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Padre Ernesto Balducci, un figlio della nostra vecchia Diocesi

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Tra le riviste che seguiamo  c’è “Testimonianze”, la rivista fondata nel 1958 da padre Ernesto Balducci e che ancora oggi continua ad uscire.  Di questa rivista pubblicheremo nei prossimi giorni alcuni saggi, contenuti all’interno di un numero speciale dedicato a “L’Italia dei piccoli centri”, che è stato presentato lo scorso anno a Monticchiello. Padre Ernesto Balducci nacque a Santa Fiora, piccolo centro ai piedi dell’Amiata, in provincia di Grosseto. Santa Fiora, che gli amanti di Camilleri conoscono anche perchè è stata la sua seconda patria, fino alla sua morte,  faceva parte  della Diocesi di Città della Pieve, fino quando è non è stata, a metà degli anni ’80 del secolo scorso, unificata a quella di Perugia. Molti ragazzi e ragazze pievesi, hanno frequentato  la colonia estiva che lì veniva, ogni anno organizzata. Padre Balducci è stato anche per diverse volte ospite a Città della Pieve tra la fine degli anni sessanta ed i primi dei settanta, in occasione di  iniziative promosse prima dal Gruppo Camilo Torres poi dall’Oratorio di San Francesco. Il contatto fondamentale  era Don Oscar Carbonari che lo aveva conisciuto  sia tramite la rivista, sia attraverso le attività della “Cittadella” di Assisi e l’altra rivista che ad Assisi si pubblica ancora “La Rocca” A seguire la pagina dedicata a padre Balducci presente in Wikipedia e alcune citazioni tratte da “Testimonianze” (g.f)

 

«Mi sono spesso domandato che ne sarebbe stato di me se fossi nato in una città chiassosa e illuminata, in una tranquilla famiglia borghese. Ma sono nato nel silenzio di un paese medioevale, sulle pendici di un vulcano spento e in una cornice umana dove era difficile discernere il confine tra la realtà e la fiaba.

Sono cresciuto avvolto in un silenzio che mi dava spavento e mi avvezzava ai contatti col mistero. E’ stata una grazia? È stata una circostanza casuale che ha condizionato la mia libertà per sempre? Questa domande si spengono nel silenzio e cioè nel giusto posto». ( E. Balducci, “Il cerchio che si chiude”, intervista autobiografica a cura di Luciano Martini, Edizioni Piemme, Casale Monferrato – 2000)

Santa Fiora, il piccolo paese di minatori sul monte Amiata, dove Balducci è nato il 6 agosto 1922, primogenito di quattro figli (Agnese, Maria e Beppina), è sempre stato, da lui rievocato come un luogo fondamentale della sua formazione umana e religiosa.

Suo padre Luigi era minatore e la famiglia viveva «ai margini tra la miseria e la povertà»; da quell’ambiente, che egli ricordava come caratterizzato da grandi sacrifici e dedizione al lavoro e da una fede intessuta di laicità, aveva tratto molti motivi ispiratori della sua religiosità e uno stile peculiare di sobrietà e riservatezza. Inoltre egli sentiva come un dovere di fedeltà al suo popolo e alle sue origini la necessità di «dare voce» alle lotte e alle istanze di giustizia dei più poveri, dai minatori dell’Amiata agli emarginati della città come del terzo mondo.

Entrato da adolescente, con una borsa di studio nel collegio degli Scolopi, chiamato «Speranzinato», decideva successivamente di prendere i voti e di assumere il sacerdozio; verrà ordinato il 26 agosto 1945.

Nel 1958 fonda la rivista «Testimonianze» con un gruppo di amici e giovani legati al Cenacolo come, oltre a Gozzini e Meucci, Vittorio Citterich, Mario Camagni, Federico Setti, Danilo Zolo e Lodovico Grassi, che ne è l’attuale condirettore.

L’intento era quello di dare voce a un cattolicesimo non più caratterizzato da un «proselitismo aggressivo» proiettato interamente nella «conquista», ma che si fondasse piuttosto sul valore della «testimonianza», ispirandosi alla spiritualità dei Piccoli fratelli di Charles de Foucauld.

Balducci esprimeva alcune esigenze di apertura sociale e di dialogo presenti nel mondo cattolico soprattutto giovanile, pur restando interno a quegli ambienti e condividendone alcune prospettive apologetiche insite nel progetto di una «nuova cristianità» maritainiana, (cfr. tra gli altri: Cristianesimo e cristianità, Morcelliana, Brescia 1963).

Una delle prime schede di abbonamento inviate alla rivista fu quella dell’allora arcivescovo di Milano Giovan Battista Montini.

 

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Ernesto Balducci (Santa Fiora6 agosto 1922 – Cesena25 aprile 1992) è stato un presbiteroeditorescrittore e intellettuale italiano.

Indice

Biografia

Membro dell’ordine degli Scolopi, fu una delle personalità di maggior spicco nella cultura del mondo cattolico italiano nel periodo che accompagnò e seguì il Concilio Vaticano II. Fu legato a Giorgio La PiraDavid Maria TuroldoLorenzo MilaniNazareno TaddeiDanilo CubattoliSilvano PiovanelliMario GozziniBruno BorghiRaffaele Bensi e molti altri cattolici democratici e “di sinistra” vissuti a Firenze tra gli anni cinquanta e gli anni novanta. Intrecciò forti relazioni anche con personalità laiche come Lelio Basso. Cantato da Marco Masini a lui dedicata la canzone “Dio non c’è” che parla del particolare rapporto fra il Padre e il cantante ateo.

Il suo luogo di nascita, Santa Fiora, un paese di minatori sul Monte Amiata, fu sempre considerato da Balducci un’ispirazione basilare per la sua formazione umana, civile e religiosa, in una chiave politica attenta alle istanze di giustizia dei più poveri, dai minatori dell’Amiata agli emarginati delle città e del Terzo mondo[1].

«Mi sono spesso domandato che ne sarebbe stato di me se fossi nato in una città chiassosa e illuminata, in una tranquilla famiglia borghese. Ma sono nato nel silenzio di un paese medioevale, sulle pendici di un vulcano spento e in una cornice umana dove era difficile discernere il confine tra la realtà e la fiaba. Sono cresciuto avvolto in un silenzio che mi dava spavento e mi avvezzava ai contatti col mistero. È stata una grazia? È stata una circostanza casuale che ha condizionato la mia libertà per sempre? Queste domande si spengono nel silenzio e cioè nel giusto posto»
(E. Balducci, Il cerchio si chiude)

Primo di quattro figli, entrò da ragazzo negli Scolopi, fu ordinato sacerdote il 26 agosto 1944 e subito inviato nella Firenze liberata, dove insegnò nelle Scuole Pie Fiorentine e si laureò in Lettere nel 1950 con una tesi su Antonio Fogazzaro.

Mentre frequentava molti intellettuali fiorentini, tra cui Giovanni Papini, già dalla fine degli anni 1940 collaborò con Giorgio La Pira nei gruppi giovanili della San Vincenzo. Successivamente nei primi anni 1950 fondò il “Cenacolo”, un’associazione che univa l’assistenza di tipo caritativo a una forte attenzione ai problemi politici e sociali nonché ai temi teologici e spirituali. L’attività del Cenacolo fu al centro delle iniziative sulla pace promosse da Giorgio La Pira. Balducci fu tra gli estensori dell’appello per il convegno «Pace e civiltà cristiana» del 1954, convocato sul tema «Cultura e Rivelazione» e teso a incoraggiare il dialogo fra culture diverse, nel superamento di un’ottica puramente rivolta all’Europa e alla cultura occidentale[2]. In quegli stessi anni Balducci invitava regolarmente ai convegni annuali dei preti scrittori Don Primo Mazzolari.

Nel 1958 fondò la rivista Testimonianze, con un gruppo di amici e giovani legati al “Cenacolo” e iniziò un’intensa attività pubblicistica su temi ecclesiologici. Il nome della rivista si richiamava a una fede fondata sul valore della testimonianza, secondo il modello spirituale dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld.

L’ostilità della Curia diocesana, riflesso delle censure verso i fermenti innovatori nella Chiesa cattolica che caratterizzarono l’ultima fase del pontificato di papa Pio XII, gli valse l’allontanamento da Firenze. L'”esilio” a Frascati e poi a Roma, dove seguì gli eventi legati al pontificato di papa Giovanni XXIII, gli diede l’occasione di uno sguardo ravvicinato al rinnovamento del Concilio Vaticano II, del quale fu un attento sostenitore, impegnato nello studio e nella divulgazione del dibattito conciliare.

In quegli stessi anni Balducci affrontò molte polemiche e conflitti causati dalle sue prese di posizione. Dopo la pubblicazione, il 13 gennaio 1963, di un articolo-intervista intitolato “La Chiesa e la Patria”, sul Giornale del Mattino, nel quale aveva difeso l’obiezione di coscienza, come don Danilo Cubattoli e don Lorenzo Milani, tra il 1963 e il 1964 subì un processo, conclusosi con la condanna per apologia di reato e la parallela denuncia al Sant’Uffizio a partire dalle stesse accuse.

Nel 1965 Balducci riuscì a riavvicinarsi a Firenze, alla Badia Fiesolana della diocesi di Fiesole, grazie anche all’intervento di papa Paolo VI. Negli anni 1970 fu uno degli artefici del dialogo con il mondo legato al Partito Comunista Italiano in nome dell’abbattimento di molte frontiere culturali e politiche. La sua delusione per quel che riteneva un mancato rinnovamento ecclesiale e religioso, lo portò a un sempre più marcato distacco dai temi della riforma ecclesiale. Rimproverava alla Chiesa di essere rimasta troppo ancorata a una prospettiva ecclesiocentrica.

Negli anni ottanta fu un ascoltato leader nella campagna per il disarmo[3]. Attraverso la rivista Testimonianze promosse i convegni intitolati “Se vuoi la pace prepara la pace” e nel 1986 fondò la casa editrice Edizioni Cultura della Pace (ECP). La sua riflessione divenne più vasta e ricca di articolazioni, tesa a dare forti basi culturali a un nuovo “umanesimo planetario”. Tutte le collane delle ECP (come «Uomo Planetario» e «Enciclopedia della Pace») andavano in questa direzione. L’impegno intellettuale e organizzativo di Balducci era ormai un progetto ambizioso di rilettura e comprensione globale della realtà contemporanea all’interno di un paradigma culturale basato sul rafforzamento di una nuova cultura della pace.

Nella collana «Maestri» pubblicò le biografie di Giorgio La Pira (1986), Mahatma Gandhi (1988) e Francesco d’Assisi (1989), e scrisse l’ultimo libro: Montezuma scopre l’Europa, (1992).

La riflessione di Balducci si allargò verso i grandi “temi planetari” dei diritti umani, del rispetto dell’ambiente, della cooperazione, della solidarietà e della pace, in una frontiera culturale tra credenti e non credenti. Sintomatico un suo contributo sulla rivista Testimonianze del 1983 dove denunciò la visione eurocentrica del mondo, rendendo omaggio all’islam, definendolo “il nesso vitale” dell’Europa medievale con la civiltà ellenica.

Morì nel 1992 all’età di 69 anni, a seguito di un grave incidente stradale. La sera precedente aveva tenuto la sua ultima conferenza a San Giovanni in Persiceto (BO). Nello stesso anno gli fu conferito il Premio Nazionale Cultura della Pace alla memoria[4].

L’Uomo Planetario nella Terra del Tramonto

S’impone “un rapporto di collaborazione fra uomo e uomo, fra civiltà e civiltà, fra cultura e cultura. La cultura della pace diventa così la modalità fondamentale di ogni cultura umana che voglia essere adeguata alla sfida storica attuale”.

A distanza di qualche decennio, per noi cittadini del 2013, si è un po’ attenuato il problema nucleare. Viviamo però in un contesto globalizzato su un pianeta che ha 7 miliardi di abitanti con “ significative” criticità rispetto alle quali la cultura “dell’uomo planetario” si presenta come la sola risorsa. La sintesi dell'”Uomo Planetario” coinvolge soggetti disparati in nome di una soggettività che si identifica con la specie.

La ragione, spogliata della «soggettività iperbolica» dell’uomo occidentale, vi gioca ancora un ruolo fondamentale nel patto fondativo della società creato da Balducci, conseguenza della crisi della modernità.

Riprendendo suggestioni dello studioso di antropologia e di etnologia Ernesto de Martino, Balducci ritiene che la lunga “preistoria” delle chiusure fra le isole culturali, in cui la xenofobia era un riflesso che cementava le tribù, è finita. Anche l’aggressività verso gli altri gruppi aveva avuto senso finché non c’erano le strutture di unificazione del pianeta. Ma le minacce alla sopravvivenza dell’umanità unificano il destino di tutti. L’umanità passa dalla fase della ominazione alla fase della planetarizzazione (e della globalizzazione).

Balducci richiama il fatto che l’antropologia – fondata in origine sull’ontologia della “differenza” (noi e gli altri, popoli di cultura e popoli di natura, civilizzati e primitivi) – scopre la possibilità di diversi modi di essere uomini nel tempo e nello spazio. Rinnegando i propri presupposti originari, l’antropologia riscopre l’anelito delle peculiari espressioni umane verso una regola universale che accomuna gli uomini, fra loro e alla natura. Questo è il senso còlto da Balducci negli itinerari culturali dello strutturalismo di Claude Lévi-Strauss, dell'”ecologia della mente” di Gregory Bateson, della grammatica generativa di Noam Chomsky.

Balducci fonda il suo discorso su questo anelito verso l’universale. Molte delle sue simbolizzazioni vertono sulla dialettica fra dimensioni particolari e universali dell’uomo.

Da Ernst Bloch mutua la dialettica fra l’uomo edito (homo editus) e l’uomo inedito (homo absconditus), una dialettica fra l’essere e il poter essere dell’uomo, un anelito che è una trascendenza senza trascendere, una «trascendenza nell’immanenza».

Il percorso di Balducci, appare come una sorta di teleologia antropologica, che rappresenta una tensione evolutiva che l’uomo può assecondare nel suo svolgimento o disconoscere. La ragione, per Balducci, trova un nuovo imperativo categorico:

«Agisci in modo che nella massima delle tue azioni il genere umano trovi le ragioni e le garanzie della propria sopravvivenza.» (da La terra del tramonto)

Balducci vede nel deperimento degli Stati e nella crescita del diritto cosmopolitico un elemento connaturato alle leggi evolutive della specie umana. La fede nell’uomo, la considerazione che la specie ha sempre superato creativamente le sfide estreme, la possibilità dell’uomo planetario: tutto questo ha senso per Balducci se il senso di appartenenza a una comunità sopranazionale produce un progetto politico planetario. Un progetto che coincide con la «comunità mondiale», un’entità che sta nascendo «in forza delle leggi evolutive della specie, quelle stesse leggi che hanno portato dalla tribù alla città, dalla città allo Stato-nazione.»

Balducci, per leggere le spinte in atto verso la formazione della comunità mondiale, recupera due categorie del giusnaturalismo: il pactum unionis e il pactum subiectionis.

La prima spinta è identificata nella prospettiva del pacifismo antropologico, il cui orizzonte è una società coesa da rapporti di spontanea reciprocità e dall’opzione preferenziale per la nonviolenza.

La seconda spinta sta nella prospettiva del realismo politico, orientato a estendere al pianeta il processo di unificazione che aveva riposto nello Stato il monopolio della forza. La dialettica di queste due spinte deve portare al partus masculus del nuovo tempo, la comunità mondiale: « La novità è affidata alle viscere della necessità. Che sui passaggi intermedi della sua nascita ci sia buio non deve far meraviglia. Come scrisse Ernst Bloch, «ai piedi del faro, non c’è luce» (Ernesto Balducci, La terra del tramonto)

Archivio e biblioteca personali

L’Archivio di Ernesto Balducci, le sue carte personali e gli 8.000 libri che si trovavano nel suo studio, sono depositati presso la Fondazione Balducci a Fiesole, per lascito testamentario. L’archivio, si trova in buono stato di conservazione. Inizialmente era stato sommariamente organizzato e sistemato dallo stesso Balducci. e dotato di un assai sommario elenco di consistenza redatto a cura della Fondazione. Finché Balcucci era in vita, l’archivio e la biblioteca erano conservati interamente nella sua stanza, presso la Badia Fiesolana; qualche tempo dopo la sua morte il materiale, previa accurata descrizione topografica della situazione iniziale, è stato trasferito nella biblioteca generale della Badia, in attesa di una collocazione definitiva nella sede della Fondazione stessa.

 

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