Home Rubriche Rassegna Stampa Voto in Umbria. Luca Ferrucci «In Umbria la conservazione è trasversale»

Voto in Umbria. Luca Ferrucci «In Umbria la conservazione è trasversale»

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 Dal Giornale dell’Umbria di Pierpaolo Burattini

 Continua il giro d’orizzonte tra storici, sociologi, economisti e intellettuali per cogliere a fondo quanto è avvenuto in Umbria con le recenti elezioni regionali. Dopo Roberto Segatori, Claudio Carnieri, Ruggero Panieri di Sorbello e Alessandro Campi, continua la serie di interviste a sociologi, storici, economisti e intellettuali per dare una lettura, sotto diverse angolazioni, di quanto avvenuto in Umbria in occasione delle ultime elezioni regionali. Oggi è la volta del professor Luca Ferrucci.

II voto sotto la lente di un economista. Concetto chiave? Dualismo tra innovatori e conservatori, tra chi crede che restare aggrappati ai vecchi schemi possa ancora essere un’ancora di salvataggio e chi rischia, giocandosi la partita in mare aperto fuori dalle vecchie tutele e lontano dagli antichi e amati orticelli.

Luca Ferrucci, professore ordinario di Economia e management delle imprese all’Università di Perugia, nel suo accento toscano cantilenante divide in due il campo da gioco uscito dalle elezioni regionali, vedendoci sopra delle squadre senza granitiche fedi identitarie e tanto meno divise in modo tradizionale dai valori di “destra” e “sinistra”: il discrimine o «dato strutturale che viene da lontano», come afferma Ferrucci, è che «queste elezioni regionali hanno evidenziato che, sparpagliati un po’ ovunque, ci sono innovatori e conservatori: la verità è che la pesante crisi economica ha portato a rinchiudersi nella torre d’avorio delle “vecchie certezze” un pezzo ampio del ceto politico-imprenditoriale e culturale di questa regione, mentre ci sono state delle minoranze che in questi anni hanno sfidato i mercati a “mani nude” e che si sono affrancate da tutte le tutele».

Professore, nella nostra regione quali caratteri politici assume la conservazione?«La conservazione è strettamente legata ad una logica di sopravvivenza dei singoli attori sociali. La crisi economica così intensa ha distrutto e lacerato legami, portando alla separazione tra i vari attori dell’economia. Cosi, la pubblica amministrazione si è concentrata sui tagli e la spending review; le banche hanno razionato il credito, aumentato i tassi alle piccole imprese e cercato di limitare le sofferenze sugli impieghi; le famiglie hanno ridotto i consumi a fronte dell’incertezza sui redditi attuali e futuri; le imprese hanno tagliato i costi, fatto ricorso agli ammortizzatori sociali, hanno interrotto gli investimenti; e così via. Insomma, ogni attore sociale ha cercato di salvarsi con una strategia di sopravvivenza, scaricando quando possibile su altri attori i propri problemi. La strategia di sopravvivenza è pienamente legittima e doverosa nel breve periodo. Occorre pensare a limitare i propri danni per salvarsi. Non importa ciò che accade agli altri, l’importante è salvare noi stessi. Ma questa strategia individualista è valida solo nel breve periodo e ha il grande difetto di portare gli attori politici, sociali e economici a recidere i legami tra di loro, legami e relazioni cooperative e collaborative che invece sono essenziali per tornare a avere una strategia di crescita (e non solo di sopravvivenza). In sostanza, più miriamo alla sopravvivenza, più recidiamo legami con gli altri, più si allontana la possibilità di invertire la rotta del declino e della crisi collettiva. E tutto questo è particolarmente vero per una regione piccola come l’Umbria. Non solo, la crisi ha reciso legami e relazioni anche tra le imprese, i lavoratori e i loro corpi intermedi, come le associazioni di categoria imprenditoriale o quelle dei lavoratori».

Corpi intermedi che appaiono in grave crisi…

«È indubbio che la crisi di rappresentanza di questi corpi intermedi fosse già in atto prima dell’arrivo della crisi economica ma, con essa, tali legami sono diventati ancora più fragili. Ma un mondo senza legami e senza fiducia tra attori economici è inevitabilmente destinato a volare basso, a fronteggiare il declino ma non a costruire nuove polarità di crescita. Ecco perché lo schema interpretativo destra-sinistra non funziona più per cogliere una realtà del genere, in una battuta si potrebbe dire che la conservazione è traversale agli schieramenti politici, cosi come ai blocchi sociali. Il discorso non riguarda solo la classe politica, ma ogni ambito. Ci sono imprenditori che in questi anni hanno puntato sull’internazionalizzazione dei propri prodotti e chi invece ha continuato ad essere legato alla tutela del pubblico e questo ha creato quel dualismo tra chi ha avuto il coraggio di muoversi in mare aperto e chi è restato aggrappato alle varie rendite di posizione. Ma queste ultime o sono molto più deboli che in passato, o stanno scomparendo. Il mondo del passato fondato sulle relazioni collusive e protezionistiche tra talune imprese e parti della pubblica amministrazione è definitivamente venuto meno. I legami perniciosi, conservatori, finalizzati a valorizzare economicamente rendite di posizione o di relazione si sono fortemente indeboliti. Il futuro dell’Umbria sta nelle mani di coloro che, invece, sanno rischiare e investire, che hanno saputo creare occupazione sana e qualificata, che in questi anni di crisi si sono “emancipati” da questa terra per generare ricchezza da riportare in questa regione. Sono le imprese che si sono intemazionalizzate, che hanno innovato, che non sono dipendenti da mercati regionali alimentati da spesa o sussidi pubblici. Sono questi gli attori che servono all’Umbria e che costituiscono il baricentro del cambiamento virtuoso. Oggi è solo l’alleanza tra profitti sani e salari dignitosi, contro le rendite economiche parassitarie di soggetti pubblici e privati, che può far tornare l’Umbria a crescere e ad offrire spazi ed opportunità ai nostri giovani qualificati».

Facciamo degli esempi.

«Va bene. Facciamo degli esempi per mostrare se, nel corso degli ultimi anni, siamo stati dalla parte delle rendite di relazione, oppure dei profitti sani e rischiosi che generano occupazione dignitosa. Siamo certi di aver speso bene i soldi pubblici nel sostenere i nostri poli per l’innovazione? Davvero tutti i poli per l’innovazione hanno dimostrato performance tecnologiche, economiche, occupazionali e sociali coerenti con i soldi pubblici che hanno ricevuto? Le politiche per l’internazionalizzazione portate avanti hanno davvero alzato l’asticella oppure ancora oggi molti, troppi soggetti pubblici e misti vanno per la loro strada, mobilitando però ingenti risorse pubbliche? Abbiamo davvero realmente fatto politiche per lo start up delle imprese giovanili qualificate in tutti i settori dell’economia? Abbiamo ancora bisogno di agenzie regionali per lo sviluppo economico, rischiando di donare l’assessorato regionale pertinente? Sono domande dove si possono intravedere ombre di conservatorismo che minano le basi del cambiamento virtuoso dell’Umbria che auspicabilmente dobbiamo realizzare».

II ruscello della spesa pubblica si è andato esaurendo e le vecchie amate nicchie non bastano più.

«Questo è uno degli aspetti del problema, ma non il solo. La globalizzazione impone un modo di pensare che è all’opposto di quello del “conservare”, perché punta sulla qualità delle idee e sulla loro applicabilità e nel mercato della politica vale la stessa cosa. A me hanno fatto un po’ sorridere quegli esponenti di centrosinistra che, all’indomani del voto, hanno fatto salti di gioia per festeggiare la vittoria, mentre mi aspettavo una fase di riflessione e approfondimento dei dati. Credo che questa sia stata fatta o verrà fatta da quei dirigenti più avvertiti: l’Umbria, dal punto di vista politico, è entrata dopo svariati anni in una situazione di contendibilità».

Professore, traduciamo: in Umbria ormai la vittoria elettorale può essere a portata di mano anche del centrodestra.

«L’Umbria è divenuta politicamente contendibile. Non più singole città, ma l’intera regione. Ciò è un bene. La contendibilità – come nel mercato dell’economia – rompe vecchi monopoli e stimola le forze politiche, sia di governo che di opposizione, a migliorarsi per intercettare i nuovi e vecchi bisogni della comunità. Senza contendibilità politica vi è spazio solo per una dinamica della storia che rafforza rendite di posizione, riduce il rinnovamento della classe dirigente e isterilisce i progetti di cambiamento politico della società. La competizione spinge gli schieramenti a dare il meglio e non ad attardarsi in alchimie, equilibrismi e dispute personalistiche che ormai annoiano anche gli addetti ai lavori. Nei prossimi anni la sfida da un punto di vista politico ed economico sarà coincidente».

Qual è il punto di coincidenza?

«In Umbria c’è un patrimonio nascosto che è quello dei giovani con un livello di istruzione molto alto, che fino ad oggi sono stati costretti a giocarsi le loro carte lontano dall’Umbria. Se il mondo politico e quello economico riusciranno nei prossimi anni ad imboccare la strada dell’innovazione in modo da creare occasioni di crescita, sono sicuro che questo gruppo sociale sarà uno dei volani della ripresa economica e del rinnovamento sociale e culturale di questa regione».

Tornando alla contingenza politica, come giudica la performance del blocco politico di centrodestra?

«Claudio Ricci ha dimostrato di essere un amministratore capace e oculato e, in parte, questo gli è stato riconosciuto dal voto degli elettori. Il problema è il resto della coalizione e in particolar modo i messaggi populistici fatti transitare da Lega e Fratelli d’Italia. Alla fine mi sembra che abbia prevalso il radicalismo e che questo abbia in qualche modo spaventato la maggioranza degli elettori umbri e danneggiato complessivamente lo stesso progetto politico del centrodestra».

Sul lato del centrosinistra?

«Il centrosinistra ha vinto con un margine risicato. Meno del 25% degli elettori totali hanno espresso questa preferenza. L’astensionismo, il centrodestra e il Movimento Cinque Stelle hanno fatto il resto. E ciò deve costituire un motivo di forte riflessione. Ha pesato non solo la crisi economica, ma la stanchezza del suo elettorato tradizionale a fronte di continui cambiamenti nella leadership nazionale di riferimento. Basti pensare che i nostri più importanti esponenti politici regionali – la presidente Marini e il sottosegretario Bocci – negli ultimi cinque anni hanno dovuto adattarsi a cambiamenti nei loro riferimenti nazionali: da Bersani a Letta, a Fioroni, a Cuperlo, a Orsini, a Renzi. Insomma, un po’ di stabilità nelle leadership nazionali aiuta ad estendere gli orizzonti e le decisioni della politica umbra. Un leader regionale che si trova a subire continuamente cambiamenti nei suoi referenti nazionali mira alla sua sopravvivenza politica e quindi elabora orizzonti e scelte di breve periodo, esattamente il contrario di quello che serve all’Umbria. L’orizzonte breve della politica produce gli stessi effetti nefasti degli orizzonti brevi dell’economia: la speculazione prende il sopravvento rispetto agli investimenti rischiosi di lungo periodo. Da questo punto di vista mi sento di esprimere un sincero apprezzamento alla presidente Marini: ha dovuto navigare, in questi cinque anni, contestualmente con la turbolenza dell’economia e della politica nazionale del Pd. Un lavoro non semplice».

Il Governo regionale sarà all’altezza del compito?

«Non mi sento di esprimere giudizi di questo tipo. In astratto, tutti i governi pubblici dalle amministrazioni municipali a salire possono essere composti da tre tipologie di assessori. La prima è quella degli assessori routine, quelli che si limitano a firmare gli atti prodotti dai dirigenti. In questo caso, il potere non sta nelle mani degli amministratori ma in quelle della corporazione dei dirigenti pubblici. La seconda tipologia sono gli amministratori allocatori di risorse pubbliche alle micro lobby locali. Sono amministratori al servizio del potere di questi ultimi, alimentano rendite di relazione e sono funzionali a orizzonti di breve periodo. Infine, vi sono amministratori che esprimono loro progettualità di cambiamento: essi hanno una capacità di analisi della situazione, selezionano le priorità, ascoltano i bisogni, le categorie sociali e definiscono le azioni sulle quali puntare e poi sanno circondarsi di persone competenti e capaci, non raccomandati. Le prime due tipologie di amministratori, nella logica del dualismo detto all’inizio, appartengono ai conservatori; la terza tipologia è invece quella che serve all’Umbria per innovare e cambiare e soprattutto dare un futuro ai nostri giovani. Se proprio posso vedere una criticità nell’assetto di governo dell’Umbria è la continuità, secondo me eccessiva, con il metro della rappresentanza delle fazioni politiche e dei localismi territoriali. Una regione di poco più di 900mila persone che ragiona ancora in termini di localismi nella rappresentanza di governo e non di competenze vere e dimostrabili, si rende maggiormente vulnerabile rispetto alla velocità del cambiamento in atto su scala globale. E anche il criterio della rappresentanza delle fazioni della politica non funziona molto bene se è vero che la coalizione di centro sinistra ha vinto prendendo solo poco più del 23% degli aventi diritto al voto. Quindi un governo che possa guardare a tutti gli umbri, o comunque anche ad una parte consistente che non ha votato o che ha espresso il voto al di fuori dei confini del centro sinistra. Ma sono convinto che la presidente Marini saprà unire l’equilibrismo della politica contingente con le esigenze vere del cambiamento dell’Umbria. Il fatto che lei si sia riservata competenze e deleghe importanti significa che intende guidare bene i processi di cambiamento necessari e auspicabili in questa regione».

(5/continua)

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