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Integrazione tra regioni, i costi di 15 anni di ritardo

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Se quello che sta avvenendo imposto dalle cose fosse stata una strategia perseguita con coerenza negli ultimi 15 anni, il regionalismo italiano oggi starebbe molto meglio e non sarebbe sul banco degli accusati. Ossia, se le regioni avessero davvero spinto sull’acceleratore dell’integrazione, oggi i loro sistemi sociali ed economici sarebbero più forti.

Perché i più avvertiti (tra questi l’ allora presidente dell’Umbria, Bruno Bracalente, con la sua proposta di sinergie strette tra le regioni dell’Italia “di mezzo”) avevano già intuito che la globalizzazione cambiava i parametri delle dimensioni ottimali di governo dei territori, con la conseguenza che l’assetto istituzionale con 20 regioni non era più efficace, ne efficiente. Bisognava tracciare un percorso che in qualche anno, sinergia dopo sinergia, creasse dimensioni istituzionali di governo dei territori più in linea con i cambiamenti dell’economia e della società.

Ma le burocrazie regionali e i vari potentati che vedevano messo a rischio il loro potere si misero di traverso. Bracalente non fu ricandidato benché avesse svolto e bene – un solo mandato da presidente, e fu scelta l’ortodossia della Lorenzetti, brava ma che non metteva in discussione l’impianto istituzionale della regione e da cui gli apparati politici e burocratici non dovevano temere la loro rimessa in gioco. Anzi. L’intesa Umbria-Abruzzo per salvare i voli Alitalia la dice lunga quanto tempo si sia perso e quante opportunità di crescita siano state gettate al vento. La storia non fa sconti. Soprattutto quella economica e sociale.

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