Home Rubriche Rassegna Stampa Contro la crisi strumenti nuovi. E se chiudesse Sviluppumbria?

Contro la crisi strumenti nuovi. E se chiudesse Sviluppumbria?

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Il profondo cambiamento necessario in tutte le Regioni, a cominciare da una piccola come l’Umbria, per destinare risorse al mondo del lavoro e dell’impresa e non ad altro. E’ il tema di un interessante articolo comparso sul Messaggero. (N.d.R)

dal MESSAGGERO UMBRIA di Marco Brunacci

Su una cosa i padri fondatori del patto che qui regge l’attuale legislatura, dopo elezioni vinte con un vantaggio mai così esiguo nella storia dell’Umbria, e nonostante la fretta imposta a tutti i protagonisti della maggioranza nel novembre scorso dalla segreteria Leonelli, sono stati chiari. Per affrontare la crisi aggressiva, tenace e profonda come non se ne erano viste dal periodo post bellico ad oggi, vanno schierati sul terreno strumenti nuovi. Armi moderne e precise contro un nemico forte e subdolo. Non a caso, allora, in questi giorni di riflessione in attesa di un settembre tanto pieno di incognite, a chi sta a cuore la sorte della fragile Umbria viene da chiedersi se Sviluppumbria serva o se ne potrebbe fare addirittura a meno. Può sembrare un peccato di lesa maestà nei confronti del salotto buono dell’economia pubblica regionale, gestito da una mente raffinata e lucida come quella di Mauro Agostini, ma questa crisi irrispettosa e maleducata impone di prendere in esame tutte le possibilità.

La Regione è in una posizione complicata: è parte del problema ma, giocoforza, dovrà essere anche il motore della soluzione. Deve scegliere gli abiti giusti per la stagione nuova. Sviluppumbria – al di là di una gestione che non si trova facilmente nel pubblico – viene da una storia recente di bulimia. Come da richiesta della casa madre che è la Regione, si è mangiata l’Api come il Centro agroalimentare e altro ancora. Il risultato? Il dimagrimento della Regione c’è stato solo sulla carta. Sviluppumbria è cresciuta di peso. Ogni volta che si pensa a dismettere un ferro vecchio pubblico si pensa di trasferirlo nella pancia della povera finanziaria regionale. Privatizzare è bestemmia, ma anche usare la più moderata sussidiarietà (per dirla a spanne: il privato che soccorre dove possibile il pubblico) non è finora rientrato negli obiettivi della Regione. Un po’ per pigrizia, un po’ per cultura generale, un po’ per una mancanza di ambizione oggi non più ammissibile.

Sviluppumbria rischia di diventare società omnibus, proprio in un momento in cui servono “mission” mirate. Se dopo i pasti ipercalorici di questi anni, si aggiungesse al menù anche Gepafin, Sviluppumbria dovrà pensare a spot per la festa del Tulipano nel mentre presta garanzie per mutui alle aziende che tentano di sopravvivere alla congiuntura infame? Ma volendo commettere il peccato di pensare male, ci può essere anche il rischio – chi puoi mai dire? – che finisca fuori controllo della casa madre-Regione o addirittura in contrapposizione. Non succederà mai, però bisogna dirsi tutto come giusto in ogni matrimonio duraturo. Potrebbe essere possibile che la Regione abbia bisogno di risparmiare e Sviluppumbria di investire. E i tempi e i modi non coincidano. Per questo bisogna tenere i dossier sulle società partecipate dalla Regione tutti aperti e ben visibili. Il momento è di svolta. Non servono gli slogan che farciscono anche la relazione della segreteria regionale del Pd, ma bisogna trovare soluzioni puntuali a problemi stringenti. Se si devono aiutare le imprese a stare sul mercato internazionale, chi deve fare il lavoro? Con quali soldi? Con quali competenze? È immaginabile che almeno qui, tanto per cominciare, si mobilitino le forze imprenditoriali di questa regione, tra Camere di commercio, Confindustria, Confcommercio, Confesercenti e tutti gli altri, e trovino un modo per dare braccia e gambe a una prova di sussidiarietà virtuosa. L’internazionalizzazione facciamola fare ai privati e vediamo come funziona. Non è forse questo investire sui corpi intermedi? Non è questo allargare lo spettro delle armi da usare nella crisi? E se per questa fase si dovessero immaginare strumenti leggeri, flessibili, necessariamente transitori, pronti ad archiviarli nel momento in cui non servano più? In- somma, se fosse questo il momento di mettere un po’ di fantasia al potere? In

questo contesto, come evidente, il problema non è sapere quale è il destino di Sviluppumbria, che può chiudere o restare per sempre, magari smettendo però di stramangiare per mostrarsi più attraente alla prova costume. Il problema è farsi trovare all’altezza della grande sfida di settembre: far rifiatare l’economia regionale per dare speranze ai troppi giovani che non hanno lavoro e alle tante aziende che non vedono orizzonti.

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