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Marco Mangiabene “A proposito della “ Linea del Pieve””

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L’articolo di Barbabella, Fanfano e Pacelli “ E se facessimo davvero la linea del Pieve “ – pubblicato  sul Corriere Pievese del giorno 8 gennaio – spinge a fare alcune riflessioni sia per il profilo nazionale sia per quello umbro delle nostre terre di mezzo e di confine.

Per il profilo nazionale, la rielezione all’ottavo scrutinio di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica ha confermato quella che Il Manifesto  ha definito la “ Linea del Pieve “ che – con un ruolo determinante del Capo dello Stato  – nel febbraio dello scorso anno portò alla formazione del governo Draghi e alla sospensione delle risse tra i partiti. Le schermaglie che si sono verificate fino all’ottavo scrutinio hanno comprovato la loro grave crisi e l’incapacità di giungere ad un accordo per una soluzione alternativa; poi è prevalso l’istinto di autoconservazione dei parlamentari – pur con qualche apprezzabile manifestazione del senso di responsabilità – che ha prodotto l’effetto auspicato della stabilità e della continuità . Certamente, in vista della scadenza naturale della legislatura, per l’esecutivo sarà un anno più difficile di quello che si è concluso a causa del ritorno dell’inflazione – con effetti molto negativi per le famiglie e le imprese – che consente di prevedere la fine della finanza espansiva.

La situazione dei partiti e delle coalizioni non è  certamente esaltante; dopo le presidenziali è esplosa la crisi del centrodestra e il centrosinistra non sta meglio. In vista delle elezioni politiche del prossimo anno i due schieramenti dovranno necessariamente ristabilire la coesione al loro interno per presentarsi agli elettori dopo avere superato lo scoglio della nuova legge elettorale, della quale in modo deprecabile si pensa ad un ennesimo mutamento in prossimità della scadenza della legislatura, laddove un sistema elettorale – coniugando l’esigenza della più ampia rappresentatività con quella della formazione di governi stabili – dovrebbe essere espressione del costume politico di un popolo come avviene nelle democrazie di consolidata tradizione. Quanto a Draghi, è necessario che stia alla guida del governo fino al termine della legislatura e continui a svolgere un ruolo di rilievo anche nella prossima, ma non deve commettere l’errore di Monti di creare un proprio raggruppamento politico.

Per il profilo umbro delle nostre terre di mezzo e di confine, è indubbio che la marginalizzazione – per vari aspetti  –  sia in atto da tempo, con la precedente amministrazione regionale e con quella  nuova. Questo fenomeno è particolarmente rilevante e direttamente percepibile da tutti soprattutto per quanto riguarda la riorganizzazione dei servizi sanitari – in una fase di grave  depotenziamento ovunque – la quale sta fortemente penalizzando l’intera area che va da Orvieto a Città della Pieve a Castiglione del Lago, con le proteste giuste e diffuse delle popolazioni e delle varie amministrazioni comunali. Al Piano Sanitario Regionale  – che indebolisce notevolmente la medicina territoriale , penalizzando gravemente l’accessibilità ai servizi in vaste aree della regione  – si stanno opponendo i territori e anche l’Università di Perugia. Gli obbiettivi di riorganizzazione dei servizi sanitari in atto in  tutte le regioni – non solo in Umbria  –  e le gravi e irragionevoli sperequazioni che si sono verificate nella loro qualità e nell’accesso ai medesimi in tutto il territorio nazionale, a mio avviso, appalesano la necessità – superando l’attuale formulazione dell’art. 117 della Costituzione – di attrarre la tutela della salute alla competenza legislativa esclusiva dello Stato sia per eliminare i gravi e irragionevoli squilibri determinati dalla pluralità  dei servizi sanitari regionali – un fenomeno reso evidente anche dalla pandemia – sia per ricondurre al controllo e alla razionalizzazione la spesa sanitaria. In questo quadro, vi è il bisogno – appalesato urgentemente dalla  crisi pandemica –  di una ridefinizione dell’assistenza sanitaria e dell’organizzazione della reta ospedaliera su tutto il territorio nazionale,e quindi anche nell’area che va da Orvieto a Città della Pieve e a Castiglione del Lago, la “ Dorsale Occidentale dell’Umbria”,  apportando modifiche radicali – come auspicato da più parti, anche nella classe medica e sulle quali non è possibile soffermarsi in questa sede  – al D.M. n° 70 del 2015, ( il “ Regolamento recante definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi alla assistenza ospedaliera” ) che pongano termine alla politica di depotenziamento dei nosocomi su tutto il territorio nazionale e realizzino, con flessibilità,  un equilibrato rapporto tra ospedale e territorio in modo conforme alle reali esigenze delle popolazioni. Questo è  indubbiamente un aspetto molto importante che sta particolarmente  a cuore alle popolazioni della “ Dorsale Occidentale dell’Umbria” e delle terre confinanti della Toscana e dell’alto Lazio gravemente penalizzate.

L’area della “Dorsale Occidentale dell’Umbria” che – con il proprio patrimonio storico, artistico , enogastronomico e il potenziale produttivo e turistico –  può rappresentare certamente un’opportunità di sviluppo utile all’intera regione deve acquisire una  centralità anche per questi aspetti e non solo nella riorganizzazione dei servizi sanitari e dell’assistenza ospedaliera attraverso iniziative politiche e amministrative effettivamente finalizzate all’interesse generale. La contiguità con le aree metropolitane di Roma e Firenze – particolarmente  con la prima – richiede, poi, necessariamente, l’elaborazione di politiche integrate dei trasporti, allo stato attuale  non sviluppate adeguatamente. Quanto alla delineazione della prospettiva di una macroregione , dell’Italia centrale, che in qualche modo vorrebbe richiamare la riforma  in senso federale proposta da Gianfranco Miglio, credo  che si debba essere realistici. Una riforma di questo tipo, oltre ad avere costi non trascurabili, richiederebbe in modo necessario una modificazione dell’intera architettura costituzionale e particolarmente della forma di governo, il passaggio da quella parlamentare, attuale, a una di tipo presidenziale, che a me suscita molta perplessità a causa del particolare degrado della politica italiana .

In conclusione, con senso di realismo e tenendo presente la cura dell’interesse generale , è possibile tentare la “ Linea del Pieve” attraverso iniziative politiche sinergiche e integrate, con l’auspicio che venga conseguito qualche risultato utile.

Marco Mangiabene