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Voto in Umbria. Clementi «Stop alle rendite, ora serve coraggio»

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Dal Giornale dell’Umbria di Pierpaolo Burattini

Dopo Roberto Segatori, Claudio Carnieri, Ruggero Panieri di Sorbello, Alessandro Campi, Renato Covino, Urbano Barelli, Gustavo Lamincia, Bruno Bracalente e Sergio Socchi, continua la serie di interviste a sociologi, storici e intellettuali per dare una lettura, sotto diversi punti di vista, di quanto avvenuto in Umbria in occasione delle ultime elezioni regionali. Oggi è la volta del professor Francesco Clementi.

«Contendibilità? Bisogna capirsi per cosa si intende per contendibilità politica. Se si intende che gli storici blocchi sociali di riferimento ci sono sempre meno e che l’elettorato è meno ideologizzato e socialmente più disponibile a cambiare idea, in franchezza, devo dirle che l’Umbria è, da tempo, contendibile. Basta volerlo davvero».

Il dialogo del Giornale dell ‘Umbria con Francesco Clementi, professore associato confermato di Diritto pubblico comparato nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Perugia, parte da qui. Piccola annotazione di contesto: Clementi ha collaborato al programma istituzionale del premier Matteo Renzi, presentato alle primarie del Pd nel 2012.

Professore, qual è il dato più rilevante uscito dalle ultime regionali?

«Ogni elezione è figlia del suo tempo e delle condizioni di contesto politico-sociale in cui si arriva al voto. Tuttavia, a mio avviso, in questa tornata regionale si sono registrati innanzitutto almeno tre grandi fenomeni. Il primo è la conferma che gli elettorati “storici” di riferimento sono sempre più deboli, ossia che l’elettore è divenuto più mobile nel suo voto. Le ragioni sono tante, e sappiamo bene che i comportamenti elettorali sono il frutto di tanti fattori, compresi sentimenti come l’insicurezza e la paura; elementi che possono portare gli elettori a scegliere formazioni politiche populiste, vocate al semplicismo nella lettura dei problemi, considerandole erroneamente un porto sicuro dove rifugiare le proprie insicurezze. E certamente questo è accaduto, come è già stato detto, nelle ultime elezioni se si guarda ai flussi elettorali e al fatto che vi sono stati più anziani che hanno votato per la Lega e più giovani che hanno votato il M5s. Eppure, continuo a pensare che un voto più mobile sia comunque un fatto positivo, perché mostra il progressivo passaggio del votare come atto fideistico di delega a qualcuno, ad atto, in qualche modo, più ragionato, in quanto deideologizzato. Naturalmente, questo non vuol dire che tutti gli elettori siano più consapevoli nel loro votare: ma un voto meno ciecamente dato, in genere, è un voto migliore. Il secondo fenomeno è la persistenza di un forte astensionismo, crescente ormai pure tra le fasce di elettori politicamente più attrezzate: segno evidente di una debole credibilità della politica e, a maggior ragione, di un’offerta politica vecchia e autoreferenziale, non tale da convincere in profondità l’elettorato, che ritengo – ha percepito esattamente che la “rottura” e il cambiamento proposto, al di là delle parole, era comunque debole, superficiale, vorrei dire “finto”; insomma, non realmente in discontinuità culturale con il passato».

E questo vale per tutti i partiti?

«Vale per tutti i partiti, perché il conservatorismo, che – ha ragione Luca Ferrucci – è per sua natura trasversale, in quanto fondato sulla rendita di posizione, non fa distinzione tra destra, sinistra e centro. Tuttavia, evidentemente, è più grave per quelle formazioni politiche che aspirano chiaramente al governo, in quanto sono i primi a mostrare con questo atteggiamento che non hanno idee forti per affrontare i problemi, e visioni chiare per migliorare le cose. I partiti maggiori hanno fatto come i bambini, provando ad evitare un vero confronto».

Mi faccia fare una battuta: sarà per timidezza e un certo understatement comportamentale? «Sarebbe bello poterlo dire. E mi piacerebbe stare al gioco. Ma chiaramente, proprio no. Hanno scelto quella strada per paura e per mancanza di argomenti forti. Un comportamento, come è evidente, che ha il fiato corto. Perché, l’elettore ormai nell’urna ci vede bene e punisce per primi – ma non è una notizia, credo – proprio quei partiti di governo che si comportano così. Sono loro i primi a pagare il prezzo dell’incoerenza in favore delle formazioni politiche populiste, soprattutto in un tempo nel quale drammaticamente “spararla grossa” e “farla facile” non è considerato più un modo imbecille di affrontare i problemi».

Chiaro. E il terzo elemento?

«Da qui, appunto, al terzo elemento, ossia che – a differenza di quanti molti sostengono e soprattutto hanno sostenuto nell’ultimo anno anche in Umbria – le regole contano e i meccanismi che trasformano i voti in seggi, ossia le leggi elettorali, fanno – eccome! – la differenza. Queste possono infatti incentivare ed accompagnare il cambiamento richiesto dagli elettori tramite la capacità dei partiti di farsi interpreti di ciò; oppure, al contrario, proprio tramite i partiti, questo può essere represso ed evitato, trovando soluzioni tecniche di comodo, utili ai partiti più che agli elettori. E questo, purtroppo, è avvenuto in Umbria, quando è stata approvata, come noto, pure a ridosso della scadenza della consiliatura regionale, una legge elettorale fatta soprattutto intorno alle esigenze dei partiti più che intorno, appunto, a quelle degli elettori. Eppure, giocare al “piccolo chimico” per evitare di confrontarsi con gli elettori, cercando la pozione magica per apparire quello che non si è, non è mai un buon modo per acquistare credibilità e dimostrarsi all’altezza delle sfide che il governare sempre più chiede. Si è insomma chiaramente visto che i partiti, in primis i maggiori, si sono voluti proteggere, arroccandosi contro gli elettori nel timore che il confronto vero – quello senza paracadute automatico, quello che ti costringere a fare una battaglia reale per la sopravvivenza potesse voler dire rischiare davvero il posto. Ed è un problema che ha innanzitutto, naturalmente, chi è governo. Per questo mi è sembrato assai miope e controproducente approvare una legge elettorale di tal fatta. Perché risalire la china della credibilità con gli elettori dopo averli respinti è più difficile».

Questo apre spazi di contendibilità politica vera, quindi?

«Bisogna capirsi per cosa si intende per contendibilità. Se si intende che gli storici blocchi sociali di riferimento ci sono sempre meno e che l’elettorato è meno ideologizzato e socialmente più disponibile a cambiare idea, in franchezza, devo dirle che l’Umbria è, da tempo, contendibile. Basta volerlo davvero. Se parla elettoralmente, ossia che possano vincere altri diversi dal centrosinistra, beh, questa è una possibilità che è sempre li, a disposizione di chiunque abbia la capacità di trovare consenso nell’elettorato. Certo, appunto, molto dipende dalle regole: non aver voluto introdurre – come ad esempio in Toscana – strumenti e meccanismi che consentissero una reale contendibilità, ha reso evidente a tutti la voluta scelta di comodo, rispetto alla quale, peraltro, francamente, non ho visto neanche grandissime barricate da parte del centrodestra per evitare tutto ciò, che non fossero, mi si consenta, una ben fatta “ammuina”».

Come giudica allora il risultato del centrodestra?

«Su queste basi, mi pare evidente, quindi, che si confermino due dati. Il primo. Permane una forte frammentazione, culturale prima che politica, che determina a scalare una forte incapacità di aggregare convincenti alleanze tra soggetti realmente interessati all’innovazione; un fatto che è più del mero tentativo di cambiamento politico, passando dall’opposizione al governo. Perché allearsi per vincere, non basta; e, per stare alla sua domanda al solo campo del centrodestra, l’esperienza dei governi Berlusconi dovrebbe dimostrarlo con chiarezza che serve di più. Molto di più. Un di più di capacità di aggregare l’innovazione che – mi pare chiaro – sia per lo più mancato. O forse, fino in fondo, non voluto».

E poi?

«Che se è ormai chiaro ai più che senza un vero leader non c è proposta politica, va anche detto che – al contrario – senza partito non c’è leader che tenga. Perché nessuno vince da solo. E, se vuole, il caso Renzi, se non viene studiato con superficialità, lo dimostra con grande chiarezza. Ecco: questa mi pare una lezione che forse il centrodestra umbro ancora non ha compreso appieno».

Quali mosse dovrebbe compiere la giunta regionale.

«La Giunta ha un compito molto difficile: perché il voto ha dimostrato che l’elettorato è stanco e non accetta più compromessi, e il sistema politico è friabile, con elettori sempre più disponibili al populismo; perché si è al secondo mandato del medesimo presidente, ed in genere è la classica situazione dove si preferisce – pure con un occhio a futuro – conservare comodamente piuttosto che rischiare, innovando in profondità; perché sono tempi difficili e complessi e la crisi sociale ed economica ancora bussa con forza alle nostre porte, e gli strumenti per farvi fronte sono progressivamente più deboli e meno ampi. Dunque, appunto, la Giunta e la sua maggioranza hanno un compito molto difficile, perché serve una nuova visione, non invece una comoda manutenzione. Vedo, almeno tre linee di intervento da perseguire, con efficacia e determinazione. Innanzitutto procedere ad una riforma della struttura del pubblico, alla luce dei “vecchi” principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione, proseguendo una lettura della società che vede il pubblico in funzione della società e non di se stesso. In tal senso, la presenza in Giunta di uno studioso attento proprio a questi temi come Antonio Bartolini mi fa molto ben sperare. L’obiettivo deve essere quello di “tornare all’essenziale”, eliminando le sovrastrutture burocratiche, i passaggi multipli, le plurime competenze che fanno perdere di vista chi è responsabile di cosa. Il terzo filone non può che essere quello di una maggiore collabo razione tra i soggetti della società per l’innovazione, evitando i vecchi metodi concertativi “dell’aggiungi un posto a tavola” per appianare potenziali contrasti, ed incentivando invece scelte strategiche quali, ad esempio, un rapporto strutturato, non episodico ne – mi si consenta – personalistico, innanzitutto con i soggetti come l’Università».

Mi pare chiaro, la campanella sta suonando l’ultimo giro. E allora: un consiglio alla presidente Marini.

«Non abbia paura di osare. Vorrei dirle, insomma, che i secondi mandati che fanno la differenza per gli elettori (e per come ti ricorderanno) sono quelli che hanno il coraggio di stupire per la capacità di affrontare, rischiando, i nodi strutturali che tutti conoscono e che nessuno però ha la forza – o la voglia, più spesso – di affrontare».

(Il/continua)

 

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