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Cose scritte fra noi. Bianconi. “Cielo rosso”

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“Cose scritte tra noi” vuole essere uno spazio per  quanti scrivono, a vario titolo, di sé, della nostra terra, della sua storia, della sua vita.

CIELO ROSSO.

Avere quattro anni. La memoria non tiene le tante sensazioni che un bambino può avere, a quell’età. Eppure qualcosa resta nella mente, nel cui fondo,come in un baule, si celano carte oscure mai illuminate. Che era mai quel cielo rosso sulla collina nera e quell’ulivo altrettanto scuro che pareva chiedere soccorso, in quell’ imbrunire d’inverno? Ora so che lassù l’inverno il sole non può tramontare. Ma ricordo che il cielo era rosso e lo vedevo da una cucina semioscura e misera di spazi e mobili. Abitavo allora in un modesto locale della zona più vecchia del paese, chiamata “il vicinato”.Era appropriato il termine, ché le case erano aggrappate l’una all’altra, a sostenersi, quasi a premunirsi da un’alzata del fiume, che scorreva lì sotto. E significava anche quanto le famiglie fossero contigue e sapessero di ognuno le poche fortune e le disgrazie. La mattina la fruttivendola apriva l’ampio portone a pianterreno e disponeva fuori le cassette, spingendole sin sull’orlo della strada. Il marito aveva una grossa bozza sul retro del collo, l’aiutava blandamente e si vedeva che era lei a governare il negozio. La notte non c’erano che due o tre lampadine a far luce sulla via. Quando i miei occhi stavano per chiudersi al sonno, dall’osteria venivano le canzoni degli uomini che bevevano il vino. Cantavano ad alta voce e mi facevano anche un po’ paura. Mia madre avvertiva il mio disagio e se la prendeva con i “briaconi”. Non ricordo se mi accarezzava, ma presto mi addormentavo.

Massimo Bianconi

 

 

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