Simona Marchini. Il tempo della famiglia, della Roma e di lontane origini moianesi. A Città della Pieve, un incontro con l'attrice all'interno de "Il nostro Tempo"

Un bell’incontro. Divertente, leggero e nello stesso tempo profondo. Condito anche da alcuni moneti in cui l’attrice ha preso la scena, come quando ha raccontato le gesta delle mogli  dei calciatori della Roma in ritiro.   Questa l’impressione avuta lasciando l’Avvaloranti al termine dell’incontro con Simona Marchini, intervistata da Paolo Franchi, nella cornice dei tre giorni dedicati a “Il Nostro Tempo”, l’ evento promosso dal Comune di Città della Pieve.

Le origini moianesi della famiglia Marchini sono state ricordate da Simona all’inizio del suo racconto quando ha parlato della distruzione della prima Casa del Popolo di Moiano,  quella dei socialisti, quella del Palazzolo che fu costruita anche dai Marchini, famiglia di muratori del luogo, prima che il fascismo li costringesse ad emigrare e ad andarsene da Città della Pieve. Ma poi la famiglia Marchini avrà di nuovo un forte ed importante rapporto con Moiano e con Città della IPieve, di cui non si è parlato, anche perché poco conosciute dal grande pubblico, specie se non pievese. E di cui parleremo nella seconda parte del nostro articolo.

La Marchini ha ricordato la sua infanzia particolare di figlia e di nipote di questa importante famiglia di costruttori edili che nel secondo dopoguerra diventò tra le più importanti nella Roma che usciva dalle macerie. Una famiglia che anche dopo il successo imprenditoriale ha mantenuto la sua scelta comunista e che con quel mondo entrò anche in contatto  con gli ambienti  dell’arte e del cinema romane.

I Marchini furono i ” venditori ” della storica sede del PCI In via delle Botteghe Oscure, lasciando intendere che dietro quella vendita ci furono particolari condizioni di favore, verso il partito cui pare e zio aderivano.  L’integrità morale , la scelta civile a favore anche degli interessi dei lavoratori in geerale e di quelli dell’azienda in particolare,  sono stati i principi sempre presenti che Simona ha detto di avere ereditato da quella che una certa stampa chiamava in modo dispregiativo “calce e martello”

L’altro argomento su cui la Marchini si è soffermata, anche perché piu volte stimolata da Franchi è stata la La Roma, la squadra di calcio della capitale di cui il padre Alvaro fece il presidente per alcuni anni, in un momento particolarmente dedlicato della società. Erano gli anni in cui la Roma attraversava un difficile momento economico e nella capitale , nella sponda giallorossa  era arrivato il “Mago” Helenio Herrera, l’allenatore che aveva fatto  fortuna in Italia con l’Inter di Moratti e di Allodi con  Facchetti, Picchi, Jair, Suarez, Sandro Mazzola.

Herrera però non era particolarmente amato e stimato, a quanto pare,  né da Simona che lo ha descritto in modo piuttosto sprezzante e nemmeno  dal padre, che avendolo trovato già in possesso di un lucroso contartto non ebbe la possibilità di  sostituirlo.

Fu un’esperienza breve ma sufficiente per legare Simona a quello che in qugli anni era il capitano ed uno dei più noti ed amati  giocatori della Roma, quel Ciccio Cordova che diventerà suo marito.

In effetti la famiglia Marchini lasciò Citta della Pieve e la frazione di Moiano dove abitava verso la fine degli anni trenta. Uno dei due fratelli (Alfio) ci fece ritorno però durante il passaggio del fronte nel 1944 guidando come comandante militare le Brigata Risorgimento che è stata tra le più attive squadre partigiane della zona, dove il commissario politico era quel Solismo Sacco, (Sole)che ne ha scritto anche la storia, e che sarà  sindaco di Città della Pieve durante gli  anni cinquanta.

La famiglia Marchini poi diede un contributo importante anche alla costruzione e della seconda Casa dela Popolo, di Moiano, all’inizio degli anni sessanta, quella che è tuttora in attività e che è stata da sempre anche la sede del PCI della zona e dei partiti che poi si sono succeduti, che fu costruita dalla impresa edile di Lucacchioni Ezio. Casa del Popolo che negli anni settanta, anche per il ruolo simbolico che aveva assunto nell’area, fu  oggettto di un attentatato fascista da parte di un pericoloso gruppo eversivo aretino, autore di altri sanguinosi attentati. Quello di Moiano per fortuna si risolse solo con qualche danno alla struttura.

Riguardo a Gianni Fanfano

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