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Nemesi all’incontrario

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Il villaggio era formato da un cerchio di capanne di fango con il tetto di paglia. L’ingresso era basso in modo da doversi chinare entrando. Qualche gallina spennacchiata gironzolava e un paio di cani malnutriti annusavano tra un mucchio di rifiuti ai margini dell’abitato. L’aria era immota e calma, il calore del sole africano dilatava i colori che in lontananza sembravano lievitare, ondeggiare fino a confondersi in una sorta di indistinto, magico miraggio. Donne vestite con colori sgargianti dondolavano neonati e i bimbi ed esse stesse offrivano quasi incuranti la pelle a numerose mosche. Di tanto in tanto gettavano un’occhiata apparentemente distratta ai figli più grandicelli: questi apparivano scheletrici con il ventre prominente che pur nella drammaticità risultavano amaramente grotteschi. Ai margini del villaggio c’era un’ampia tettoia di cannicci. Lì sotto venivano distribuiti due volte a settimana cereali vari ed altri generi di prodotti quasi esclusivamente alimentari: la comunità del villaggio era finalmente entrata a far parte di un programma di aiuti umanitari.

Adis arrivò al villaggio nel tardo pomeriggio, si presentò al capo e questi gli offri una capanna dove riposare. Adis aveva circa sessantacinque anni, con sicurezza non lo sapeva nemmeno lui. Aveva la barba rada, grigia, incolta. Nell’aspetto non era sgradevole ma gli occhi erano quasi spenti. Adis possedeva alcune piantagioni che la desertificazione non ancora aveva intaccato. Era benestante, i suoi figli e sua moglie lavoravano la terra, lui si occupava prevalentemente di comprare sementi, qualche rudimentale arnese agricolo, alcuni diserbanti e aveva i contatti per vendere il raccolto. Vivevano quindi agiatamente e lui fumava anche del tabacco, buono.

Adis sapeva gestire razionalmente il lavoro che dava frutto e l’essere di indole parsimoniosa, gli aveva permesso di accumulare la sua pur non eccessiva sostanza.

Per lunghi periodi Adis si assentava, lasciava campi e famiglia vivendo per alcune settimane o qualche mese presso villaggi che più di altri pativano la povertà. Proprio perchè molto indigenti queste comunità lo ospitavano volentieri approfittando di qualche soldo che Adis dispensava per le capanne. In quest’ultimo villaggio dove era pervenuto, Adis parlò con franchezza al capo villaggio e questi lo indirizzò nella capanna più povera: se qualcuno doveva essere aiutato, meglio il padre di Tras. Erano in otto e vivevano quasi esclusivamente con gli alimenti che pervenivano dalla solidarietà internazionale, se Adis avesse sposato Tras che aveva ormai diciotto anni, la famiglia di lei avrebbe racimolato una sommetta che avrebbe alleviato, almeno per un periodo, la condizione  disperata di tutta la famiglia. Quando Adis chiese la mano di Tras, il genitore accettò ben volentieri anzi si affrettò a ratificare il legame. Adis si trovò tra le braccia una bella e giovane moglie, uguale e diversa dalle precedentemente avute negli altri villaggi nei quali aveva soggiornato in passato.

Quando nella capanna tutto fu pronto, anche la sposa, Adis lasciò alle spalle l’arancione intenso del tramonto africano che si stendeva sulle nubi e allungava i riverberi fin sui tetti di quelle catapecchie. Anche gli occhi di Adis sembrarono accendersi di arancione ma era un arancione rosato più simile ad un’alba che ad un tramonto. La parte più nascosta del proprio essere produceva quel colore che andava ad infiammare lo sguardo. Ciò che induceva la luce era l’unica vera priorità di Adis, il fine ultimo e irrinunciabile. Era il solo modo che lui conosceva per onorare e rispettare le generazioni passate e future. Lui sentiva che la vita di per se era inutile, l’unico crogiolo dove si fondevano e uniformavano fisicità, spiritualità, senso altruista, voglia di vita e di morte, piacere, dolore, scambio, servilismo, potere, dominio, era l’atto sessuale. Ecco cosa accendeva lo sguardo del vecchio che a modo suo, era un sognatore. Non avrebbe mai saputo esternare queste sensazioni, non si curava se fossero giuste o sbagliate, le viveva e le rinnovava di volta in volta attraverso la sua personalissima percezione del palpito dell’universo. Era come se la vita seguisse due binari, uno istintivo, animalesco che prepotentemente pretendeva di librarsi sulle ali del piacere per espandersi nell’universo. L’altro binario atteneva a quelle mansioni più squisitamente quotidiane: dolore, compromessi, sconfitte, noia. Solo percorrendo tutti e due i binari, secondo Adis, era possibile vivere. Era certo un agire egoistico, il solo che conosceva e che mai avrebbe saputo sottoporre al vaglio di una morale seppur semplice. Prima affrontava i giornalieri disagi per lunghi periodi dell’anno poi spostandosi in qualche villaggio a caso, si univa ad una donna mischiando il piacere con una sorta di profana liturgia sacrificale e sentiva di entrare a far parte di ogni atomo dell’universo. Il piccolo drappo bianco macchiato di sangue dava il senso completo della vita e della morte. Era come se il piacere attraverso una catarsi, gli regalasse un sogno nel quale la vita, nel senso più alto della rinascita e della perpetuazione, trovasse il più pieno compimento. Rinnovare quel virile, ancestrale bisogno di maschio, animalesco, era come percorrere lunghi tratti di savana, deserti, fiumi; come attraversare il mare, villaggi o volare sopra le nubi. Era come sfinire il corpo nelle arcaiche danze che dagli antenati erano giunte fino a lui. Era come morire in un mondo di ruderi per risorgere nell’eternità. L’importante era possedere più donne possibile. L’importante era lasciarsi alle spalle una scia lunga di figli. Poi, chi fossero queste nuove entità, dove vivessero, chi si prendesse cura di loro, erano dettagli: inezie perdute nella molteplicità del mondo. Egli programmava il viaggio ed il soggiorno presso qualche villaggio, procreava e si sentiva realizzato. Andava via, abbandonando donne e figli che sarebbero cresciuti come particelle  ai margini di una galassia di povertà, sofferenza, ignoranza.

Il tramonto a poco a poco diventò sera, la sera notte. In lontananza si udivano le iene, si sentì anche un ruggito: forse era una leonessa che dopo la caccia allontanava le iene attirate dalla preda. Nella capanna gli “sposi” nella notte, si unirono due volte. Due volte Adis sentì il sangue gorgogliare nelle vene, per due volte l’anima volò al di sopra delle nubi, mentre due corpi, uno giovane, uno vecchio riposavano ai piedi di un enorme baobab-totem al centro di una immaginaria foresta senza tempo.

Il giorno seguente Adis si svegliò con una sensazione di leggerezza nel corpo e nella mente: giusto preludio ad un periodo di intensa attività sessuale, interrotto solo dopo che la donna avesse concepito, a quel punto avrebbe abbandonato moglie incinta e villaggio per tornare ai suoi campi, alla sua famiglia ufficiale.

In quanti villaggi aveva soggiornato nel corso degli anni? Nemmeno li rammentava tutti. Nella mente però a sprazzi gli ritornavano svariati ricordi: erano volti, profumi, colori, sapori. I profumi erano comunque la sensazione abbarbicata più tenacemente nella parte profonda del proprio essere. Appena le narici ne avvertivano uno, subito nella mente gli si svolgeva la scena di quando, magari molti e molti anni prima, aveva avvertito quella sfumatura olfattiva.

Quando fu ora di pranzo tutta la famiglia di Adis si riunì per onorare gli sposi. Furono accesi due falò per cuocere una grande quantità di carne: con i soldi della “dote” che Adis aveva versato, il padre di Tras aveva comprato, da un villaggio vicino, alcuni animali che erano stati prontamente sgozzati e preparati per la cottura. Ci sarebbe stato un grande banchetto e la carne sarebbe stata offerta a tutta la comunità del villaggio. Durante il banchetto ci fu molta allegria, era tanto tempo che non si mangiava carne a sazietà. Adis era orgoglioso di se e del proprio potere, era infatti ammirato da quelle genti e questo accresceva ancora di più la propria vanità. La sposa certamente non era innamorata, aveva accettato il volere del padre perchè anch’essa persuasa che quella era la decisione più saggia, e guardava con gratitudine ques’uomo anziano che aveva portato soldi e benessere, benchè solo nell’immediatezza della situazione. Quelli che hanno fame non si fanno troppe domande, accettano e godono di un beneficio sperando duri il più possibile. Mentre tutti mangiavano in allegria si avvicinarono due fabbri sporchi di fuliggine e cenere: lavoravano alla fornace ai margini del villaggio, dietro una collina. Anche i fabbri presero del cibo e cominciarono a parlare del loro lavoro, della difficoltà di reperire pietre ferrose e poi dell’immane fatica di rendere efficienti i mantici fatti di pelle. Poi rammenterono i tempi in cui le spose portavano in dote una barretta di ferro…tanto era prezioso il metallo. Adis ascoltava con interesse e nel pomeriggio seguì i fabbri alla fornace: caso mai avesse trovato qualche arnese da comprare. La fornace era ubicata dietro la collina lì vicino, tra le rocce e si vedevano poco distante cumuli di cenere. Appena arrivati più forte si fece quell’odore che poco prima era una nota lieve persa nell’aria. Quell’aroma misto di fumo, fuoco, vapori di tempra, ruggine, tutto impregnato nelle rocce. Era un sentore inconfondibile, appena insinuato nelle narici di Adis indusse nella mente un ricordo che come un lampo si illuminò e fuggì via per ritornare subito dopo nitido. Il forziere dei ricordi era spalancato e…l’odore era quello. Adis era già stato in quel villaggio per comprare una moglie, quanti anni erano passati? Quindici, venti o più? E quella che era stata sua moglie? Era tra quelle che avevano preparato il cibo? Nemmeno lei aveva riconosciuto lui! Fatti dei calcoli semplicissimi, tornò al villaggio e chiese al padre di Tras  se ricordava quali donne del villaggio si fossero sposate circa vent’anni prima. Questi ben disposto a raccontare cominciò: “Circa vent’anni fa, fu un periodo dove non ci furono molti matrimoni. Rammento quello di Weina che andò in sposa ad uno sconosciuto capitato qui per caso….come hai fatto tu, solo che lui andò via, abbandonò il villaggio quando Weina rimase incinta. Weina morì dando alla luce una bimba, io chiamai la bambina Delhi e la tenni con me tra i miei figli. Ora vive a Nairobi.”

La sera stessa senza che nessuno lo vedesse Adis abbandonò il villaggio. Tornò ai suoi poderi, al suo lavoro. Sempre più spesso però se ne stava muto a fissare un punto lontano e indefinito. Specialmente nei pomeriggi quando il tramonto tingeva di rosso l’orizzonte, che sembrava un incendio.

Nunzio Dell’Annunziata

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