Venti anni fa ci lasciava Don Oscar. Un ricordo di Carlo Pedini

Il 27 luglio 2001 don Oscar Carbonari terminava i suoi giorni terreni nella Casa di Riposo per Sacerdoti a Collevalenza. Ma erano già alcuni anni che la sua mente aveva perso lucidità, quando nel 1995, dopo una rovinosa caduta al termine di un concerto che la Polifonica Pievese aveva tenuto a Sant’Agostino, aveva visto le sue condizioni di salute declinare inesorabilmente. Così è quasi un quarto di secolo che non lo si vede più per strada, dove lo si incontrava quotidianamente, quando con passo breve ma svelto andava e veniva dall’ospedale, dove esercitava il ministero di cappellano. O nella Trattoria Serenella, dove ogni giorno si era sicuri di trovarlo a pranzo e a cena. Un’intera generazione di pievesi non l’ha conosciuto. Eppure, parlando con certi giovani, quando il discorso cade su di lui, sembra quasi che non sia così, come se l’avessero visto e frequentato, tanto la sua figura e la sua impronta sono rimaste nitide per quanto ha fatto e lasciato a Città della Pieve.

Ho dedicato molte pagine a don Oscar nel libro “Cento anni di musica corale a Città della Pieve”. A queste in parte attingerò nel ricordare qui la sua figura, cercando anche di riportare qualche altro aneddoto o episodio per restituirne un’immagine quanto più viva possibile. Non tanto per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, ma soprattutto per i giovani, perché possano mettere ancor meglio a fuoco una figura indimenticabile.

Don Oscar, originario di Pozzuolo dov’era nato il 14 luglio 1920, fu ordinato sacerdote nel 1944, e due anni dopo nominato parroco a Città della Pieve, nella Chiesa di San Pietro (dove si venera anche San Rocco, patrono del Terziere Castello). Io l’ho conosciuto nel settembre del 1981, quando per la prima volta arrivai a Città della Pieve inviato dalla Regione dell’Umbria come insegnante di un “Corso di avviamento alla pratica corale” per la Polifonica Pievese. Questi corsi erano finanziati dalla Regione, ma passavano attraverso la gestione diretta delle amministrazioni comunali, così che don Oscar ne aveva ottenuto l’attivazione tramite il Comune. Avevo appuntamento con lui davanti alla Cattedrale. Chiesi informazioni al Bar Matucci, dove lo incontrai per la prima volta. Ci presentammo rapidamente, dato che già ci eravamo sentiti al telefono, e ci avviammo subito nell’ufficio del Sindaco, Danilo Fonti. Ricordo bene le parole d’esordio di don Oscar, perché mi sembravano curiose per una circostanza del tutto normale come quella:

«Caro Sindaco, lei sa che pur essendo prete ho una concezione laica dello Stato, rispettosa della sua indipendenza, e che la Chiesa deve lasciare libertà di scelta ai cittadini in campo civile. Per questo abbiamo deciso di cambiare il nome del coro da “Cappella musicale dei Santi Gervasio e Protasio” in “Polifonica Pievese” per essere più liberi e aperti, svincolandoci da una identificazione esclusiva di coro da chiesa…».

Il Sindaco ascoltava in silenzio, ed anche io me ne stavo zitto non comprendendo il perché di quel preambolo, visto che si trattava semplicemente di presentare al primo cittadino un insegnante di musica. Ma il motivo lo compresi bene in seguito: don Oscar Carbonari era un uomo profondamente impegnato nei dibattiti e nelle vicende che riguardavano i problemi civili e sociali, vivendoli e partecipandoli in prima persona. Ci teneva sempre a distinguere il suo ruolo di pastore di anime dalla sua diretta partecipazione alla vita pubblica. Specialmente in quegli anni, quando il mondo era diviso in due blocchi, e dove sbrigativamente il pensar comune avrebbe potuto assegnare a lui prete una collocazione imprecisa, o perlomeno che non gli sarebbe stata del tutto gradita. Per questo aveva voluto rimarcare come la Polifonica Pievese fosse uno strumento al servizio di tutta la comunità. Proprio in quel momento, nella circostanza nella quale lui, sacerdote, andava a ratificare la collaborazione con una delle Amministrazioni Comunali più rosse dell’Umbria.

Magari don Oscar aveva fatto quelle puntualizzazioni più per me che per il sindaco. Fonti conosceva bene il suo impegno in campo civile e la sua indipendenza di pensiero. Gli erano ben note le sue pubbliche prese di posizione in materia di divorzio, che allora, nel 1981, se pur non freschissime, erano ancora sufficientemente recenti da giustificare un richiamo alla “laicità dello Stato”. Il fatto risaliva alla primavera del 1974, quando si celebrò il primo referendum popolare per l’abrogazione della legge sul divorzio, da poco promulgata. In quella circostanza don Oscar Carbonari fece parte di quel gruppo di cattolici detti “del dissenso” che si schierarono con il fronte del “no” all’abrogazione, in aperta opposizione alla Democrazia Cristiana e alle forze cattoliche tradizionali promotrici del referendum. Questa sua posizione, che lo mise in contatto con un nutrito gruppo di intellettuali cattolici di sinistra, come Gianfranco Maddoli, futuro Sindaco di Perugia, il giudice Giorgio Battistacci, e naturalmente i molti sacerdoti umbri schierati sul fronte divorzista. Successe anche un episodio curioso, quando a Perugia si tenne in Piazza IV Novembre, proprio sotto le finestre dell’Arcivescovado, una manifestazione di divorzisti a cui parteciparono alcuni sacerdoti “del dissenso”. L’Arcivescovo di allora, monsignor Ferdinando Lambruschini, che era alla finestra, si accorse che fra i manifestanti c’era anche don Oscar Carbonari. Allora pensò bene di chiedere al suo segretario, don Mario Ceccobelli (che poi divenne vescovo di Gubbio), di scendere e dire al prete di Città della Pieve di salire in vescovato, perché intendeva parlargli. Don Mario fece come gli era stato comandato, ma quando comunicò a don Oscar l’ordine del vescovo, si sentì rispondere: «Su, su,… dì al vescovo che adesso ho da fare. Ci andrò un’altra volta, quando sarò meno occupato!».

Come ben si può immaginare, quella scelta del fronte del “no” fece grande scalpore a Città della Pieve, che si divise nettamente fra chi l’apprezzò e chi la condannò. Da allora in poi don Oscar Carbonari sarebbe stato per una parte dei pievesi il prete ribelle, l’amico dei comunisti, colui che rinnegava i principi basilari dell’indissolubilità del sacramento matrimoniale predicati dalla Chiesa. La cosa, tenendo conto delle dimensioni particolarmente ridotte di una comunità come quella pievese, gli procurò non pochi grattacapi. Lui stesso, anche a distanza di anni, continuò a parlare di una scelta di libertà, per non imporre una regola cattolica anche a chi cattolico non era. «Lo Stato – come aveva detto quel giorno al Sindaco Fonti, e come spesso ripeteva quando gli capitava di tornare sull’argomento – deve restare laico, e tutelare la libertà di tutti. Non certo negando la legittimità dei cattolici a fare le proprie scelte, senza però impedire una scelta diversa a chi la pensa diversamente

Se questo, come si diceva, gli procurò qualche problema, gli consentì però di guadagnarsi la profonda stima delle Istituzioni, come quella della maggior parte della gente. In particolare dei giovani, con i quali dialogava quotidianamente su questi temi a scuola, dove per molti anni fu professore di religione. Ma la stima e la considerazione di Città della Pieve nei suoi confronti nasceva anche e soprattutto dai suoi numerosi impegni nel campo sociale e nelle attività di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale cittadino: dal suo essere a fianco della cittadinanza nelle numerose e lunghe battaglie a difesa del locale Ospedale, al suo determinante contributo nel dare vita al Palio dei Terzieri, l’annuale gara in costume tra i rioni del paese, che mosse i primi passi proprio grazie ad una sua iniziativa.

Ispirandosi al Calendimaggio di Assisi, aveva pensato di solennizzare la festa del Patrono del Terziere Castello, San Rocco, il 16 agosto, con il suono delle chiarine e con sfilate in costume per le vie della contrada, imbandierate ed abbellite di festoni, luci e fiori. Una festa che per qualche anno fu detta “del Pievese lontano”, e che si caratterizzava come un’allegra rimpatriata dei numerosi concittadini che, vivendo lontani dal paese per ragioni di lavoro, ritornavano ad agosto per passare le ferie con i parenti. Da quel primo esperimento, da lui pensato e realizzato, prese poi il via, qualche anno dopo, il Palio vero e proprio, e dove anche qui don Oscar fu sempre uno dei protagonisti.

Per anni, infatti, è stato “la voce” del Palio. Così come avveniva anche per il Terziere Castello in occasione della festa di San Rocco, quando col microfono illustrava gli spettacoli. Non era certo un cronista imparziale, specie se “punzecchiato” da qualcuno del pubblico. Come quando dal balcone del Palazzo Comunale, presentando i festeggiamenti patronali, reagì ai fischi dei Terzieri avversari gridando: «Fischiate ora, che il giorno del Palio fischierete le vostre sconfitte!»

In effetti don Oscar non ha mai nascosto o negato la sua passione per il Terziere Castello. Anche quando presentava il Palio dal terreno del Campo sportivo la sua cronaca non era proprio imparziale. Tanto che i due Terzieri avversari protestarono, pretendendo la sua sostituzione. Ho saputo di questa vicenda anni dopo, non alla Pieve, ma a Perugia, dalla bocca di Fausto Belia, il giornalista chiamato a sostituirlo, che mi raccontò che era stato contattato dall’Ente Palio per fare lo speaker al posto di un certo prete “troppo fazioso”.

Sono episodi sui quali tante volte abbiamo riso e scherzato con don Oscar. Ma la nostra frequentazione era tutt’altra. Ci vedevamo ogni venerdì, a cena da Serenella, prima delle prove del coro. Lui aveva il suo posto abituale, col suo portatovagliolo di legno e le posate personali. Era un posto preciso, accanto al mobiletto dell’oliera e delle spezie. Tanto preciso che ancora oggi, se chiedo in trattoria di potermi sedere a quello che era il suo tavolo, dico sempre, come allora: «mi metto qui, al posto di don Oscar.»

E dopo cena si andava alle prove. La sala che ci aveva dato il Comune era a Palazzo Orca, a piano terra, sullo stesso livello dove oggi sono collocati gli Uffici della Polizia municipale. Si entrava in un piccolissimo ingresso con tre porte a vetri: quella di fronte conduceva ai due bagni e quella di sinistra nella saletta destinata al coro. La porta di destra era quella della sala prove della Banda Municipale, che da qualche anno non era più in attività, tanto che l’ultimo maestro, Dante Scarpanti, era passato a dirigere la banda di Monteleone. La stanza destinata al coro, contrariamente a quella della banda, era molto più piccola. Era arredata con alcuni banchi scolastici, una dozzina di piccole seggiole di legno (le stesse che appartenevano alla banda), un pesantissimo e ingombrante tavolo con due grandi cassetti laterali e, appoggiata sopra, una enorme lavagna nera di ardesia pesante una enormità. I banchi non ci servivano, perché non c’era motivo per scrivere, così li mettemmo di lato, l’uno sull’altro, sotto una finestra collocata a quasi tre metri di altezza. Restarono in questo modo per tutti gli anni in cui il coro rimase lì, venendo utilizzati come scaffalatura per l’archivio musicale. In seguito, quando il coro prese possesso della stanza per le sue prove, tutte le seggiole venivano sistemate lungo le pareti, disegnando un semicerchio. Così disposte potevano starcene una ventina o forse più, nonostante le dimensioni della stanza. In compenso aveva un soffitto altissimo, tanto che, quando capitava di dover cambiare il neon del lampadario, bisognava prendere il grande tavolo, metterci sopra un banco, e ancora sopra una seggiola per poterci arrivare.

Qui iniziai la mia collaborazione con la Polifonica Pievese accanto a don Oscar Carbonari. Era un coro antico, le cui radici si perdevano nel passato canoro di chierici e seminaristi per almeno due secoli addietro, fin quando nel 1936 il Vescovo Giuseppe Angelucci incaricò il giovane don Francesco Tassini di affiancare ai seminaristi anche le voci di alcuni laici. Da don Tassini, negli anni ’50, la direzione del coro passò a don Oscar Carbonari che, per l’accompagnamento organistico, si avvalse sempre anche di altri collaboratori. Come don Uberto Volpi fino al 1968, quando morì il 31 dicembre, e il m° Italo Ventosi nel decennio successivo fino al mio arrivo, all’inizio degli anni ‘80.

A Città della Pieve, grazie a don Oscar, ho conosciuto per la prima volta la vastissima produzione di Lorenzo Perosi, il sacerdote compositore che rinnovò il repertorio liturgico a cavallo dei secoli XIX e XX, e che il giovane Carbonari aveva conosciuto personalmente al Seminario Regionale di Assisi durante gli anni di studio. Don Oscar, durante i suoi primi anni alla direzione del coro, aveva insegnato ai cantori la Messa Cerviana e la Messa da Requiem del Perosi, entrambe per voci virili (com’erano allora i cori di chiesa). Poi, dopo il Concilio e l’ammissione delle voci femminili, la Messa Pontificalis, eseguita dal coro fino ai giorni nostri un’infinità di volte.

Gli impegni fissi erano e sono scanditi dal calendario liturgico: tutte le feste religiose, comprese quelle locali, dal il 1° gennaio all’ultimo giorno dell’anno, quando nella messa vespertina viene intonato il Te Deum di ringraziamento. Se non dirigeva, cioè nei brani eseguiti “a cappella” senza accompagnamento, don Oscar cantava insieme agli altri coristi. Aveva una splendida voce da basso, e spesso, durante le esecuzioni, se qualcuno non andava a tempo, lo redarguiva con gli occhi, battendo il ritmo con la mano. Ma succedeva anche che in prova, per aiutare le sezioni femminili, si aggiungesse a contralti o soprani con la voce in falsetto, che era limpida e penetrante, dotata di una estensione nell’acuto non affatto comune. Se per qualche altro impegno non poteva essere presente alla prova, per me era un guaio, perché grazie a lui il coro riusciva a imparare con eccezionale rapidità. Durante gli anni ’80 affrontavamo le esecuzioni in chiesa o in concerto sempre insieme, io all’organo e lui alla direzione. Ma poco alla volta, a causa degli impegni che sembravano moltiplicarsi, la sua presenza cominciò a diradarsi. L’ultima volta in cui diresse fu all’aperto, di sera, nella Rocca, col vento che scompaginava gli spartiti ed una illuminazione insufficiente. Per tutto il tempo non fece altro che fermare i fogli con la mano sinistra, mentre col dito indice della destra continuava a tenere il tempo, ripetendo in pievese: «Nun ce vedo, nun ce vedo!»

Ma fra tutti gli impegni quello che davvero svolgeva a tempo pieno era quello di sacerdote. Il suo tenere distinto il ruolo di uomo di Chiesa da quello di protagonista nella vita civile, non va frainteso come un disimpegno dal compito di guida spirituale che aveva scelto nel giorno dell’ordinazione. Al contrario, quel suo modo di porsi in modo aperto e pluralista, senza ostacoli o pregiudizi, aveva il valore e il senso di un esempio, dal quale sperava di trarre dalla sua parte anche menti e cuori apparentemente lontani. Un giorno, facendomi notare l’assiduità alle prove e all’esecuzione durante la celebrazione liturgica di una corista proveniente da una famiglia e da un ambiente non propriamente devoto, commentò sorridendo: «Guardala: se non ci fosse stato il coro avresti mai pensato di vederla alla messa?»

Così era don Oscar: molto più e molto oltre quello che non appariva superficialmente. E proprio per confermare la profondità e la lungimiranza del suo pensiero vorrei concludere questo ricordo con le sue stesse parole, pubblicate su “Pieve nostra” nel giugno del 1976, ancora più che mai attuali:

“Oggi nell’ambiente ecclesiale si nota un fenomeno che fa molto par­lare fino a scandalizzare e a creare tensioni e lacerazioni talvolta dram­matiche e penose all’interno della stessa vita ecclesiale. Da una parte ci sono cattolici ubbidienti, docili, ossequienti della autorità ma talvolta un po’ troppo isolati dal mondo esterno, in posizione piuttosto di difesa per un esasperato culto delle tradizioni. Questi sono ripetitivi più che attivi e creativi. Dicono: si è fatto sempre così… perché si deve cam­biare? Le tradizioni sono sacrosante. Però aiutano poco a programmare e a realizzare un progetto pastorale. Sono preziosi e ce n’è bisogno di questi, ma guai se ci fossero soltanto loro nella Chiesa. Al contrario si incontrano dei cattolici “inquieti” e si potrebbe dire anche “inquietanti”. Non lasciano dormire in pace. De­siderano discutere, dialogare, magari anche contestare: però quando sono sinceri e di buona volontà cercano, perché quello che hanno trovato e che la Chiesa ha trovato non è più su misura dell’uomo d’oggi. Questi non ascolta forse più perché eluso e deluso nelle sue esigenze, nei suoi problemi reali e concreti; la fede la trova lontana dalla sua vita.

Questi cristiani “inquieti” stanno più degli altri credenti nella fron­tiera, a contatto con coloro che sono aldilà, e attendono il messaggio cristiano, il primo annuncio. Il linguaggio valido per annun­ciare il messaggio cristiano all’uomo d’oggi lo conoscono questi cristiani “inquieti” più degli altri. E allora non possono e non deb­bono essere rifiutati, emarginati, sen­za prima averli ascoltati, capiti ed amati. Si parla di “promozione umana”: i cosiddetti “lontani” talvolta non vo­gliono essere promossi come noi proponiamo e programmiamo. Allora questi cattolici “inquieti” potrebbero aiutare a integrare il di­scorso perché l’idea di “promozione umana” in senso cristiano, sia cre­dibile, incarnabile nell’uomo d’oggi. Non credo insomma che sia né giusto né utile spingerli con il no­stro disprezzo e il nostro sospetto aldilà della frontiera.

Forse potrebbe apparirci più co­modo serrarci nel chiuso dell’ovile con le sole pecorelle docili e quiete. Ma non è questo il modo mi­gliore per trattare con pecorelle smar­rite e recuperarle, né per evitare che si smarriscano, né per conoscere quello che si agita fuori. Questo non potrebbe essere un tradimento alla Chiesa: segno e stru­mento di salvezza che come tale, deve essere nel mondo e a servizio del mondo pur non essendo origi­nata dal mondo ma da Cristo, inse­ritosi nel mondo per servire. Bisogna dialogare con i cattolici “inquieti” e ascoltarli soprattutto prima che divengano “cristiani del dissenso”. L’ascolto è un fatto reciproca­mente positivo.

Ci sono dei rischi? forse… ma senza rischi né si vive né si lavora: bisogna aver fiducia nei laici e so­prattutto nello Spirito Santo che vive in loro e spira dove e come vuole, e qualche volta anche là dove a noi non sembra, dove non ce l’aspette­remmo. Questi cattolici “inquieti” forse sono più sensibili ed aperti a quella esigenza di rinnovamento nata dal Concilio Vaticano II° e interpretano meglio degli altri l’espressione di Cristo: “…non sono venuto a por­tare la pace ma la guerra…”. Questo intende dire che il cristia­no autentico non è mai contento e soddisfatto di sé e delle sue conquiste, non è mai un arrivato”, ma vive in una permanente inquietudine sorretta dalla speranza.

Carlo Pedini 

 

Riguardo a Gianni Fanfano

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