Per fortuna che c’è Riccardo. “La Sampdoria è Campione d’Italia”.Era la prima volta che lo dicevo.Non lo dirò mai più”

Avevamo la gioventù negli occhi.
E gli anni’80 dentro lo zaino.

Erano ancora lì dentro, leggerissimi come la canzone di Colapesce-Di Martino. Gli anni 80 e tutte quelle cose nuove: l’edonismo reaganiano e la Milano da bere. “Io ti spiezzo in due”, lo spogliarello di Kim Basinger, Bettino Craxi e l’Italia dei “nuovi soggetti sociali”, che aveva superato l’Inghilterra ed aveva il sesto PIL del mondo.

Anche la “Samp d’Oro” (la chiamavano così) era una roba anni’80: una squadra alla moda, da giornali patinati e da sfilata Naj-Oleari. Era il sorriso irresistibile di Vialli e Mancini, la coppia più glamour del calcio italiano, e tutti quei personaggi da commedia dell’arte in versione postmoderna: il cattivo Vierchowod e l’umile Fausto Pari. L’allegro ciondolante Cerezo e la seriosità un po’ intellettuale di Beppe Dossena, che saliva a Bogliasco con la Fiat Uno anziché con la fuoriserie.
E poi Boskov, il maestro simpatico, e Paolo Mantovani, l’amabile preside del Collegio.

Si faceva voler bene anche per questo, la Samp di Vialli e Mancini. Nell’incarnare dentro una squadra lo spirito del tempo (lo “zeitgeist” dei filosofi tedeschi) e nel piegare il calcio ad un’idea estetica selvaggia, giovane e indefinibile. Che incassava un sacco di complimenti, anche se poi a vincere erano quasi sempre gli altri: la Juve di Platini e il Napoli di Maradona, il grande Milan e l’Inter dei record.
E stava proprio lì, forse, il segreto di quella simpatia così trasversale.

Poi, gli anni’80 tramontarono.
Tangentopoli era ormai alle porte, ma noi avevamo ancora negli occhi le “Notti magiche” di un mese indimenticabile, nel bene e nel male.
Un patchwork di sogni, e poi di delusioni, a cominciare da Vialli che di quel Mondiale doveva essere il re, e fu spodestato da Totò Schillaci. Da Mancini, che non vide mai il campo, e da Vierchowod, che sarebbe stato meglio che un po’ di campo lo avesse visto (il San Paolo di Napoli contro Argentina, per esempio).

Ma furono proprio loro, nemmeno un anno dopo, a regalare lo scudetto alla Samp.
A coronamento di un decennio favoloso, che comincia con il saluto di Trevor Francis dal balcone di via XX Settembre, e sotto una marea di gente con la sciarpetta blucerchiata, e finisce con la sassata di Koeman a Wembley, minuto centododici.

In mezzo ci sono gli anni’80, per l’appunto: lo scrigno che contiene la rabbia di Berna e l’estasi di Goteborg. Alviero a Milano, Bellotto a Bari e la promozione in A. La prima Coppa Italia con Bersellini e partite pazzesche, come il tre a zero alla Fiorentina di Passarella e Socrates. Giocatori come Brady e Souness, a farti capire che sei ormai entrato in un’altra dimensione, la telecronaca di Ennio Vitanza contro il Malines, Marassi cantiere aperto e le partite di Coppa giocate a Cremona.
Ovviamente, i Duran Duran come ideale colonna sonora. “Wild Boys always shine”, i ragazzi selvaggi sono sempre splendidi.
E la Samp d’oro era proprio quella roba li: splendida e un po’ selvatica, come la Genova di Paolo Conte.

La finale persa con il Barcellona fu, effettivamente, il canto del cigno di quella Samp, e di una stagione irripetibile.
Rambo Koeman, con il senno di poi, fu il Pool di Milano che mette fine agli anni dove tutto sembrava possibile: a un certo punto Vialli sbaglia un gol già fatto davanti a Zubizarreta. Ed è, più i meno, la stessa sensazione che si proverà nel vedere Forlani con la bava agli angoli della bocca, davanti al giudice Di Pietro, se non addirittura Craxi sotto le monetine dellì’Hotel Raphael.
Immagini da “fin du siecle”. Cose da fine di un’epoca.

Lo scudetto arrivò, leggerissimo, una domenica di primavera: quando le partite si giocavano ancora alla stessa ora del pomeriggio e l’aria era calda, e profumava già di mare. Marassi strapieno e il Lecce ormai retrocesso: con nessuna voglia, stavolta, di guastare la festa.

Ricordo la mia radio di allora, dove ogni domenica conducevo un seguitissimo programma in diretta sul calcio dilettanti: un corrispondente stava commentando una partita di seconda categoria, quando la Samp segnò il gol del tre a zero.
E fu bellissimo riempirsi la bocca con quelle parole che lì per lì mi parvero addirittura gigantesche: “Scusa, interrompo da studio. La Sampdoria è Campione d’Italia”.

Era la prima volta che lo dicevo.
Non lo dirò mai più

Riccardo Lorenzetti

da Riccardoloerenzetti.blog.it

 

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