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Il voto in Umbria. Tosti «Il Pd ha cambiato pelle»

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Dal GIORNALE DELL’UMBRIA di Pierpaolo Burattini

Tosti «Il Pd ha cambiato pelle, decisivi i prossimi anni»

 

«Queste elezioni regionali, tra le altre cose, ci consegnano la mutazione genetica del Pd umbro che sembra definitivamente aver perduto, stando ai risultati elettorali, l’impronta derivante dall’eredità del Partito comunista e si è incamminato verso un orizzonte di centrosinistra».

Dopo Roberto Segatori, Claudio Carnieri, Ruggero Panieri di Sorbello, Alessandro Campi, Renato Covino, Urbano Barelli, Gustavo Lamincia, Bruno Bracalente, Sergio Sacchi e Francesco Clementi, continua la serie di interviste a sociologi, storici, economisti e intellettuali, per dare una lettura di quanto avvenuto in Umbria in occasione delle ultime elezioni regionali.

Oggi è la volta del professor Mario Tosti. I cattolici umbri cosa pensano e quali riflessioni hanno da fare sulle prospettive della nostra regione alla luce degli ultimi risultati elettorali? E soprattutto: da questo blocco culturale quali suggerimenti arrivano alla classe dirigente umbra intesa nel suo complesso? Identificare il “rappresentante” di una tradizione o di una linea di pensiero è sempre difficile e in diversi casi fuorviante, ma in qualche modo un rischio che si deve correre per dare spazio a un dibattito come quello che si è andato sviluppando su queste colonne.

I cattolici, dunque. Per questo e per altri motivi la parola passa a Mario Tosti. Piccola nota biografica, per dovere di cronaca: professore ordinario di Storia moderna all’Università di Perugia, docente di Storia della Chiesa presso l’Istituto Teologico di Assisi e presidente dell’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea.

Professor Tosti qual è il dato più rilevante uscito dalle ultime elezioni regionali?

«Le ultime elezioni regionali sono state, a mio parere, una piccola rivoluzione inavvertita. Sembrano, in apparenza, aver confermato prospettive politiche consolidate, ma in realtà hanno prodotto un vero terremoto di cui nel tempo vedremo gli effetti. E non intendo tanto sottolineare l’ingresso in consiglio regionale di forze tradizionalmente assenti dal panorama politico regionale, quali il Movimento 5 Stelle o la Lega, che animeranno sicuramente il dibattito politico che, diciamo la verità, nel passato è sembrato ad alcuni incanalarsi troppo nell’alveo del consociativismo e della trattativa quotidiana su poltrone e carriere personali, ma intendo soprattutto rimarcare la mutazione genetica del Partito democratico».

 

Fermi tutti, spieghiamo in cosa consiste questa mutazione genetica.

«Il Pd in Umbria sembra definitivamente aver perduto, stando ai risultati elettorali, l’impronta derivante dall’eredità del Partito comunista e si è incamminato verso un orizzonte di centrosinistra (senza trattino) che è stato il vero motivo della nascita del Partito democratico, che voleva mettere insieme, per governare il Paese, le migliori tradizioni politiche italiane del popolarismo, del socialismo democratico e del liberalismo».

 

Ci può spiegare questo concetto, meglio magari attraverso dei richiami storici?

«Il Partito democratico è nato per elaborare e applicare regole nuove, sviluppare nel linguaggio e nei comportamenti il significato profondo del nuovo soggetto politico; in realtà almeno in Umbria c’è stata una difficoltà a superare modelli ideologici e la forma partito ereditata dalla storia comunista e spesso il valore della politica si è esaurito in forme ideologiche e pragmatiche. L’ingresso in consiglio regionale di una generazione che poco ha avuto a che fare con la storia comunista può significare un’occasione storica per far crescere (ma forse è meglio dire nascere) in Umbria il Pd come auspicato dai fondatori: un partito leggero, flessibile ed aperto, non appesantito dall’apparato, più permeabile alla dinamica della pubblica opinione».

 

 

Sull’altro fronte, invece, come giudica il risultato del centrodestra?

«Certamente deludente. Hanno pesato molto sulle dinamiche elettorali le divisioni nazionali, ma certo è mancata una leadership locale in grado di costruire una coalizione competitiva. L’assenza di energiche direttive nazionali, conseguenza dell’abbandono di Berlusconi, la difficoltà da parte dei protagonisti locali a riconoscere una posizione di preminenza, con funzione di guida, ha favorito la “balcanizzazione” della galassia di centrodestra con il prevalere di logiche di tipo personale di cui hanno fatto le spese anche protagonisti indiscussi della politica regionale dell’ultimo decennio, che avevano dimostrato di saper attuare un’opposizione costruttiva, in grado di accompagnare le riforme e lo sviluppo del territorio regionale».

 

Ricci aveva le “carte in regola” per fare il candidato presidente?

«Claudio Ricci, per la sua storia personale e la capacità politica e di governo, dimostrata in una realtà complessa e internazionale come quella di Assisi, aveva le carte in regola per contendere il governo della Regione, ma ha pagato, appunto, le divisioni e qualche errore politico di alleanza che gli ha alienato il voto moderato, soprattutto cattolico, che vuole certo regole e ordine sociale ma non è disposto a incamminarsi su una deriva xenofoba e populista».

 

Il risultato del centrosinistra, al di là della contabilità numerica che ha comunque una sua importanza, può essere giudicato positivamente?

«La coalizione di centrosinistra ha vinto e ha confermato Catiuscia Marini alla presidenza della giunta regionale. Ritengo che sia stata una scelta giusta; la Marini è una donna di “sinistra”, ma tra coloro che si ritengono di sinistra esistono distanze siderali nel giudizio sulla democrazia, sulla politica, sulla vita degli uomini. Catiuscia Marini, anche per questioni anagrafiche, è una donna che sa bene che dopo 1″89 per collocarsi dalla parte del progresso non è più necessario impegnarsi in un’opzione ideologica e si è liberi di scegliere programmi e valori senza subire il modello sociale. In questo senso sono d’accordo con il collega Luca Ferrucci: se la parola progressista rappresenta una parte consistente dell’esperienza democratica della sinistra non è affatto automaticamente sinonimo di progressismo, anzi esiste ancora una sinistra non progressista, che nutre profonda diffidenza verso l’individuale e il privato. La presidente ha davanti a sé cinque anni nei quali dovrà, coni suoi assessori, snidare le sacche di conservatorismo presenti nella società e nell ‘ economia regionale e puntare a una modernizzazione politico-istituzionale e a una politica di equilibrio sociale di tipo riformista. La strada da percorrere è quella di dare nuovo impulso al Partito democratico ricostituendo innanzi tutto rapporti di reciproca stima con i cittadini, soprattutto con quelli che non hanno votato; per fare questo è necessario interpretare tutto il cambiamento avvenuto nel loro modo di pensare la politica e la rappresentanza. Conferenze e incontri, soprattutto quando interessano solo i delegati ufficiali del partito, non sembrano più sufficienti e devono configurarsi invece come l’espressione corale degli indirizzi politici della base, sorretta e integrata dalla partecipazione attiva di quanti nella cultura, nelle professioni, nella quotidianità del servizio sociale credono nei valori del riformismo».

 

Cosa deve fare il Pd?

«A mio avviso il gruppo dirigente si deve interrogare a fondo sul suo assetto territoriale e prendere decisioni che rafforzino l’autonomia degli organi politici rispetto ai ruoli istituzionali».

Quali sono, secondo lei, i compiti che dovrebbe affrontare la nuova giunta regionale?

«Prima di tutto osservo che nella composizione della Giunta la presidente Marini ha selezionato quanto di meglio offriva la lista degli eletti, integrandola con indiscusse competenze proveniente dal mondo accademico e dagli operatori pubblici. Ritengo che oggi agli amministratori, soprattutto a quelli elettivi, sia richiesta un’alta qualificazione, una convinta motivazione, una profonda competenza, insieme a una robusta onestà, tutte qualità che mi sembrano presenti nella squadra della presidente. Nel nostro Paese a volte pare che ci sia stato un “divorzio dall’efficienza”, un venir meno del senso di responsabilità, di controlli, che hanno prodotto malcontento e una vera e propria ripulsa verso l’azione dell’amministrazione pubblica».

 

E come si recupera questo rapporto di fiducia?

«La nuova amministrazione dovrà riuscire a dare un senso credibile alle espressioni : programmazione, indirizzo, controllo. Dovrà saper trasformare il potere in atti, anzi siccome amministrare in una società democratica significa sempre più accettare l’idea della maniera trasparente della trasformazione del potere in atti, non si dovrà solo garantire l’accesso agli atti e ai documenti da parte dei cittadini, ma rendere sempre più partecipata e pubblica l’azione amministrativa, in modo tale da riannodare quel rapporto di fiducia tra i cittadini e i poteri pubblici. La nuova giunta regionale dovrà avere come obiettivo quello di far tornare la Regione il luogo privilegiato per la resa dei servizi alla persona, favorendo un passaggio culturale fondamentale che prevede il passaggio dall’assistenzialismo alla società solidale che mentre cura con efficienza l’uso delle risorse pubbliche non rifiuta di assumersi gli oneri di ristabilire, per quanto possibile, le posizioni di libertà e di eguaglianza, di fatto non solo di diritto, tra i cittadini. In questo senso c’è forse bisogno di riconsiderare la situazione dei pregi e dei difetti dell’intervento pubblico; occorre cioè una valutazione attenta di ciò sulla base dei valori (sviluppo, occupazione) che hanno motivato a suo tempo gli interventi pubblici favorendo, là dove necessario, spinte alla privatizzazione. Altro punto programmatico strategico dovrebbe essere il rapporto con l’Europa che sempre più nell’opinione pubblica si va identificando con un sistema economico proteso allo concorrenza mondiale e non come un soggetto politico, sociale e umano capace di farsi protagonista di solidarietà. Dalla nuova Giunta deve partire una capacità di iniziativa forte e nuova che sul tema dell’Europa si affianchi a quelle economiche e anzi le oltrepassi in un grande sforzo culturale».

 

L’Umbria è davvero politicamente contendibile?

«I prossimi cinque anni saranno importanti, direi cruciali, per capire se l’Umbria è per davvero politicamente contendibile».

(12/continua)

 

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