Rassegna: Segatori “In Umbria il Pd si muova, la base è cambiata”

Il Giornale dell’Umbria di cui abbiamo pubblicato nella rubrica “rassegna stampa” alcune interessanti interviste sulla cultura, ne inizia con questa che riportiamo una serie sulla lettura dei risultati delle ultime elezioni regionali, non solo dal punto di vista politico, ma anche economico e sociale. Il Corriere Pievese seguirà e pubblicherà questo interessante approfondimento.  Lo facciamo anche con la speranza che  la parte vitale del  mondo politico e culturale locale intervenga, magari contribuendo sul versante più specificamente pievese e di area. (N.d. R)

dal Giornale dell’Umbria

Inizia oggi con il professor Roberto Segatori una serie di interviste a sociologi, storici ed intellettuali per dare una lettura, sotto diverse angolazioni, di quanto avvenuto in Umbria alle ultime elezioni regionali. di Pierpaolo Burattini

Il professor Segatori: «La crisi ha cambiato i paradigmi: Cgil con il marchio conservatore, gli anziani sulla Lega»

I vecchi e rassicuranti bacini di voto non ci sono più. E il Pd umbro, se vuole recuperare terreno e non continuare a perderlo, deve cercare un modo per per tornare a parlare a pezzi di società. E poi: il fenomeno Lega e il conservatorismo della Cgil.

Il professor Roberto Segatori analizza e avverte: «La pesante crisi economica ha cambiato le carte in tavola e mandato per aria i vecchi schemi a cui tutti noi ci eravamo in qualche modo abituati».

II tradizionale elettorato della sinistra che sente il richiamo di altre sirene; la lenta ma apparentemente inarrestabile emorragia di consensi sul lato sinistro dello schieramento; il Pd a trazione renziana che allarga il proprio bacino elettorale ma in Umbria arranca; il voto giovanile molto orientato sull’urlo di Grillo e quello più anziano che sembra preferire le parole d’ordine che escono dalla bocca del leader leghista Salvini. Questo il menù che ci hanno consegnato le ultime elezioni regionali, ma come leggere e in qualche modo disporre ordinatamente tutto questo per darne una interpretazione e magari individuare il possibile svolgimento nel breve e medio periodo?

Roberto Segatori, professore ordinario di Sociologia dei fenomeni politici e docente di Governance e politiche pubbliche all’Università di Perugia, sorride e ci dice che il termine da tenere a mente è uno: transizione. Partiamo da qui e dalla parola chiave.

Professore, perché il termine transizione è quello giusto per leggere il risultato uscito dalle ultime elezioni regionali?

«Guardi, lo spostamento di fasce di elettorato, e penso a quelle dei giovani e precari verso Grillo e di non pochi anziani verso la Lega, così come il dato dell’astensione, sono il frutto di una transizione économico-sociale su cui la crisi economica di questi ultimi sette anni è stata fondamentale».

Concretamente e per capirci: l’elettore medio della sinistra così come lo abbiamo conosciuto si sposta altrove perché in questo blocco politico non vede più una reale capacità di tutelare i propri interessi?

«È così, e questo dato è evidente già a partire dalle elezioni politiche del 2013 dove se il pubblico impiego resta ancorato al Pd il voto giovanile e quello delle partite Iva va altrove, verso i Cinque Stelle in modo particolare. Questo schema viene ribaltato alle ultime Europee con Matteo Renzi che riesce ad attrarre verso il Pd una platea elettorale più ampia, ma alle ultime elezioni regionali in Umbria il problema si è riproposto tale e quale».

Ovvero, la spinta del renzismo viene meno e sul fianco sinistro la ridislocazione elettorale continua.

«Le indico due fenomeni che possono essere esemplificativi del problema: parte del pubblico impiego e l’operaio hanno capito che il Pd non è più un dispensatore di sicurezza e per questo hanno abbandonato la casa madre: questo mutamento è evidente se si analizza il consenso e il blocco sociale che stanno dietro al Pci fino ad arrivare al Pd. Si capisce subito che in Umbria pezzi di elettorato se ne sono andati e non sono stati rimpiazzati da altri soggetti. E così in “casa” è rimasto il voto dei pensionati e dei cosiddetti fidelizzati. La crisi economica ha fatto saltare gran parte delle categorie con cui potevamo leggere il dato politico della nostra regione soprattutto a sinistra».

Insomma, il Pd umbro è restato nel guado perché non si è colta l’innovazione renziana e dall’altra parte si è allentato il legame con i referenti tradizionali. E forse in tutto questo c’è anche il fatto che sessant’anni di governo si cominciano a far sentire.

«C ‘è tutto questo, ma c’è anche il dato che il Pd ha dato l’impressione, a ragione, di aver abbandonato i luoghi di dibattito: i cosiddetti territori come le piazze virtuali. Questo ha creato un cortocircuito che forse si può invertire ridando slancio e importanza ai circoli».

Professore, la ricetta giusta è quella proposta in questi giorni a Roma dal suo collega ed ex ministro Fabrizio Barca? Lei crede davvero che in tempi di partiti personalizzati si possa tornare a un modello organizzato sui territori?

«Credo semplicemente che a fronte di una leadership molto marcata, sul territorio si debba necessariamente mantenere un insediamento: si può continuare a perdere gran parte del voto giovanile senza provare formule di coinvolgimento alternative? Se all’intemo dei circoli non entrano le nuove generazioni la sfida è persa. E evidente che si devono inventare nuovi linguaggi».

Forse anche nel Pd umbro un tentativo di giocare fuori dai soliti recinti si è iniziato a fare?

«Non voglio essere ingeneroso ma la strada mi sembra ancora molto lunga».

Ma se il guado può essere attraversato chi sono i soggetti in grado di farlo?

«A mio avviso la presidente della Regione Catiuscia Marini da una parte e il sottosegretario Gianpiero Bocci dall’altra, che provengono da tradizioni politiche diverse, possono fare questa opera di traghettamento del Pd umbro. Se invece decidono di giocarsi una partita strettamente personale il rischio che vedo è quello dello stallo».

Senta, in tutto questo, anche il sindacato, e penso segnatamente alla Cgil, da queste elezioni regionale trae un insegnamento, probabilmente tutt’altro che rassicurante?

«Al di là di tutto ritengo che per la Cgil il segnale uscito dalle urne sia molto negativo. Il risultato di quei candidati appoggiati o in qualche modo “benedetti” ci dice che il sindacato viene percepito come un soggetto non più al passo con i tempi e che si attarda in parole d’ordine classiste che non riescono più ad intercettare quanto di dinamico e innovativo c’è nella realtà umbra. Il sindacato in generale, a differenza che in Germania, non ha subito un rinnovamento anche dal punto ideologico, e questo lo si percepisce in Italia come in Umbria».

Si aspettava il risultato della Lega e come valuta quello del Movimento Cinque Stelle?

«Bisogna tener conto che l’Umbria è una regione in cui gli anziani sono la maggioranza e il martellamento sulla sicurezza come sull’immigrazione fatto dalla Lega è andato ad intercettare le paure di questa fascia di popolazione. Il problema per la Lega come per Movimento Cinque Stelle è quello che hanno di fronte tutti i movimenti populisti: sono molto bravi nella fase di “rottura” ma molto di meno quando si trovano a gestire in prima persona problemi complessi».

Riguardo a Gianni Fanfano

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