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Che festa ragazzi!

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Tutte le volte una festa, ogni anno era un felice incontrarsi, rivedersi, riabbracciarsi; qualche volta si univa a noi un nuovo parente, era qualche bambino che crescendo aveva strappato la promessa di partecipare alla vendemmia ventura. Qualche volta erano anche semplici amici che chiedevano di unirsi a noi, così il giorno stabilito, si partiva con un piccolo autobus preso in affitto alla volta della vigna di zio Francesco. Per arrivare a Montalcino, dove c’era la vigna, bisognava percorrere una cinquantina di chilometri; già in viaggio iniziava la festa, cantavamo, o meglio urlavamo, qualsiasi canzone ci venisse in mente anche se poi alla fine si ripiegava sempre su Battisti perché, una strofa uno, tre parole un altro, alla fine il testo diventava quasi comprensibile.

Sulla fila di sedili dietro c’eravamo tutti i ragazzi: Vittorio, Giovanni, Francesco, Daniele…..Mio padre sedeva quasi accanto all’autista che era suo fratello, lo zio Giorgio. Tra mio padre e noi, tutti gli altri, e quell’anno c’era anche un bel gruppetto di amici dei miei genitori. Cantando e ridendo i chilometri trascorsero rapidamente, giungemmo al podere dello zio; dalla casa si vedevano i filari con i tralci che formavano una immensa tettoia, i pampini si alternavano ai grappoli che pendevano carichi, uccelli in volo attraversavano la vigna e bruscamente, quasi in picchiata scendevano, a volte, tra le viti.

Scaricammo i bagagli e ci sistemammo nelle rispettive stanze: il giorno dopo iniziava il lavoro. Alla sera a turno vennero a sgridarci per le nostre battaglie con i cuscini ma alla fine la stanchezza ebbe il sopravvento e cascammo dal sonno.

All’alba fummo svegliati anche noi ragazzi, prendemmo ceste e cesoie seguendo lo zio Francesco che con il trattore ci precedeva tra i filari; sul trattore c’erano delle enormi casse di plastica. Zio Francesco organizzò il lavoro e indirizzò noi ragazzi ad un lato della vigna dove era più agevole vendemmiare; iniziammo a cercare tra i pampini i grappoli e facendo attenzione a non farli cadere, prendemmo a reciderne il gambo; man mano che le ceste si riempivano, le portavamo a zio Francesco che le svuotava nelle enormi casse di plastica su un carro attaccato al trattore, quando anche le casse erano piene, il trattore si spostava fino alla cantina per scaricare.

All’altro lato della vigna le squadre di vendemmiatori, senza sosta, a colpi di forbici, riempivano i panieri; le squadre erano formate da parenti e amici, ma anche da raccoglitori avventizi che venivano reclutati nella zona, tutti insieme pullulavano alacremente per i pampini e raccogliendo l’uva, scherzavano, si lanciavano occhiate e si prendevano in giro; il sole dei primi di ottobre era ancora caldo e intrigante, c’era energia in quegli uomini e donne che lavoravano con allegria e avevano voglia di vivere; nel movimento della raccolta il sangue si scaldava nelle vene e pulsava fino a far battere il cuore quando due sguardi più arditi si incrociavano oppure in una strettoia due sederi si sfioravano. Poi con voluttà e scherzo alcuni grappoli venivamo letteralmente addentati e il succo scorreva lungo il mento e veniva ripulito con il dorso della mano.

Verso le dieci del mattino andai a cercare mia madre tra gli altri raccoglitori: “Mamma! Mamma!”

“La mamma non c’è” rispose mio padre “è in casa, non si sente bene”.

Corsi in casa e la trovai sul letto della nostra camera.

“Mamma, che ti è successo?”.

“Niente di grave, il solito problema al nervo sciatico. Ma tu che volevi?”

“Guarda la maglietta: è tutta fradicia di succo d’uva”.

“Lì nel cassetto ci sono quelle pulite, e ricordati che tutti i “cambi” sono in codesta cassettiera. Io ritorno a casa, mi accompagna zio Francesco, tanto è inutile che resti qui inerme; a casa prenderò gli antinfiammatori e poi vi aspetterò”.

Cambiai la maglietta e corsi via tra i filari e mi punse piacevolmente le narici il profumo dell’uva e dei tralci recisi. Recuperai le mie forbici e giù a cercare grappoli che sembravano nascondersi tra i pampini, ripresi a recidere e riempire il mio cesto: quell’anno volevo dimostrare a mio padre e a mio zio, che ero in grado di fare il lavoro come uno grande.

Alla sera cenavamo tutti dentro la grande cucina del podere e penso che quel profumo, quell’abbondanza, quel sapore dei polli, delle oche mute, delle faraone, e il colore dorato della loro pelle croccante abbiano creato in me un’aspettativa quasi sempre delusa nei moderni pranzi dei ristoranti. Sì, proprio così: spesso mi siedo a qualche tavola e mi ritrovo d’avanti un’accozzaglia di ingredienti raffinatamente disposta in eleganti piatti ma che rimane pur sempre una sorta di insalata, calda oppure fredda, dalla quale sinistramente emergono: code di gamberi, tentacoli di polpo, e spuntano: foglie di rucola, scaglie di formaggio e poi pennette magari mezze crude. Rammentando i piatti di zia Maria, nei quali mi identifico pienamente, guardo perplesso le novità che non hanno un’anima e non risvegliano nessuna sensazione; soprattutto quando sovrabbondano dell’ingrediente più stucchevole: una sfilza di salamelecchi da parte di camerieri unito ad un comportamento affettato e serioso teso solo a trasfigurare grossolanamente la realtà puntando, non si capisce bene se al guadagno oppure alla rapina.

La prima sera, dei magnifici arrosti furono poggiati sul tavolo dalla zia, che orgogliosamente portava in giro lo sguardo a cogliere la meraviglia dei commensali, che già sentivano l’acquolina in bocca provocata dal conturbante profumo, zio Francesco era tornato e sedeva con noi a tavola; mia madre l’avevamo sentita per telefono, era a casa e tutto andava benone.

Il giorno seguente noi bambini, fummo svegliati di buon’ora, ci vestimmo in fretta e sgusciammo fuori saltando come grilli, cominciammo a rincorrerci e poco dopo zio Francesco ci sgridò in modo molto ironico: “Allora ragazzi? Siete venuti a lavorare oppure a dare noia?” poi rise e rigirò il trattore verso le squadre dei vendemmiatori.

Sempre correndo, spingendoci, improvvisando una specie di gioco a prenderci rioccupammo il nostro posto di “fieri vendemmiatori”,

Il giorno precedente noi ragazzi, avevamo colto tutta l’uva dei tre filari che ci erano stati assegnati, quindi eravamo passati nel punto della vigna dove lavoravano tutti gli altri; mio padre, con la solita allegria, canticchiava e coglieva l’uva, poi notai che tirava gli acini ad una amica della mamma, per la verità quando questa donna veniva a casa a trovarci, si divertiva molto alle battute, agli scherzi di mio padre e quindi anche tra le vigne mostravano molto affiatamento.

Le casse sul trattore continuavano a ricolmarsi, quasi traboccavano per il carico di grappoli, zio Francesco le andava a scaricare, alcuni operai, spostavano le casse piene con un muletto poi un gancio attaccato al paranco le rovesciava su di un nastro trasportatore che trascinava i grappoli direttamente in un rettangolo sul cui fondo due rulli giravano schiacciando l’uva; il mosto colava dentro un’enorme vasca mentre i raspi venivano espulsi dentro recipienti che di tanto in tanto qualcuno svuotava sopra un enorme mucchio che si allargava nell’aia.

Zia Maria chiamò tutti i ragazzi per il succo alla menta, accorremmo subito, mezzi sudati e scalmanati, c’era anche la torta di mele, divorammo la torta e scolammo la fresca bevanda. Ritornammo tra i filari e vidi mio padre che rincorreva quella donna che sembrava ormai calamitare la sua attenzione; si chiamava Mara e quando la raggiunse, scherzando la immobilizzò sull’erba poi colto un piccolo grappolo, lo avvicinò alla bocca di lei, Mara staccò con le labbra alcuni chicchi e cominciò a masticarli ridendo; mio padre ficcò nella bocca avidamente quello che era rimasto del grappolo facendo da contrappunto alle risa di lei, ma lo sguardo si fece intenso e rimase fisso un po’ negli occhi della donna.

“ Babbo! A lavoro! Non sei mica venuto a scherzare?” gli dissi toccandolo.

“Ricordati figliolo, bisogna lavorare con allegria; la vendemmia è anche una festa” mi rispose sempre continuando a ridere. Mi sembrava radioso, parlava con voce piena, calda, contenta: la vendemmia con i suoi colori, rumori, suoni, con il suo movimento e la sua poesia, entrava negli occhi di quest’uomo ed io ammirandolo lasciavo che una parte di mondo entrasse dentro me attraverso lui.

Mara si alzò e corse al suo posto. Il seno e i glutei ondeggiarono mostrando tonicità giovanile unita ad una morbidezza satura di femminilità. Appena giunta al filare si rigirò e con la coda dell’occhio carezzò il suo corteggiatore un attimo, poi distolse lo sguardo: un grappolo reciso cascò nella mano di lei e subito dopo, dagli occhi dei due, quattro strali come lingue di fuoco attraversarono la vigna a ratificare quello che la natura aveva già sancito.

A cena mio padre sedeva tra Mara e me; zia Maria questa volta portò degli enormi vassoi con salsicce, costine di maiale e patate arrosto; grosse fette di pane vennero subito prese d’assalto dai commensali che già addentavano le salsicce: tutto il giorno tra i filari, sotto il sole, stremati dalla fatica, metteva addosso una fame che non si poteva celare nemmeno sotto i più elementari comportamenti che vengono definiti genericamente: “educazione”.

Zio Francesco prese nella poderosa mano il fiasco del vino, si alzò in piedi e disse: Ragazzi, un’altra cena insieme la faremo l’anno prossimo. Mettete qua i bicchieri, facciamo un brindisi di saluto e di buona notte”.

Dopo un po’ tutti avevano nelle mani un bicchiere con del vino, anche noi ragazzi; mentre i bicchieri tintinnavano facemmo tutti un gran vociare, un enorme baccano come quando si segue la partita al televisore e la squadra del cuore fa goal.

Quella notte mio padre non dormì insieme a me, nel senso che dopo avermi accompagnato a letto, non vi rimase come le sere precedenti ma si allontanò; al mattino però lo ritrovai accanto a me e dormiva ancora quando mi svegliai.

“Babbo, sveglia! Tra poco si parte”.

Quando fummo tutti pronti, caricammo le valigie e prendemmo posto sull’autobus, mio padre e Mara sedevano uno accanto all’altro separati dal piccolo corridoio tra le poltroncine, mentre vicino al finestrino c’ero io. Durante il ritorno non si cantava; mio padre e Mara si scambiavano strane occhiate.

Finalmente arrivammo a casa; la mamma era guarita, le corsi al collo e la strinsi forte, lei mi abbracciò e mi tenne stretto anche quando ormai io avevo allentato. Poi mi lasciò e abbracciò anche mio padre dicendo: “Allora? Come è andata?”

Ma fui io a rispondere: “Oh! Mamma, dovevi esserci! Che gran confusione abbiamo fatto e che divertimento! Diglielo babbo”.

“ E’ vero! C’è stato da lavorare, ma è stato piacevolissimo……….”

“Che festa ragazzi!” gli feci eco.

 

Nunzio Dell’Annunziata

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