Miti opposti del secolo scorso. Guevara e Mishima Icone della seconda metà del novecento

Molte sono le figure “mitiche” che hanno costellato e influenzato i giovani degli anni 50-60. Nel campo dell’arte, delle professioni, della politica. Io vorrei soffermarmi su due figure, appunto politiche, prese a simbolo in quegli anni. Una dai giovani della sinistra, uno da quelli della destra. Non è una biografia e non è un giudizio storico, il mio è solo un ricordo superficiale su queste due eccezionali e complesse personalità. L’icona per antonomasia rimane il “Che” che ha percorso gli anni trasversalmente fino a noi. Nome: Ernesto Guevara, soprannominato “Che” per l’ abitudine di inserire continuamente intercalare “che”, che gli argentini usano colloquialmente per richiamare l’attenzione. Da lì fu ribattezzato dai cubani il “Che”.

Penso che chiunque abbia visto l’immagine appunto iconica, nello scatto del fotografo Alberto Korda: Guevara col basco di traverso, sguardo perso su orizzonti lontani e la stella che spicca sulla fronte. Guevara era di estrazione borghese, laureato in medicina ma con un forte senso di giustizia sociale. Da giovane con un suo amico, a bordo di una mitica moto Norton, compì un viaggio lungo l’America latina. Durante questo immergersi nella realtà della povera gente maturò la sua idea di rivoluzione tesa all’emancipazione delle masse proletarie, sottoproletarie, e tutti di tutti i diseredati in genere.

Per questo motivo appoggiò la rivoluzione cubana affiancando Fidel Castro nella lotta armata per sconfiggere la dittatura di Fulgencio Batista. Sconfitto il dittatore, il Che fu nominato ministro dell’industria e dell’economia. Qui c’è anche un aneddoto curioso. Su questa nomina voglio dire. Pare che durante una assemblea del vincitore esercito rivoluzionario, Castro abbia chiesto: “C’è un economista in sala?” Il Che confondendo la parola economista con comunista alzò la mano…. Comunque la sua indole non gli consentiva di ragionare razionalmente da politico e tanto meno da burocrate. In breve si spostò in Bolivia e iniziò ad organizzare un fronte rivoluzionario. Lì fu catturato dagli americani e ucciso. Il già celebrato mito del Che divenne straripante. Impersonò la forza rivoluzionaria mondiale vilmente bloccata dalla cieca ingerenza americana nella determinazione degli stati sovrani, tesa ad un imperialismo sfrenato.

Ogni eroe morto sul campo di battaglia vive per sempre. E Guevara con la bellezza dei suoi tratti somatici prosegue a vivere. E non poco ha contribuito ad affermarne l’idealizzazione e la leggenda, la sua foto da morto disteso sul tavolaccio. E’ la stessa immagine del Cristo morto del Mantegna. E anche questo lo ha scolpito nel cuore di intere generazioni. Anche se ultimamente, i giovani ne usano l’immagine come fosse un cantante, un calciatore. Spesso non sanno nemmeno chi sia nella sua essenza e sicuramente non lo rammentano e non lo celebrano come simbolo di rivoluzione…

L’altra figura che vorrei prendere in considerazione è uno scrittore. Non proprio conosciutissimo benché sia il narratore giapponese più tradotto in occidente. Mishima Yukio. E’ questi una figura di intellettuale molto complessa. Ma per inquadrarlo teniamo presente che all’inizio della sua carriera aveva già guadagnato una nomintion al Nobel per la letteratura. Molti critici non hanno problema ad eguagliare la sua profondità di ispezione nell’animo umano a quella di Dostoevskij. Abbiamo così definito benché superficialmente lo scrittore. Ora la sua personalità era la somma della sua arte e del pensiero politico fortemente condizionato dalla tradizione. Era un ultra-nazionalista e militarista convinto. Che non accettava l’evoluzione della nazione nipponica verso cambiamenti che la assimilavano alla cultura occidentale. Secondo lui la grandezza del Giappone si manifestava nella restaurazione dell’autorità imperiale e della potenza militare.

Per lui il cambiamento e l’occidentalizzazione significava svendere un patrimonio culturale, militare, di onore e di spiritualità manifestata attraverso la fedeltà assoluta all’imperatore e alla patria. La democrazia e l’ infatuazione di crescita economica erano vuoti concetti materialistici. Come barattare la volgare materia al posto di una sorta di spiritualità patriottico-militare. Come risposta concreta a questa convinzione fondò “La società degli scudi” che consisteva in una organizzazione paramilitare dove venivano ripristinati gli addestramenti e le regole della vita degli antichi samurai. Una sorta di piccolo esercito privato. Allenamenti durissimi, arti marziali e un vero e proprio culto della fisicità dal punto di vista atletico ed estetico. Il venticinque novembre del settanta, Mishima, telefonò di mattina al proprio editore informandolo che poteva passare a ritirare l’ultimo capitolo del suo nuovo libro. Prese la Katana e con quattro fedelissimi amici, tutti con l’uniforme della “società degli scudi, attraversò in macchina la città fino alla base militare di Ichigaya. Arrivati in questa sorta di presidio militare giapponese, fecero irruzione nel ufficio del generale al comando dell’esercito di autodifesa nazionale, lo presero in ostaggio e poi, a mezzo giorno esatto Mishima si affacciò al balcone e arringo la folla. Fu fischiato ma lui imperterrito annunciò che la “società degli scudi” non poteva più tollerare la pochezza spirituale ed estetica nella quale la nazione era precipitata. E per restituire al Giappone l’onore e l’antica spiritualità avrebbero compiuto un sacrificio in nome di un ideale superiore al mero attaccamento alla vita. Rientrò nell’ufficio e si appresto ad eseguire il “seppuku” il suicidio rituale dei samurai. E qui bisogna soffermarsi un attimo su questa pratica antica.

Il seppuku prevede che il samurai per morire con onore, debba trafiggersi il ventre. Cadendo in avanti ( è disonorevole mostrare le smorfie tragiche della morte) scopre il collo e il più fedele amico gli mozza il capo con la katana. L’amico di Mishima sbagliò per due volte il fendente. Un altro dei quattro intervenne con la propria spada portando a termine il rituale e quello che aveva sbagliato si suicidò dalla vergogna. Alla televisione italiana ne diedero notizia senza nemmeno farne il nome: Morto suicida noto scrittore giapponese.
Nel frattempo il 68 era deflagrato in tutto il mondo. E sia a destra che a sinistra le stanzette dei giovani si andavano adornando di questi due miti, belli anche nella fisionomia, come tutti gli eroi.

Nunzio Dell’Annunziata

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