Un lettore “Lettera aperta ai miei fratelli italiani”

Città della Pieve, 25 aprile 2020

Ore 11,00
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella da solo, sale la scalinata dell’Altare della Patria. Due corazzieri con la mascherina lo aspettano in cima alla scalinata.
Un trombettiere dei carabinieri suona il Silenzio.
Un’immagine indimenticabile, che richiama quella del Papa in preghiera prima di impartire la benedizione urbi et orbi, anche lui solo in una immensa piazza San Pietro vuota, battuta dalla pioggia.
“Oggi celebriamo il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, data fondatrice della nostra esperienza democratica, di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione”. Dice il Presidente Mattarella “riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale”.
Mi commuovo, lo confesso.
Ripenso al sacrificio dei nostri nonni….già…i miei nonni…vivevano in due piccoli villaggi vicino Salerno, tormentati dai bombardamenti e attraversati da armati di tutte le nazionalità; uno era ferroviere, credeva profondamente nei valori della famiglia e aderì pienamente al fascismo; l’altro era contadino, aveva partecipato alla grande guerra, non volle mai tesserarsi al partito fascista e finì in prigione.
Oggi non ci sono più.
Ripenso alle loro vite travolte da una storia ingiusta che lì obbligò a schierarsi su fronti contrapposti fino a quando l’Italia divenne il campo dei giochi della follia nazista che manipolò ad arte quel che restava del mito di un duce esautorato dai suoi stessi sostenitori appena due mesi prima, provocando la più dolorosa delle ferite in un popolo, quella della lotta fratricida.
Ripenso alla fatica fatta dai nostri padri per ricostruire i legami morali e civili di una comunità nazionale liberamente condivisa.
Penso alla mia adolescenza, alle forti passioni civili, alle grandi conquiste sociali e ai terribili errori, vissuti dando per scontato il diritto alla libertà ormai definitivamente acquisito.

Ore 13,00
Oggi è anche San Marco, l’onomastico del più grande dei nostri due figli.
Per noi di origine campana, “O Nomme” è una festa perfino più importante del compleanno, che va celebrata in famiglia.
La mia famiglia, io mia moglie e i nostri due figli, vive da circa 10 anni a Città della Pieve, un piccolo centro in provincia di Perugia la cui comunità, a dispetto dei luoghi comuni sulla presunta “ombrosità” degli umbri, ci ha accolto con rispetto e affetto.
Anche i miei genitori si sono trasferiti qui, per stare vicini a noi e soprattutto ai nipoti.
A pranzo, per festeggiare Marco, siamo noi quattro; non ci sono i nonni, come non c’erano per il pranzo di Pasqua.
Come spesso facciamo, in questi strani giorni, commentiamo insieme la situazione.
Non posso non cogliere dalle parole dei due ragazzi la loro sofferenza, lo sconforto e la preoccupazione per il futuro.
Restare chiusi dentro casa per molte lunghe settimane è difficile per tutti, figuriamoci per dei giovani che sono costretti a reprimere la loro naturale insaziabile voglia di vivere.
Nel caso nostro poi, come per molti altri, c’è un’ulteriore aggravante.
Infatti io lavoro nel settore della musica dal vivo, e con me i miei figli; in particolare il minore tra i due, Lorenzo, si sta dedicando con molto impegno a questa attività, studiando chitarra classica e moderna con passione e merito.
Di colpo, come moltissimi altri italiani, ci siamo trovati senza lavoro e con un futuro a dir poco incerto.

E se questo è difficile per me, che sono ormai prossimo ai 60 anni, è devastante per loro che hanno tutta la vita da vivere.
Io cerco di spiegare loro che in un momento così difficile per il Paese, siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, soprattutto per alleggerire, per quanto possibile, la terribile fatica di medici, infermieri e paramedici che lottano strenuamente ogni ora del giorno per contrastare gli effetti del contagio.

Il discorso cade sul 25 aprile e Marco ci fa notare che mentre i nostri nonni non esitarono a sacrificare la vita per essere liberi, noi oggi non esitiamo a sacrificare la libertà per non morire.
Non è così, gli rispondo; non si tratta di rinunciare alla libertà ma solo di adottare misure precauzionali per non mettere inutilmente a repentaglio la salute nostra e degli altri.

E allora perchè, mi domanda lui, oggi i nonni non sono con noi? A quale misura precauzionale risponde il fatto che in un piccolo paese come il nostro, in cui vivono poche migliaia di persone e ci sono solo due persone contagiate, ci viene proibito perfino di stare ogni tanto con i nonni?
Ma non è così, replico con piglio deciso; nessuno vuole vietarci di coltivare i nostri affetti. E’ vero che le normative emanate dal Governo limitano fortemente le libertà individuali, ma si tratta pur sempre di provvedimenti presi in condizioni di emergenza, che valgono genericamente per tutto il territorio nazionale ma che poi nei fatti sono affidate al buon senso di chi le applica, che saprà tenere nel giusto conto le specificità di ciascun luogo e caso; ad esempio qui alla Pieve abbiamo la fortuna di avere un Comando dei Carabinieri, loro conoscono tutti noi, sanno chi siamo, fidati, sanno comprendere le situazioni e adattare le norme alla realtà del nostro piccolo paese come hanno già dimostrato in diverse occasioni.

Ok, gli fa eco Lorenzo, allora organizziamoci per prendere i nonni stasera e festeggiare insieme l’onomastico di Marco e la Festa della Liberazione; se nessuno intende limitare la nostra libertà di manifestare ai nonni il nostro amore e la sola vera necessità è quella di proteggere la salute di tutti, allora prendiamo tutte le cautele possibili, senza mettere neppure minimamente a rischio la salute nostra e di tutti i pievesi; ma non rinunciamo a concedere ai nonni e a noi stessi il conforto di un’ora vissuta insieme, un’ora preziosa data la loro età.

Resto spiazzato, ma poi mi rendo conto che dopo più di 6 settimane di quarantena assoluta e in presenza di un oggettivo allentamento del contagio, questa richiesta non è poi così irragionevole…
E cedo.

Ore 19,30
Il pomeriggio passa in fretta, frenetico, elettrizzante, con mia moglie che prepara l’impasto per le pizze, Lorenzo che cuoce i maccheroni e farcisce con i piselli la besciamella per le frittatine di pasta seguendo la ricetta che si è fatta dare al telefono da un nostro amico di Napoli, Marco che sistema l’orto per mostrarlo, con orgoglio, al nonno, il figlio di quel mio nonno contadino e antifascista, e io che mi cimento nella preparazione degli aperitivi.
E’ tutto pronto; Lorenzo esce di casa con la macchina per percorre i 600 metri che separano casa nostra da quella dei miei genitori.
La festicciola in famiglia è bella, davvero bella; di quella bellezza fatta di niente che vale più di tutto.
I nonni si godono per la prima volta da settimane un’ora di aria fresca e pulita nel nostro piccolo giardinetto.
Mio padre è ben vestito, sembra un giovanotto e segue le spiegazioni di Marco su come ha piantato i pomodori e le melanzane.
Mia madre lavora con Lorenzo per friggere le frittatine di pasta.
Mia moglie inforna sei belle pizze.
Poi tutti si fermano per brindare con il mio aperitivo a Marco e a tutti noi nella speranza di un futuro di rinascita, come fu dopo la Liberazione, quando venne il tempo della ricostruzione.

Ore 22,00
La festa è finita; Lorenzo prende la macchina per percorre quei 600 metri e accompagnare i nonni a casa.

Io, compiaciuto di aver ceduto alla fine alle richieste dei figli, mi siedo sul divano, un pochino stanco ma davvero soddisfatto per la bella serata.
Arriva una chiamata di Lorenzo: “Pà mi hanno fermato, mi vogliono fare 500 euro di multa”. Rimango stordito, è dunque questa la conclusione di una serata innocente? E’ questa la giusta punizione che Lorenzo e tutti noi meritiamo per esserci concessi un pizzico di felicità in questo tempo buio?

Insieme con mia moglie mi precipito davanti all’ex ospedale dove una macchina della Guardia di Finanza con le luci blu tiene bloccata la macchina di mio figlio.
La scena è da telefilm americani…
Chiedo spiegazioni ad uno dei due agenti, che non mi risponde.

Inizialmente immagino che stia per rivolgermi l’obiezione canonica: “E se facessero tutti così…” e subito mi viene da chiedere a me stesso prima di tutto, cosa ci potrebbe mai essere di tanto rischioso nel fatto che anche altri si prendano cura per qualche ora dei propri nonni, mantenendo rigorosamente un larghissimo distanziamento fisico con qualsiasi persona estranea e limitando al minimo ogni spostamento.

Poi mi rendo conto che loro non sanno nulla di noi, e allora mi chiedo: la situazione qui a Città della Pieve è davvero così drammatica da richiedere che una questione tanto delicata come quella del labile confine tra libertà e sicurezza venga gestita da agenti che vengono da fuori, quando noi qui abbiamo carabinieri e polizia municipale che ci conoscono uno ad uno?

Ad ogni modo, spiego di nuovo ciò che aveva già chiaramente raccontato Lorenzo: lui stava tornando a casa avendo percorso 600 metri in macchina non per andare a “gozzovigliare” con gli amici, ma solo per accompagnare i nonni dopo una pizza in famiglia, in tutto 6 persone; che con i nonni, lui e tutti noi abbiamo avuto necessariamente contatti in questi giorni per portargli a casa le medicine, le pensioni e la spesa (azioni che, pur essendo legalmente ammesse, sono assai più rischiose di una pizza in casa); che il brevissimo tragitto in macchina è stato percorso senza che lui stabilisse alcun contatto con altre persone, in un paese con due contagiati non ricoverati…

Per tutta risposta i due agenti ribadiscono che Lorenzo ha violato la Legge essendo uscito di casa senza un valido motivo (?); e che anzi anche io e mia moglie abbiamo commesso la stessa violazione.
Dopo quasi un’ora di accertamenti, dichiarazioni e verbali – per firmare i quali chiedo in prestito una penna ad uno di loro che me la nega – ci lasciano finalmente tornare a casa, mentre uno dei due agenti “saluta” Lorenzo con un sorriso beffardo, un sorriso che Lorenzo non dimenticherà mai più. E tutto questo, nel giorno in cui tutto il Paese festeggia la riconquistata libertà.

Città della Pieve, 26 aprile 2020

Ore 11,00
Mi sveglio ancora amareggiato…non so cosa pensare…
Qual’è la lezione che i miei figli devono imparare da questa vicenda? Che ricordo dovranno portarsi di questo anniversario della Liberazione?
Davvero, lo ripeto con grande sincerità, io non so più cosa pensare…
Forse qualcuno può aiutarmi a capire?

Luigi Caiola.

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