Storia di una martora post mortem

Quella che segue è la storia di una splendida e giovane martora morta sfortunatamente attraversando la strada in una comune notte di aprile. Di particolare c’è la sensibilità di chi passando la vede, si incuriosisce e si dà da fare, prima per sapere di quale animale si tratti e poi per provare a dare ancora valore a quel corpo ormai esangue.

Il Professor Alfredo Costa, abitante a San Fatucchio, frazione di Castiglione del Lago, una uggiosa e piovosa mattinata di aprile, si dirigeva verso Pineta, località a poca distanza, quando a metà percorso nota tra gli sterpi la sagoma di un animale mai visto. Da sottolineare il fatto che il suo scopritore, quale pittore paesaggista, ha una spiccata capacità osservativa ed un amore particolare per la natura ed il mondo animale. Al ritorno, incuriosito, si ferma e resta impressionato in modo particolare dalla dentatura che immediatamente gli ricorda i mustelidi. La curiosità lo porta a fermarsi a Colonnetta, dove è presente un laboratorio veterinario diretto dalla dottoressa Stefania Ricci, alla quale chiede aiuto per l’identificazione di quel particolare animale. La dottoressa lo invita a recuperarne il corpo e per questo gli fornisce guanti e busta. Si scopre così in breve tempo che si tratta, in linea di massima, di una martora. Il Professore pensa subito al suo recupero per scopi didattici ed alla collocazione in un museo naturalistico.

Per questo arriva al Museo di Storia Naturale e del Territorio di Città della Pieve, dopo non poche vicissitudini. La storia naturalmente non finisce qui, strano è anche il legame tra la pittura, e quindi il pittore suo scopritore, e la martora: il suo pelo storicamente infatti è purtroppo utilizzato, tutt’ora, per fabbricare pregiati pennelli. Il primo problema che si presenta è fermare il processo di decomposizione se si vuol utilizzare questo sfortunato animale a fini scientifici e soprattutto didattici. Il corpo inerme del mustelide viene congelato, resta per circa tre settimane in una ghiacciaia. Nel frattempo la dottoressa Ricci si informa sulla documentazione da predisporre e quindi presentare a giustificazione del possesso di questo animale, protetto dalla “Direttiva habitat” 92/43 dell’Unione Europea, e poi sull’iter per la tassidermia.

Il suo peregrinare telefonico passa attraverso la ASL, il Corpo Forestale dello Stato, la Polizia Provinciale per arrivare finalmente all’Ufficio Provinciale idoneo a dare le giuste informazioni: il Servizio di Gestione Faunistica e Protezione Animale, oggi passato alla Regione. È richiesta inizialmente la dichiarazione ufficiale della specie, per questo viene interessata l’Università di Perugia, in particolare la zoologa Francesca Vercillo che conferma trattarsi di un maschio di giovane martora, che data la sua età, circa un anno, non ha avuto la possibilità di riprodursi. L’esame più approfondito ha confermato la morte per incidente stradale. Quando l’Ufficio Provinciale ha dato parere favorevole alla tassidermia ha consegnato anche una lista di tassidermisti autorizzati, in questo modo si è arrivati ad individuare un tecnico, che ha voluto una più specifica documentazione prima di procedere, in quanto trattavasi di animale protetto.

La tassidermia è un trattamento particolare che sostituisce il corpo con un calco abbozzato che viene poi ricoperto dalla pelliccia naturale dell’animale, assolutamente non giustificabile, per i naturalisti, a scopo feticistico. Questa martora, conferma la zoologa, non è morta invano in quanto l’esame di parti prelevate dal suo corpo sono utili allo studio necessario per aiutare la conservazione in natura della specie. Oggi la martora per fortuna si sta ripopolando in quanto l’habitat naturale, la macchia, si sta ricostituendo nella nostra zona, anche se non è facile incontrarla per il suo essere schivo, il suo evitare l’uomo, il suo vivere per natura in solitudine.

Questa è la storia, o meglio l’incontro tra una martora, passata per caso nel territorio di San Fatucchio e morta per traffico notturno, ed un amante della natura che ha voluto rendere utile un raro esemplare ormai privo di vita e per questo ha fatto in modo che si attivassero una serie di professionisti, provvedendo a sue spese.

Questo quanto emerso, dalla viva voce dei protagonisti, nel freddo pomeriggio di sabato 16 gennaio, nella Sala Grande di Palazzo Corgna, in occasione della donazione della martora al Museo pievese, alla presenza di numerosi curiosi, simpatizzanti e studiosi accorsi all’iniziativa, accolti dal Gruppo Ecologista “Il Riccio”, che cura il servizio di volontariato per l’apertura bisettimanale del museo, dall’A.S.A.V. (Associazione Scientifica “Antonio Verri”) e dall’Amministrazione Comunale proprietaria del Museo.

Il Presidente de “Il Riccio”, Riccardo Testa, quello dell’A.S.A.V., Michele Croce, come pure l’Assessore alla Cultura, Carmine Pugliese, si sono uniti ai tre relatori per ribadire l’importanza del rapporto del cittadino con il territorio, la necessità di preservarlo per favorire la vita della flora, della fauna, dell’uomo; l’importanza della conservazione dei reperti, e quindi anche della tassidermia, naturalmente solo su animali trovati morti e non uccisi per questo, effettuata perciò esclusivamente a scopi scientifici e didattici e non certo per ricavarne insignificanti trofei, tetri elementi d’arredo; il valore dei musei storico-naturalistici per produrre cultura e favorire apprezzamento e rispetto per tutte le forme di vita in una visione ecologicamente sostenibile. A tale proposito l’Assessore alla cultura annuncia, dopo questa, la donazione in arrivo, per lo stesso museo, di una collezione costituita da numerosi minerali provenienti da varie parti del mondo.

Riguardo a Gianni Fanfano

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