per realizzare le famose riforme di struttura. Questo disegno confliggeva non solo con l’estremismo infantile e criminale delle Brigate Rosse, ma anche con le due superpotenze che vedevano da questa esperienza messa in discussione quella divisione in blocchi del mondo che avevano sancito a Jalta, nell’immediato dopoguerra.

Ci sono biblioteche intere che confermano ormai questa lettura e resta scolpita nei ricordi dei familiari di Moro, che raccontano lo smarrimento ed il terrore del loro congiunto di ritorno dal suo ultimo viaggio negli Usa, poche settimane prima del varo del governo che prevedeva l’astensione del PCI.

Da quei giorni in poi la storia di Italia si avvitò dentro la grande svolta del neoliberismo che agli inizi degli anni ottanta si affermò in Gran Bretagna con i governi della Thatcher e negli Usa con quelli di Reagan. Neoliberismo che intendeva uscire da una crisi, in cui veniva chiesta una redistribuzione mondiale delle risorse, rispondendo con il massimo dello sviluppo della libertà d’azione dei capitali nel mondo, senza vincoli e regole di sorta, e con un progressivo passaggio di potere dai capitali d’origine produttiva a quelli di origine finanziaria.

 Anni e strategia che portarono alla sconfitta del tardivo tentativo di riforma di Gorbacev all’interno dell’Urss, ed al crollo del Muro di Berlino ed alla disintegrazione delle repubbliche socialiste sovietiche e del blocco di paesi satelliti, Quello appunto deciso e nato a Jalta nel patto tra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale.

Con la fine dell’Urss i processi iniziati con il neoliberismo degli anni ottanta hanno un campo sterminato aperto. Anche perché le forze della sinistra che nel corso del Novecento avevano difeso gli interessi delle fasce popolari e delle nazioni più deboli, non sono più in grado di avere strategie adeguate né nei singoli stati e tantomeno a livello internazionale. Protagonisti dello sviluppo della globalizzazione senza regole sono sia i presidenti americani conservatori sia quelli democratici.

Ma con l’ingresso della Cina nel WTO ed il finanziamento da parte degli stati arabi detentori dei pozzi petroliferi, all’estremismo islamico, cambiano gli scenari ed i protagonisti a livello mondiale. Gli Usa sono colpiti, con l’assalto alle Torri Gemelle, per la prima volta nella loro storia, all’interno e nel cuore del loro territorio e s’impone quel multilateralismo in cui siamo tuttora coinvolti. Anche se la potenza imperiale superiore resta quella americana.

In Italia la fine della prima repubblica è sancita da quella serie di scandali e di processi per corruzione che coinvolge quasi tutti i partiti politici che avevano segnato la storia repubblicana nei suoi primi cinquanta anni. Si sciolgono la DC ed il PSI, il PCI avvia una travagliata e contraddittoria trasformazione. Entrano al loro posto in campo forze politiche del tutto nuove come la Lega e Forza Italia di Berlusconi. Fino alla nascita del Movimento Cinque stelle all’inizio del nuovo secolo. Il Pds, nato dal PCI, cancella dal suo simbolo la quercia e la falce e il martello, prende la rosa e diventa prima Ds, poi si unifica con gli eredi popolari della Dc e diventa PD.

 Sono anni di una continua ricerca di un nuovo equilibrio nazionale e di un nuovo sistema politico. Ma alla prova dei fatti nessuno dei partiti e delle coalizioni che si sono avvicendate in questa seconda repubblica è stato all’altezza delle gravi difficoltà e delle grandi esigenze.

Nel frattempo anche l’entrata nell’euro, fatta in modo impreparato da una nazione con una economia indebolita ed un debito pubblico enorme, di fronte ad un consolidarsi di una Comunità Europea sempre più incentrata sul monetarismo e trainata da una Germania unificata ormai potenza prevalente, aggrava squilibri e problemi.

Fino al marzo dello scorso anno. Fino alla pandemia che ha travolto il mondo anche se in modo diverso. E che ha segnato in termini di danni, l’Italia più che altri paesi. Con numeri record per i morti , le persone colpite i danni economici.

Colpiti in profondità anche le relazioni umane e gli stili di vita. Entrato forse nella consapevolezza di tutti il senso del limite che dobbiamo darci per preservare la vita di questo nostro pianeta.

E’ difficile stimare i danni complessivi di questa tragedia che ha colpito il mondo intero in questi ultimi due anni, ma le correlazioni con la seconda guerra mondiale e le sue distruzioni, soprattutto qui in Europa, e da noi, non sono del tutto fuori luogo.

In entrambi i casi siamo chiamati ad una opera di ricostruzione ed in entrambi i casi la qualità di questa ricostruzione sarà decisiva per gli anni, e i molti decenni futuri. In entrambi i casi si chiede il massimo dello sforzo a tutti i cittadini, alle forze politiche, alla cultura, alla scienza.

“Nulla potrà essere come prima”, è stato lo slogan in voga dei primi giorni di pandemia. Forse con un eccesso come tutti gli slogan. Ma sarebbe mortale che tutto restasse come prima.

E’ il momento più eccezionale che viviamo da quegli anni, il 1944 ed il 1945.

Il governo Draghi di unità nazionale imposto dalla crisi dei governi precedenti e dal Presidente Mattarella è l’ultima carta che ci resta.

E’ La risposta più adeguata. Ma non sappiamo quanto durerà, non sappiamo cosa faranno i partiti quando riprenderanno il sopravvento. Sappiamo però che i mesi e gli anni che ci attendono saranno decisivi. Non solo per la lotta al virus, ma anche per l’utilizzo responsabile dei fondi europei per la ricostruzione, per le riforme da sempre rinviate che ora vanno obbligatoriamente fatte. Crescita, imprese, lavoro, Fisco Pubblica amministrazione, giustizia transizione ecologica

Con una certezza. Occorre ricostruire dal basso, dai paesi, dai territori, dalle città , dalle reti delle città. Prima ancora che da quelle metropoli diffuse che sono state, per il loro disumano sviluppo incontrollato, i focolai della pandemia. Bisogna ripartire dai “paesaggi scartati” da questa globalizzazione sbagliata e senza futuro.

E dall’Europa, che diventerà sempre più la nostra nazione. Europa diversa, più equilibrata, più sociale, più mediterranea, meno fiscale. ma pur sempre Europa.

Perché noi siamo, Italia, da soli non andiamo da nessuna parte, come nel 1944, basta guardare la nostra economia e le caratteristiche delle nostre esportazioni ed importazioni.

Ma siamo anche nella storia, la culla della civiltà europea. Quella dei diritti e delle libertà democratiche. Civiltà che ancora da nessuna parte ha avuto espressioni e realizzazioni migliori.

Serviranno eserciti di liberazione fatti da cittadini consapevoli, servirà un nuova resistenza se i privilegi continueranno ad occupare le nostre terre.

Servirà una ricostruzione per noi tutti, ma soprattutto per i nostri nipoti ed i nostri figli. Per difendere ancora, anche se in modo diverso, le nostre torri ed i nostri campanili, che colpiti al loro interno da bombe nuove e sconosciute sappiamo, anche oggi, feriti. Torri e campanili che sono la nostra storia e che, comunque, ricostruiremo.

Gianni Fanfano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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