Barbabella, Fanfano, Pacelli “E se facessimo davvero la “Linea del Pieve”?

Il 17 febbraio dell’anno appena terminato, Mario Draghi presentò in Parlamento il programma del suo governo di unità nazionale, di fronte alla crisi dovuta alla pandemia, al fallimento dei governi di destra e di sinistra precedenti e di fronte all’imperativo categorico di sfruttare al meglio i soldi che l’Europa ci stava prestando in quantità straordinaria rispetto al passato.

Di fronte a quel passaggio politico un quotidiano, che si è sempre contraddistinto per l’efficacia e la provocatorietà dei suoi titoli (il Manifesto) ne fece uno particolare “La linea del Pieve”, giocando sulla similitudine fra Piave e Pieve. Il fiume Piave dove l’esercito italiano organizzò la sua resistenza durante la prima guerra mondiale. E Città della Pieve, dove Draghi, si rifugia spesso quando si allontana dagli impegni romani ed internazionali.

Quel governo quindi è stato battezzato il governo della “linea del Pieve”. Un governo per uscire da una crisi drammatica e non consegnare l’Italia ai suoi creditori. In un primo momento questo governo ha funzionato, mettendo in un angolo le risse fra i partiti che lo compongono, che rappresentano, da tempo, solo la metà degli elettori, sia vaccinando un’alta percentuale di italiani, sia impostando in modo tempestivo il lavoro per il Pnrr, il piano che dovrebbe spendere al meglio i soldi prestati. Poi, con l’avvicinarsi delle elezioni sia del Presidente della Repubblica sia quelle politiche del 2023, i partiti in crisi, stanno provando a rialzare qualche bandierina cara alle rispettive parrocchie, per gettare un po’ di fumo negli occhi dei tifosi credenti delle curve.

Il rischio è il logoramento della situazione, a cominciare da Draghi e dal suo governo, ma soprattutto di quel poco di credibilità internazionale che siamo riusciti in questo breve lasso di tempo a riconquistare, tenendo basso il tasso di interesse del debito e avviando un processo di costruzione di una Europa reale e non solo finanziaria.

Sorge allora inevitabile la solita domanda. Che fare? In questi mesi Draghi, ha dimostrato di essere anche un buon politico, anzi un buon statista. Serve quindi che Draghi continui ad avere un ruolo importante. O come Presidente della Repubblica. O come capo del governo che arriva alla fine della legislatura e però si candida, nei modi che la situazione determinerà, a proseguire anche nella legislatura successiva. In quali modi? Troppo presto per dirlo. Sarebbe importante che qualche forza politica, vecchia o nuova, si facesse regista di un progetto di questo genere.

Questo a livello nazionale, dove noi purtroppo, al momento, poco possiamo fare. Ma c’è una “Linea del Pieve” anche qui da noi, in Umbria, nelle nostre terre di mezzo e di confine. Qualcuno aveva sperato che il cambio di governo regionale, sortisse qualche effetto benefico dopo anni di dimenticatoio con la precedente amministrazione che si definiva di sinistra. Ora la nuova amministrazione che si definisce di destra ha cominciato a produrre i primi progetti ed i primi interventi. Con quali risultati per noi dell’area omogenea Trasimeno, Pievese, Orvietano? Siamo assenti nella bozza di Piano sanitario regionale, se non per essere accorpati, come area castiglionese e pievese, in modo cervellotico con Città di Castello e, come area orvietana, privati della sede del distretto sanitario e accorpati con l’area ternana, che diventa così troppo estesa per essere governata in contatto con le esigenze reali dei cittadini. Assenti dal Pnrr, o meglio presenti con un intervento sul lago che in molti definiscono costoso e difficilmente realizzabile e, per l’area orvietana con briciole sparse senza alcuna visione progettuale. Assenti dai primi interventi sui collegamenti ferroviari e stradali. Assenti dai primi interventi sulle aree di crisi. Unico regalo, qualche milione di quintali di nuova spazzatura nelle discariche di Borgogiglione a Magione, e Le Crete ad Orvieto, all’interno delle prime linee programmatiche del piano dei rifiuti. Senza dimenticare che nelle vicina Toscana, Acea Ambiente,  società del Comune di Roma, e socio decisivo di Umbria Acque, che gestisce gran parte del servizio idrico umbro, dopo aver visto fallire il progetto di carbonizzatore alle Biffe, ad un passo da Pobandino, sta lavorando per qualche progetto analogo sullo stesso terreno. Tanto per dire quanto sia necessario un nuovo dimensionamento istituzionale ed il superamento degli attuali confini.

E allora? E allora prima di prendere seriamente sul serio l’ipotesi di chiedere una uscita dalla Regione Umbria, proviamo a vedere di proporre qualche scelta che sia radicalmente innovativa rispetto al passato e sia realmente proficua con i nostri interessi. A cominciare dalle nostre aree di riferimento. Il progetto e la dimensione del Trasimeno ha fallito. Ed è risultata una pia illusione che il passaggio di colore potesse significare per Orvieto la liberazione dalla malattia del verticismo politico e istituzionale. Prendiamone atto dopo cinquanta anni di regionalismo pigro e di insuccessi. Ma anche dopo cinquanta anni in cui la realtà dei comuni interessati non ci ha creduto mai fino in fondo. Siccome da solo nessuno va in questo mondo economico e politico da nessuna parte, proviamo a vedere quale altra area piò essere più funzionale alle nostre realtà in termini di economia e di servizi.

Con alcuni altri amici impegnati nel movimento civico abbiamo avviato “Una riflessione sulla situazione e sulla riorganizzazione dei servizi sanitari da intendere come occasione di avvio di un nuovo assetto territoriale più funzionale in sé e ai fini di un nuovo modello di programmazione regionale, sia per l’uso ottimale delle risorse sia per una progressiva progettazione e legislazione interregionale.” Ed abbiamo ipotizzato un’area corrispondente alla “Dorsale Occidentale dell’Umbria” da integrarsi in futuro con le terre confinanti della Toscana e del Lazio.

Questo potrebbe essere il primo passo per rovesciare la piramide inefficace costruita in ultimi decenni di crisi del regionalismo e di netto ridimensionamento economico e politico dell’Umbria. Dobbiamo cominciare a pensare all’Umbria che verrà, all’Umbria che ci serve, all’Umbria dopo questa Umbria. E questa “Dorsale Occidentale dell’Umbria” può essere non marginale ma centrale, dentro politiche che preparino una nuova regione più grande, la regione dell’Italia Centrale, con al centro le grandi vie di comunicazione veloce riconosciute, da tempo, nella programmazione e nella progettazione europea ed internazionale, che percorrono non la Valle del Tevere se non per breve tratto, non la Valle Umbra, ma la Valdichiana Romana e Toscana. Un’area vasta questa, che va da Orvieto a Città della Pieve e a Castiglione del Lago, e che con il suo inestimabile patrimonio storico ed artistico oltre che enogastronomico e con il suo potenziale produttivo e turistico rappresenta un’opportunità di sviluppo utile all’intera regione ad oggi quasi mai presa in seria considerazione. Con la sua contiguità speciale con le aree metropolitane di Roma e Firenze. Altri hanno tentato e fallito. Altri ancora stanno tentando e stanno fallendo…E se provassimo con la “Linea del Pieve”?

Franco Raimondo Barbabella

Gianni Fanfano

Leandro Pacelli

 

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