“L’Umbria dopo l’Umbria”. Anche ad Orvieto ci si muove per “un’altra Regione” Presentato a dicembre il documento di "Comunità in Movimento". L’orizzonte della città Orvieto riparte

Orvietano, Trasimeno, e Valdichiana, tre realtà geografiche, economiche e politiche molto omogenee. Tre realtà collocate in un punto cruciale dell’Italia di Mezzo e delle rispettive regioni, in modo particolare quelle umbre. Collocate nell’asse infrastrutturale veloce tra le due aree metropolitane di Roma e Firenze. Tre aree con un patrimonio storico, ambientale e culturale inestimabile e con delle opportunità di offerta turistica ancora inesplorate.In questo documento che proponiamo ai nostri lettori si mette in primo piano il “Distretto turistico dell’Etruria meridionale”. Dunque sembra che oggi qualcosa si muova, perlomeno a livello di società civile ed anche dei livelli istituzionali più evoluti,  per creare le condizioni di politiche economiche ed appunto istituzionali convergenti. Prendiamo spunto da questo documento redatto dal professor Franco Raimondo Barbabella, già sindaco di Orvieto, e nella città della Rupe presentato,  uno dei promotori dell’Associazione “Comunità in Movimento” per rilanciare il tema, anche in prossimità delle imminenti elezioni comunali. Nella speranza che si imponga come argomento discriminante almeno fra quanti guardano al futuro in modo serio. Già alcuni anni fa, sempre ad Orvieto, il Covip,  organizzò un convegno dal titolo eloquente “L’Umbria dopo L’Umbria.  Riorganizzazione del passato o coraggio del futuro?”.  Inutile dire che noi siamo per il “coraggio del futuro”. Da sottolineare in tempi in cui sembra che tutto si riduca, nella politica a tutti i livelli,  ad una feroce e sanguinosa lotta dentro il passato. (g.f)

 “Viviamo in un lungo periodo di crisi e di trasformazione, che è insieme globale e locale. Orvieto conosce da tempo una crisi pesante, per certi versi in maniera simile al resto dell’Umbria e dell’Italia, per altri versi in maniera peculiare. L’aspetto che colpisce è che in periodi come questi normalmente si cercano le vie per uscirne. Invece qui si fa finta di niente. Per cui niente elaborazioni, niente strategie, solo qualcosa buttata là nella speranza che passi la buriana. Ma la buriana senza idee coraggiose e una strategia forte non passerà.

Descrivono la situazione i dati del bollettino della Fondazione per il Centro Studi: i residenti diminuiscono (più morti che nascite, più emigrati che immigrati), la popolazione invecchia, i consumi diminuiscono, diminuiscono i depositi bancari, il tessuto imprenditoriale è fragile, il tasso di disoccupazione aumenta, i livelli di tassazione locale sono alti.

Le Istituzioni e i soggetti sociali organizzati (amministrazioni, partiti, ecc.) appaiono frastornati e non riescono a rappresentare autorevolmente le istanze sociali di cittadinanza, né riescono a proporre e tanto meno a realizzare modelli di sviluppo credibili e condivisi.

Occorre dunque recuperare una visione, immaginare un ruolo della città e del territorio, sviluppare una progettualità ambiziosa che traguardi le profonde trasformazioni in atto, cerchi di mettere a sistema le potenzialità e sappia trasformare le minacce in opportunità.

Viviamo peraltro in un tempo in cui i cambiamenti sono sempre più veloci, lo spazio perde di significato, la complessità aumenta. Tutto ciò, mentre ci costringe ad abbandonare le certezze dell’ordinario, ci obbliga a pensare il futuro con obiettivi ambiziosi ma che a certe condizioni diventano realistici. Innanzitutto il senso di responsabilità per il bene comune, in un clima in cui testa e cuore lavorino all’unisono: un impegno serio per lo sviluppo e nel contempo solidarietà sociale e cura per la sicurezza.

Tre ci sembra siano da mettere a fondamento di tutti gli altri, per includerli in una visione e riprendere il cammino: 1. ridare ruolo alla città ed al suo territorio; 2. creare opportunità di lavoro; 3. attrarre nuovi residenti.
Dunque un’operazione ambiziosa e difficile, ma non impossibile. Perché in tempi accettabili si raggiungano risultati tangibili occorre sia che si riesca a determinare un complesso di condizioni favorevoli sia che si realizzi la convergenza di diverse volontà. Ma soprattutto occorre che se ne faccia carico una classe dirigente lucida e consapevole del compito, dotata delle capacità necessarie, determinata nell’iniziativa e trasparente nell’azione.

1. RIDARE RUOLO ALLA CITTÀ E AL TERRITORIO

Da troppo tempo il processo prevalente che ha interessato questa parte dell’Umbria è di arretramento e progressivo isolamento, con conseguente perdita di ruolo. Nelle riorganizzazioni dei servizi pubblici territoriali non siamo riusciti ad avere voce: prima se n’è andata la ASL, poi il Tribunale. Non abbiamo da tempo un rappresentante né in regione né in Parlamento. Nelle discussioni sui programmi

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strategici riusciamo a mala pena ad ottenere qualche briciola. Una realtà senza ruolo entra in una spirale di regressione ed è il pericolo che sta correndo Orvieto.
Eppure potenzialmente Orvieto rappresenta un’area di potente sviluppo, almeno per alcune ragioni oggettive: collocazione geografica all’incontro di tre regioni, dotazioni di viabilità nazionale, beni storico-artistici e naturali di valore universale, patrimonio edilizio utile per destinazioni strategiche.

Ma ci vuole appunto una strategia, ed è ciò a cui in questi anni Orvieto ha rinunciato. La dimostrazione più evidente è la vicenda dell’ex Piave. Tralasciando le responsabilità di aver fatto fallire il progetto RPO, da allora sono passati tredici anni senza alcuna seria ipotesi di soluzione. Dal 2014 al 2018 sono passate per il CC ben tre ipotesi: l’accordo PUVaT con l’Agenzia del Demanio; la proposta di concorrere in sede europea per la destinazione del Tribunale unificato dei brevetti; il protocollo d’intesa tra Comune e Associazione di università americane. Un’oscillazione il cui carattere unificante è che in nessuna c’è un minimo di concretezza e soprattutto che nessuna si relaziona ad un’idea di città futura, giacché quest’idea appunto non c’è. Nel frattempo il patrimonio degrada verso l’irrimediabile. È anche la condizione dell’altro edificio di valore strategico, l’ex Ospedale in piazza Duomo. Ma è l’enorme disponibilità di patrimonio pubblico che da ricchezza si è trasformata nel tempo, per miopia, in problema. La ragione è che senza un’idea generale unificante, un’idea di città, con direzione di marcia e visione territoriale, tutto si immiserisce.

Questo però è anche il terreno su cui può avvenire il rovesciamento. Si tratta di inventarsi una strategia di sviluppo territoriale a dimensione interregionale. Questa è stata la missione della città nel passato e questa può essere la sua missione nel futuro. Ci deve guidare la bellezza. Orvieto può essere il sogno realizzato di un territorio che trasforma la bellezza in risorsa materiale e spirituale che affascina un mondo assetato di emozioni rassicuranti. Orvieto ha bisogno di stare in una visione larga, utile come l’aria per respirare.

Alcune idee possono rendere concreto questo modo di ragionare.

1.1. Attuazione effettiva del Distretto turistico dell’Etruria meridionale

Dare veste istituzionale operativa al Distretto turistico dell’Etruria meridionale costituito nel 2015 per avere un punto di promozione organizzata per quest’area interregionale di Umbria, Toscana e Lazio (circa un milione di persone e oltre 200 comuni).

1.2. Promozione multimediale nelle piazze del Distretto

Realizzare un prodotto multimediale di grande qualità e impatto comunicativo per la promozione di questo Distretto da utilizzare (in analogia con quanto fatto a Milano per Expo 2015) in una apposita struttura al centro delle principali città che duri per tutto il tempo necessario a realizzare un progetto di coordinamento tra le diverse realtà.

1.3. Progetto di mobilità sostenibile “Life for Orvieto&Etruriashire”

In analogia con il progetto ENEL – Università La Sapienza denominato “Life for silver coast” che interessa oggi i comuni di Isola del Giglio, Monte Argentario e Orbetello, proporre anche nel nostro territorio (per una sua successiva estensione all’area del Distretto) la sperimentazione di un sistema rivoluzionario integrato di mobilità sostenibile con veicoli (bus, auto e moto) esclusivamente elettrici.

1.4. Cartelli di imprese “Etruria for life”

Stimolare cartelli di imprese interessate a coordinare le produzioni di qualità sia in campo agricolo che artigianale per rifornire le navi da crociera che attraccano al porto turistico di Civitavecchia.

2. CREARE OPPORTUNITÀ DI LAVORO

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È ben vero che le possibilità di lavoro in generale dipendono dalle condizioni che determina la politica nazionale e in ogni caso dalla capacità di iniziativa degli imprenditori, ma in una certa misura contano anche le politiche regionali e quelle locali. Le strategie di sviluppo con le iniziative e i progetti che ne conseguono possono facilitare e/o creare lavoro. Per converso l’assenza di strategie crea di sicuro rinuncia, stagnazione e depressione. Orvieto ha risorse territoriali che possono diventare straordinarie opportunità di lavoro se trattate con logiche di sistema, per cui si tratta di mettere a punto progetti con legame strutturale tra patrimonio culturale e naturale, turismo, enogastronomia, servizi e infrastrutture. 2.1. Orvieto Porta dell’Umbria e dell’Etruria

La posizione geografica e tutto ciò che nel tempo è stato realizzato costituiscono la base per uno sviluppo economico capace di intercettare le diffuse sensibilità contemporanee che mettono insieme ambiente e qualità della vita. Un modello nel segno dell’ecocompatibilità e della stabilità. Da una parte c’è l’Umbria e dall’altra l’Etruria. Non sono alternative, vanno integrate. Per noi è innanzitutto risorsa l’area orvietana, non più con iniziative puntiformi e calate dall’alto ma con sistematicità e coinvolgimento. Però devono essere viste come risorse anche ad es. la Teverina e l’Amerino, il Tuderte e l’Assisano. A maggior ragione devono esserlo da una parte Chiusi e San Casciano, e dall’altra Bolsena e Acquapendente, Bagnoregio, Montefiascone e Viterbo. In realtà va vista come nostra risorsa tutta la grande area dell’Etruria, il cui Distretto lanciato dall’allora ministro Franceschini va fatto vivere non di vita grama e poi lasciato morire come tante volte è accaduto a idee brillanti, anzi va trasformato presto e con decisione in strumento di coordinamento di un sistema di sviluppo ecocompatibile che metta insieme le istituzioni, le aziende e i servizi di promozione e di accoglienza.

2.2. Iscrizione della Rupe e del Centro Storico di Orvieto nella lista Unesco del Patrimonio Culturale Mondiale
È nell’ottica di sviluppo appena descritta che prende senso e forza questa idea, punta di diamante di una strategia di internazionalizzazione. Quale città può vantare più di Orvieto, questo suo essere in uno spazio limitato un unicum di natura e cultura, concentrato di storia e arte lungo l’arco del tempo dalla preistoria alla contemporaneità, e proprio per questo il riassunto di un largo territorio? Aver dato priorità all’operazione Monte Peglia Riserva MAB Unesco è stato per questo un errore madornale, frutto di mancanza di visione generale e di strategia territoriale di ampio respiro. Il pino del Peglia merita attenzione, ma non può essere anteposto al Duomo.

Ora si tratta di sviluppare una iniziativa che cerchi di rovesciare questo errore, rimetta in ordine le priorità, riporti nelle mani delle istituzioni le redini della politica territoriale di sviluppo e reimposti così visione e progetti. Orvieto è un gioiello di per sé. Questo gioiello ne contiene un altro, il Duomo, uno scrigno che a sua volta custodisce la reliquia del corporale celebrata in tutta la cristianità con la solennità del Corpus Domini. Orvieto ha dunque valore universale e come tale merita di essere considerata patrimonio dell’umanità.

Ma anzitutto deve essere la città stessa ad avere di sé questa consapevolezza e questa considerazione. Orvieto è città della rupe con tutto il suo carico di storia, arte e natura, è città del Duomo e del Corpus Domini, e tutto deve essere posto a questa altezza materiale e spirituale: iniziative, organizzazione e cura.

2.3. Uso strategico del patrimonio pubblico

Gran parte del notevole patrimonio pubblico è in degrado, lo abbiamo detto sopra. Si tratta di rovesciare la situazione, mettendolo in gioco tutto insieme, in modo che ciascun edificio risponda ad una funzione coordinata con quella degli altri. È il modo

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di amministrare che CoM ha indicato con il convegno “De Urbe Nova”. Non si può affidare al caso o alla pressione di soggetti portatori di interessi particolari la destinazione degli immobili strategici. La ex Piave, l’ex Ospedale, Palazzo Negroni, Palazzo Simoncelli, il complesso di San Giovanni, Sant’Agostino, ecc., costituiscono oggettivamente la costellazione del futuro di una città che vuole riprendersi il ruolo territoriale che ha perso. Ma di un disegno condiviso devono essere chiamati a far parte anche gli altri soggetti proprietari di edifici storici non utilizzati o scarsamente utilizzati, ad es. Palazzo Monaldeschi o il complesso di San Paolo. Insomma, la partita da giocare è la visione strategica di una città con vocazione territoriale, sede di funzioni pubbliche e private di questo livello.

Alcune domande essenziali alle quali si dovrà rispondere: Che cosa serve perché Orvieto sia sul serio una città turistica?; Che cosa serve perché Orvieto sia una città dei congressi?; Che cosa serve perché Orvieto sia una città degli studi? Che cosa serve perché Orvieto sia città della cultura? Quali sono, nell’ottica descritta, i servizi territoriali irrinunciabili nel campo della sanità, della giustizia, della formazione, dell’amministrazione finanziaria e della sicurezza?

Non si può negare che le spiccate vocazioni di Orvieto siano culturali, turistiche, formative, enogastronomiche. Di conseguenza non si può nemmeno negare che Orvieto abbia bisogno di (e tutto con i servizi connessi):

  • potenziare le strutture ricettive con servizi al top per intercettare una clientelainternazionale;
  • potenziare le strutture e l’organizzazione della congressistica;
  • entrare in un circuito di grandi mostre;
  • ospitare attività di ricerca e attività formative universitarie;
  • riorganizzare funzionalmente la rete commerciale;
  • sostenere le produzioni artistico-artigianali, ecc.
    Perché dunque prescindere da tutto ciò nel ragionare di destinazione degli edifici del centro storico? Soprattutto quando si tratti di complessi urbani che come l’ex ospedale e l’ex Piave hanno valore strategico, le destinazioni devono essere concepite, nella logica di insieme che si è detto, come i motori di un nuovo sviluppo. 2.4. Modernizzazione della rete infrastrutturale
    Non si può certo dire che tutto dal secondo dopoguerra ad oggi sia rimasto fermo, perché vi sono stati cambiamenti che hanno radicalmente mutato il territorio, basti pensare ai collegamenti stradali e ferroviari. Eppure il territorio, dopo il periodo d’oro dei lavori della Diga e dell’apertura dell’autostrada, di fatto ha più subito che promosso la modernizzazione. Con la parentesi del Progetto Orvieto, sforzo straordinario per dare nuovo assetto e slancio alla città, mettendola in sicurezza, modernizzandone le infrastrutture interne e proiettandola in dimensione internazionale. Poi però sono venuti arretramento e dispersione, e oggi difficoltà a stare al passo. Ecco quindi anche da questo lato un compito straordinario in quell’ottica di riconquista di un ruolo territoriale che abbia le caratteristiche descritte della capacità di creare futuro:
  • migliorare i collegamenti stradali trasversali, con l’Umbria da una parte e con ilLazio dall’altra, in particolare in relazione allo sviluppo turistico di Civitavecchia;
  • cogliere l’opportunità dell’alta velocità;
  • su un altro piano diffondere la connettività veloce e fare del digitale una grandeoccasione di sviluppo moderno, dai servizi alle attività private e all’homeworking;
  • più in generale uscire da sterili dibattiti ideologici sulle tecnologie per un uso intelligente di esse che, al di fuori di ogni acritica e passiva accettazione, consenta di coglierne i vantaggi nei diversi settori, dalla produzione in condizioni di

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ecocompatibilità all’organizzazione della pubblica amministrazione, dalla

sicurezza alla modernizzazione dei servizi.

2.5. La bellezza della qualità come risorsa materiale e immateriale

La bellezza non risponde più a canoni fissi e scontati, ma la sensazione di essere di fronte a qualcosa di bello o di vivere una situazione bella non ha tanto bisogno di essere spiegata quanto piuttosto di essere praticata. Il bello è qualcosa di ben fatto, di equilibrato, che funziona, risolve e mette a proprio agio. Può riguardare l’ambiente urbano come quello naturale, l’arredo di una via come la facciata di un palazzo, un servizio pubblico o una mostra di pittura, un progetto o un convegno. Ecco, Orvieto è quasi naturalmente città della bellezza, e il territorio largo in cui è inserita, con i suoi borghi, i suoi paesi, le sue proiezioni interregionali, è vocato alla bellezza, nonostante storture e brutture evidenti che certo non mancano. Su questo terreno ci attende un lavoro enorme:

  • fabbriche di nuovo conio e produzioni che fanno, come già in parte si vede, della qualità il loro timbro di successo;
  • ambienti da curare sia per l’aspetto estetico che per il funzionamento;
  • eliminazione o almeno attenuazione del brutto che offende le sensibilità.
    Arredo urbano, pulizia, ordine seppure non ossessivo, stile, professionalità, accoglienza, sicurezza, tutto questo fa bellezza.
    2.6. La sicurezza e la manutenzione del territorio come risorse civili ed economiche
    È un tema troppo trascurato ad Orvieto come in Italia. Così nel tempo è diventato un’emergenza che si dirama in tutti i campi, dalla regimazione delle acque alla difesa del suolo in generale, dagli edifici pubblici a quelli privati. Non si è più programmato e gli interessi particolari hanno preso il sopravvento. Si è scelta la rincorsa alle emergenze e l’emergenza non si ferma più. Basti guardare il degrado degli edifici pubblici e delle strade. Basti considerare anche in questa nostra realtà come sono ridotte gran parte di quelle opere che nel passato si sono realizzate con interventi coordinati di grande complessità e significato, come quelli della rupe.
    Ci vuole dunque una pianificazione di medio lungo periodo per la prevenzione dei danni ambientali, per la manutenzione e la messa in sicurezza di beni pubblici e privati, anche per la speranza che più prima che poi una legislazione nazionale da tanto tempo invocata modernizzi sia le norme di pianificazione urbanistica che di messa in sicurezza del patrimonio, ad es. con il libretto degli edifici. Invertire questa situazione per ciò che è nel potere istituzionale locale significa dunque recuperare sicurezza, generare lavoro, investire in bellezza.
    2.7. Uscire dall’illusione che possiamo fare da soli e in realtà pilotati da altri L’Umbria chiusa dimostra di non reggere alle sfide della contemporaneità. La chiusura non fa futuro. Futuro è differenza che fa ricchezza, è pluralismo, è fiducia nella creatività individuale e collettiva, è far rivivere oggi il patrimonio materiale e immateriale di ieri. Realtà come Orvieto sono punti di intersezione di differenze territoriali, culturali e sociali. Sono insieme punti di identità e di proiezioni del mondo, vivono in sé e uscendo da sé.
    Ma l’Umbria ha una ricchezza potenziale straordinaria, fatta delle sue città poste ai confini di altre regioni. Orvieto è una di queste, per cui la sua dimensione è naturalmente interregionale e qui deve giocare la sua partita del futuro. D’altronde oggi contano i progetti ad ampia dimensione. Ecco che cosa vuol dire anche per Orvieto innanzitutto interrompere lo scivolamento verso l’isolamento, rompere l’illusione di potere fare da soli. Conviene ripetere con forza che per Orvieto una visione larga è vitale.

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Il progetto “Aree interne” non va buttato via, ma ha, come s’è detto, sia il grande limite di essere calato dall’alto sia quello di ridursi alla fine a finanziare qualche intervento sparso qua e là. Si tratta di passare dunque ad una strategia di largo respiro che superi i confini regionali e metta a sistema un complesso di potenzialità che non ci rendiamo conto quanto siano rare a questo livello di qualità. Vuol dire progettare e coordinare soluzioni comuni a problemi di viabilità e di mobilità, tutela e valorizzazione di beni culturali e ambientali, sviluppo turistico, promozione di produzioni tipiche e di qualità.

Ma uscire dall’illusione del fare da soli vuol dire anche rovesciare sia i modi di pensare che i modi di fare politica:

  • dobbiamo promuovere coordinamenti istituzionali e forme possibili di unitàoperativa tra enti pubblici, anche ben al di là dei confini regionali;
  • dobbiamo rientrare nei circuiti decisionali di livello generale, senza reverenze esenza timori;
  • dobbiamo chiudere con l’accontentarci della benevolenza di qualcuno, sapendoche o siamo noi a saperci proporre con le nostre idee e con le nostre capacitàprogettali o ci dovremo accontentare al massimo di un po’ di briciole;
  • dobbiamo porre con estrema determinazione un problema di ruolo e di rappresenttanza: una realtà come Orvieto non può essere assente dalle istituzioniregionali e nazionali
  • dubbiamo per questo riprendere da subito l’iniziativa, insieme alle altre realtàinteressate, di una riforma della legge elettorale regionale fondata non più solo sulla rappresentanza politico-partitica ma anche sull’idea della necessaria rappresentanza territoriale.La logica di governo che qui si propone e il complesso delle strategie progettuali e degli interventi che ne conseguono sono il terreno sul quale si creano in concreto le possibilità di sviluppo e di crescita che generano movimento e opportunità di lavoro.3. ATTRARRE NUOVI RESIDENTILa situazione descritta all’inizio è preoccupante sotto diversi profili. Prima di quanto non si pensi, oltre all’impoverimento complessivo giungeremo all’insostenibilità dei servizi. Se dovessimo scendere sotto i ventimila abitanti avremmo un declassamento del Comune, con tutta una serie di conseguenze negative che sarebbero la botta finale. Dunque si tratta di reagire con iniziative di carattere complessivo, come abbiamo cercato di indicare sopra e rendendo attrattiva sotto diversi ed essenziali aspetti la nostra area. Bisogna creare le condizioni perché non solo si interrompa la diminuzione di abitanti per scarsa natalità e invecchiamento, ma perché nuovi abitanti arrivino attratti da soddisfacenti condizioni ambientali, livelli di servizi e qualità complessiva della vita. Di seguito se ne indicano alcuni, che vanno considerati in connessione stretta con quelli della sezione precedente dedicata al lavoro.

    3.1. Un piano per la qualità degli spazi pubblici e dell’abitare

    Chiunque può rendersi conto di come sono ridotti gli spazi pubblici per scarsa manutenzione, per disordine dell’arredo, spesso per scarsa pulizia, più spesso per sciatteria e irresponsabilità diffusa. È necessario riportare a dignità di vita urbana sia il centro storico che le frazioni. La città non è solo un concetto, è una strategia, è un ambiente organizzato in cui si gioca la qualità della vita. E dobbiamo riprendere in questo senso un’idea su cui si era iniziato a lavorare anni addietro, quella di città unita, il cui significato è che l’effetto città inizia dalle campagne e dalle frazioni e si estende e si esalta nel centro storico se già gli ingressi sono curati come si deve.

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L’invecchiamento di gran parte del patrimonio costruito nel dopoguerra pone inoltre il problema di un intervento mirato sia in termini si sicurezza che di arredo e di cura ambientale. Qui si può impostare una vera e ampia strategia di miglioramento che potrebbe attrarre l’interesse sia degli attuali che di nuovi potenziali abitanti qualora si riuscisse a fare una operazione di mercato a prezzi controllati. Le nuove costruzioni andrebbero calibrate su precise esigenze di qualificazione urbana, mentre l’operazione di miglioramento dovrebbe riguardare in modo massiccio il patrimonio esistente.

3.2. Il ruolo decisivo dei servizi

È difficile mantenere popolazione e attrarre nuovi residenti senza che funzionino i servizi che contribuiscono – insieme al lavoro, all’abitare, alla sicurezza e alla qualità della vita sia individuale che collettiva – a connotare la qualità sociale di un territorio e ne determinano appunto l’attrattività. Parliamo anzitutto di scuola, sanità e trasporti, ma anche di servizi privati.

3.2.1. Scuola.

Il sistema scolastico locale è frutto di una serie di scelte fatte o non fatte nel tempo con evidenti criteri di approssimazione, funzionali a soddisfare più spinte particolari del momento e conservatorismi che non ad assicurare il ruolo propulsivo dell’istruzione e della formazione per lo sviluppo economico e la crescita culturale del territorio. Eppure questo è qui, come nella regione e nel Paese, l’ambito in cui per definizione si crea futuro.

Sarà molto difficile ricollegare tra loro i vari pezzi del sistema e il sistema stesso ai bisogni di rilancio di un’area oggi statica e avvitata su se stessa, ma con coraggio bisognerà finalmente discuterne per arrivare con il massimo di consenso ad una situazione che garantisca ai nostri giovani di trovare nel servizio scolastico lo strumento di istruzione e formazione utile per soddisfare i loro bisogni e le loro aspirazioni.

Il tema è complicato perché si sono lasciati accumulare i diversi problemi, soprattutto nel segmento della scuola secondaria di secondo grado. Infatti:

  • c’è un problema di aggregazione coerente degli indirizzi di studio e del loroeventuale ampliamento e aggiornamento;
  • c’è un problema di razionalizzazione degli edifici e degli spazi;
  • c’è un problema di sicurezza, di dotazioni strutturali e strumentali;
  • c’è un problema di interrelazione tra studio e lavoro;
  • c’è un problema di correlazione tra orari e trasporti.
    Insomma, c’è un evidente problema di sistema, e invece ancora si discute di questo o quell’aspetto e con scelte scoordinate di fatto si pregiudica il futuro.
    Qualche domanda esemplificativa:
  • siamo sicuri che gli attuali indirizzi di studio della secondaria superiore siano insintonia con le opportunità di sviluppo del territorio?;
  • ci si è posti il problema se la scelta di due poli eterogenei organizzati con criterigeografici (polo su e polo giù) abbia penalizzato studenti e famiglie in termini didifficoltà di organizzazione e carenza di servizi?;
  • è davvero sensato decidere ora, al di fuori di un qualsiasi disegno generale, che ladestinazione a scuola della Palazzina comando dell’ex Piave da provvisoria diventidefinitiva?
  • ed è sensato da una parte insistere sul ritorno del liceo artistico a PalazzoMonaldeschi e dall’altra dimenticare le esigenze strutturali del professionale adindirizzo alberghiero?
  • insomma, dove mai si potrà andare con tutta questa irrazionalità?

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La scuola, se organizzata come sistema, può diventare il centro propulsivo della modernizzazione culturale e professionale del territorio. Fornire ai giovani gli strumenti concettuali e relazionali per affrontare i problemi di lavoro e di vita, formarli come cittadini dotati di mente critica e progettuale, come cittadini consapevoli e responsabili, capaci di provare e trasmettere fiducia nella vita e nel futuro della comunità, ecco il compito di un sistema formativo all’altezza di un territorio che voglia svilupparsi con piena consapevolezza di sé. Forse questo è il compito principale di chi vuole occuparsi delle cose pubbliche con l’etica del buongoverno.

3.2.2. Sanità

Rispetto alle affermazioni consuete di rassicurazione sul funzionamento ottimale della sanità pubblica, l’esperienza diretta ne rappresenta una smentita quasi costante, fatta eccezione per punte di efficienza esistenti qua e là soprattutto per la professionalità e l’abnegazione del personale. Si rimane sconcertati per il fatto che in certi settori si danno appuntamenti per visite specialistiche a distanza anche più di un anno, a meno che non si accetti di andare in altra città della stessa USL. Si rimane anche disorientati dal fatto che sembra essere una conquista la promessa dell’assessore regionale che non sarà tolto quello che c’é. I problemi invece sono enormi, sia nel settore dell’assistenza territoriale che in quello dell’assistenza ospedaliera. Non è nemmeno in vista la soluzione dell’annoso problema del ruolo dell’ospedale, che dovrebbe essere di emergenza urgenza e non è dotato delle strutture, degli strumenti, del personale e dei servizi che lo rendano effettivamente tale. Si parla in Umbria di riorganizzazione della rete degli ospedali e si pensa di istituire un solo ospedale regionale con due sedi, una a Perugia e una a Terni. Non si pensa invece che sarebbe molto più razionale (e funzionale ad una politica umbra coordinata con il ruolo delle aree interregionali come Orvieto) fare due ospedali regionali con decentramento di specialità in territori al confine, ad es. per Terni il territorio di Orvieto.

La medicina e l’assistenza territoriale poi presentano carenze gravi sia per l’aspetto infanzia e adolescenza sia per quello anziani. Si deve parlare di territorio da tempo in abbandono, dove dominano le emergenze; c’è carenza di personale, e la prevenzione è quasi solo una parola. L’ospedale funziona se funziona il territorio e la partita si gioca proprio nel passaggio di attenzione e di organizzazione dall’ospedale al territorio. Si deve dire con chiarezza che oggi il tema è la ricostruzione di un percorso di attenzione complessiva per i servizi sanitari di questa nostra area così strategica e però così trascurata.

3.2.3. Trasporti e mobilità

Senza assicurare una mobilità facilitata non si può pensare né che la città funzioni come un organismo unitario con il suo territorio, né che altri abitanti arrivino per abitarci, né che il complesso dei servizi funzioni in modo ottimale nei diversi settori. Alle carenze della viabilità di cui si è detto vanno aggiunte quelle dell’organizzazione del trasporto pubblico che fa fatica a garantire sia i collegamenti interni che quelli da e per l’esterno. Ci sono problemi aperti sia con Ferrovie che con Busitalia. C’è l’annoso problema del trasporto scolastico interregionale. Ai problemi del trasporto si aggiungono poi quelli della mobilità e della sosta, una questione a cui si legano tutte le altre che costituiscono la vivibilità della città intesa nel senso più largo. In questi anni i continui cambiamenti e le infinite discussioni su questo o quell’aspetto, su questo o quel senso unico, su questo o quel parcheggio, hanno dimostrato che la mancanza di una pianificazione di largo respiro sulla base di scelte riferite ad un’idea di città non fa altro che creare disagi e disincentivare iniziative. E così si ritorna alle questioni di fondo, che sono di visione, di programmazione, di scelte razionali.

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3.2.4. Facilitare il lavoro, la comunicazione e la partecipazione

Naturalmente, oltre ad operare perché i servizi pubblici siano efficienti ed equi, è necessario, come s’è detto, anche incoraggiare e incentivare tutti quei servizi privati che nell’insieme costituiscono la rete delle risposte necessarie ai bisogni di un tessuto produttivo e sociale dinamico, che crea lavoro, comunica e partecipa. Non si tratta solo dell’uso intelligente delle moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ma di incentivare la cultura e l’economia dei servizi di comunità, per sentirsi ed essere effettivamente una comunità che ha fiducia nei propri mezzi. Le energie private che sanno rispondere in modo intelligente e corretto alle domande sociali appartengono alla capacità di resilienza della comunità. D’altronde essere coesi e collaborare è anche il modo migliore per soddisfare quel bisogno di sicurezza che oggi ha tanta parte nelle dinamiche e nelle scelte sia individuali che collettive. 3.2.5. Valore strategico di Sport, Tempo libero, Volontariato

Qualità del territorio, organizzazione dei servizi, partecipazione attiva e diretta dei cittadini al funzionamento della città, fanno tutt’uno con la qualità della vita che è garanzia di buona residenzialità e di attrattività. Lo sport diffuso e le attività di volontariato in tale contesto rappresentano insieme uno straordinario serbatoio di valori, un’efficace tutela della salute, un generoso collante sociale, una promozione del benessere individuale e una promozione del territorio. Dunque rappresentano un investimento tra i più rilevanti, di valore sia sociale che economico.

Orvieto ha un’impiantistica sportiva cresciuta nel tempo in modo significativo, ha un forte associazionismo e conosce non da oggi un pullulare di iniziative, ha un alto livello di volontariato in tanti settori. Tutto ciò è un patrimonio che va salvaguardato e incoraggiato. Bisogna però dare ad esso quella sistematicità e quel coordinamento che troppo spesso mancano. Se si decidono iniziative, esse vanno fatte ad alto livello qualitativo. Per questo occorre:

• completare, manutenere, potenziare e differenziare gli impianti;
• sviluppare nuove occasioni di attrattività legate alla valorizzazione ambientale e alla scoperta culturale (come può essere la sentieristica);
• organizzare una rete di collaborazione tra i diversi soggetti sia in funzione dell’ideazione che dell’organizzazione delle attività.
Questo è il settore, anzi più propriamente un complesso di settori, con cui non a caso chiudiamo questo documento. Qui infatti c’è il punto la condensazione di una strategia di governo che vuole riconquistare per la città e il suo territorio la speranza di ripartenza sapendo che ne esiste la possibilità.”

Riguardo a Gianni Fanfano

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