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Dai Maya a Perugia

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Le prime piantagioni di cacao (Theobroma cacao ) risalgono al 1000 AC e furono i Maya ad impiantarle. In seguito tale coltura fu ripresa dagli Aztechi. Questi ne ricavavano una bevanda da usare in cerimonie religiose. Per questo motivo era denominata “Bevanda degli dei” e veniva offerta alla dea della fertilità Xochiquetzal. A questo punto varie leggende si intrecciano, comunque è suggestiva quella che narra del re Quetzalcoatl che in seguito ad una malattia bevve una pozione che invece di guarirlo lo fece impazzire. Quetzalcoatl fuggi nel mare su di una zattera formata da serpenti intrecciati ricoperti da scaglie luminose, ma giurò che sarebbe ritornato a riprendersi il suo regno. Cortes approdò sulla costa messicana intorno al 1500 ma più precisamente, proprio nell’anno in cui secondo la tradizione locale Quetzalcoatl aveva stabilito il ritorno alla sua terra. Quando i sudditi di Montezuma videro arrivare dal mare queste enormi “zattere” con individui rivestiti di scaglie luminose ( le armature ) credettero che il divinizzato re fosse ritornato come promesso. Lo stesso Montezuma accolse gli stranieri con tutti gli onori e pronto a restituire il regno, a Cortes che aveva scambiato per Quetzalcoatl…forse se non ci fosse stato questo equivoco non sarebbero bastati cinquecento uomini per conquistare quella parte di nuovo mondo.

Il cacao (la pianta) era stata portata in Europa già da Colombo ma non se ne era scoperto il valore. In seguito Cortes la introdusse in Spagna e da lì tutto cominciò. C’è da dire che all’inizio per cioccolato si intendeva la bevanda: dolce, calda, energetica. Sulle prime fu appannaggio delle classi più agiate (come al solito), in seguito con l’industrializzazione diventò un prodotto sempre più accessibile fino ad una quasi totale diffusione.
Qualche anno fa in America sorprese (ma forse nemmeno tanto) un sondaggio secondo il quale le donne dovendo esprimere una rinuncia, tra sesso e cioccolata, sceglievano di rinunciare al sesso: in effetti le endorfine che genera il cioccolato, palesemente aiutano il buonumore, combattono lo stress e tengono su il morale…non so se noi maschietti riusciamo sempre ad offrire tanto…

Ora sempre parlando di cioccolato vale la pena ripercorrere alcune tappe che la produzione nazionale, esprimendo il meglio di se in terra umbra, ha conseguito nel corso degli anni. Non è una sviolinata campanilistica ma un brevissimo “amarcord” che ripercorra il sentiero sul quale abbiamo trovato quei prodotti, quelle prelibatezze dolciarie che hanno accompagnato le generazioni, avvolgendole col profumo che solo il cioccolato sprigiona e senza il quale forse ( non so meglio, peggio ) saremmo diversi…

Tutto cominciò nel 1907, si costituì una società per la fabbricazione dei confetti nel cuore dell’Umbria a Perugia. Come poteva chiamarsi tale società? In mille modi! Ma tanto è radicata tra le papille gustative della golosità italiana che ci sembra un destino, una conseguenzialità, qualcosa di normale e familiare rispondere: Perugina. Nel 1915, l’anno nel quale l’Italia entrava in guerra quasi un contrappasso, la società dolciaria si allargava inserendo nella sua produzione: caramelle, cioccolato e polvere di cacao. Nel 1917 nasce la tavoletta di cioccolato fondente: Luisa. Dal nome di una delle fondatrici Luisa Spagnoli. (In queste ultime settimane le è stato dedicato uno sceneggiato televisivo.)

Nel 1922 è la volta del bacio. Questo cioccolatino nasce dall’esigenza di utilizzare gli scarti di altre preparazioni. E’ formato da cioccolato gianduia mischiato a nocciole tritate, guarnito da una nocciola intera e ricoperto di cioccolato fondente. Nelle intenzioni di chi ideò questa prelibatezza, il cioccolatino doveva chiamarsi “cazzotto” perchè nel formato ricordava la nocca del dito medio quando lasciamo che sporga dal pugno. Ma l’intervento tempestivo della fantasia di Luisa Spagnoli fece virare il nome sul più efficace e romantico “bacio.” “Vi immaginate uno che va in un bar e chiede: mi da un cazzotto?” Ebbe a dire. Su questo cioccolatino ogni parola è superflua basta rilevare il successo incondizionato che gode fino ai nostri giorni…

Un altro prodotto che sicuramente centrò il bersaglio dei gusti italiani fu la caramella “Rossana”: involucro rosso e caramella con il ripieno cremoso. Il sapore è il connubio mandorla-nocciola stemperato nella delicatezza del latte, era il 1926. In assenza di altri effetti speciali i bambini mentre sgranocchiavano la caramella guardavano attraverso la rossa trasparenza della carta che la racchiudeva, un mondo colorato che pochi decenni dopo ci avrebbe sommerso volteggiando rutilante quasi da accecarci. Nel 1965 invece vide la luce un prodotto a modo suo rivoluzionario: il “Carrarmato”. Era una barretta. Pratica da portare in giro, da consumare per strada come merenda, al bar. Aveva la praticità del cioccolatino ma risultava una piccola risorsa energetica per grandi e piccini.

L’impresa, la produttività, prima di rispondere a leggi di economia e di mercato, rendono conto alla creatività, alla fantasia, all’investimento, alla lungimiranza, al cuore di chi imprende, alla lealtà di ottemperare alle leggi, alla sensibilità di rispettare chi lavora. Questo connubio getta le fonti di quella grande imprenditorialità italiana che trova gloria nella semplicità artigianale delle “cose fatte bene”. Questa che è stata una peculiarità del nostro popolo, oggi sembra quasi sparita. E tanti industriali, in tempo di crisi vanno a cercare sopravvivenza all’estero sacrificando la qualità e un po’ di sano orgoglio patriottico sull’altare del guadagno.

Nunzio Dell’Annunziata

 

 

 

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