Al Teatro Povero di Monticchiello, come sempre L'autodramma in scena fino al 14 agosto

Chiusi, Chianciano, Montepulciano e poi il bivio per Monticchiello, la solita strada fatta tante volte, tra il verde, ora in molti punti dorato, dei campi, e quello più scuro dei boschi, il sole che ogni tanto ti colpisce mentre scende dietro questa o quella punta. Le solite strade strette di queste nostre terre, tutte fatte di curve e di salite e discese.

Poi ad un certo punto dopo avere scollinato per l’ennesima vota, te lo ritrovi lì davanti sulla destra appena abbarbicato con le sue piccole mura scure, con sotto quel quartiere di case nuove che tanto fecero discutere e divisero qualche anno fa.

Ma la sensazione è sempre la stessa si va ad un incontro, ad un appuntamento con degli amici, con gente nostra. Gente di generazioni diverse, ora anche con qualche accento nordista, ma sempre gente che cerca di capire e di fare un pezzo di strada che serva alla giustizia di tutti.

Le stradine, i vicoletti, la piazza dove il teatro si faceva prima e quella di adesso che però è ancora chiusa. E allora ci si guarda attorno prima che apra anche la Taverna del Bronzone che promette come al solito cose buone della nostra cucina.

C’è una bella mostra , sparsa per le piazzette del borgo, della scultrice Daniela Capaccioli, con delle figure di filo di ferro leggero che fanno da spettatori al via via della gente.

Alla Taverna io assaggio la panzanella, che di questi tempi non mi sazia mai, poi mi dedico ad un delizioso coniglio in umido che da tempo non gustavo così tenero e ben condito. Gli altri vanno sui pici e sulla pappa al pomodoro, che fa venire voglia di continuare. Ma non c’è tempo e si va in Piazza.

All’ingresso ti ricordano che sono 50 anni che c’è il Teatro Povero e noi lo sappiamo bene. Ci ha accompagnato come un amico attento, critico, sorvegliante. Si una coscienza critica di questa nostra terra, della sua cultura e della sua storia. Ha cominciato sull’onda dei grandi anni di lotta e di cambiamento della fine degli anni sessanta e poi dei settanta, ha parlato poi dell’inizio della crisi negli ottanta fino a questi giorni così confusi, così ansiosi di oggi.

E alla fine di questa storia che abbiamo visto quest’anno è forse l’ansia quella che più abbiamo sentito viaggiare, tra i testi , le parole, i diversi momenti di questa “Notte d’attesa”. L’ansia di non capire bene tutto, l’ansia di non avere le vecchie certezze. L’ansia di non potere più nemmeno lottare e magari essere sconfitto. Oggi è tutto confuso e diverso e la prima tentazione è quella di alzare mura, tirare su ponti levatoi e cercare di resistere a qualcosa che si teme ma di cui non si conosce molto. Solo gli effetti, i prodotti, come i telefonini, che aumentano la confusione.

Alla fine come in ogni favola che si rispetti, o in ogni copione, che benedetto dal successo la strada che viene indicata dagli uomini e dalle donne di Monticchiello è sempre la stessa. Pur con i dubbi, pur con le idee diverse. Se c’è qualche strada da fare qualche soluzione da ricercare e praticare, mentre tutto cambia, è stando insieme, che possiamo trovarle.

Unendo le forze, nella piazza, luogo vecchiO e sempre nuovo della cittadinanza, mettendo insieme chi sta per queste sere sul palcoscenico con noi che ogni anno veniamo qui a dire ci siamo ancora e che, forse, un giorno cambierà.

(G.F)

ARCHIVIO DEL CORRIERE PIEVESE
2 AGOSTO 2016

Riguardo a Gianni Fanfano

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