“La morte di Balbo, Cappannini e di mio padre non fu un complotto” La ricostruzione di Folco Quilici

In un periodo di quarantena prolungato come questo che stiamo vivendo, succede di ricercare anche per la lettura qualcosa di nuovo nel mondo non molto frequentato, da me, degli ebook. Così sfogliando il catalogo della Mondadori, mi sono ritrovato davanti una pubblicazione che mi ero sempre ripromesso di avere e che poi era passata in seconda linea. Si tratta della libro scritto da Folco Quilici “Tobruk 1940” in cui il grande giornalista e divulgatore racconta la tragica morte del padre, agli inizi della seconda guerra mondiale.

Il padre di Folco Quilici, Nello, faceva parte dell’equipaggio dell’aereo che guidato da Italo Balbo, fu abbattuto dal “fuoco amico” della contraerea di terra e di mare, nel porto di Tobruk, all’inizio della seconda guerra mondiale.

Insieme a Balbo in quella sfortunata spedizione c’era anche il capitano motorista Gino Cappannini, pievese, che lo aveva accompagnato in tutte le sue trasvolate ed imprese nel decennio precedente.

Del libro di Quilici avevo letto in una delle ultime biografie di Balbo quella scritta da Giordano Bruni Guerri, per i tipi della Rizzoli. La citazione era stata fatta oltre che nella bibliografia, in quella parte finale del libro in cui anche il Guerri si cimenta sull’interrogativo ricorrente dal rogo di Tobruk in poi: “Fu incidente o complotto?”. Si perché per diverse volte, in modo ricorrente, a cominciare dalla vedova di Balbo, è stato detto e scritto che il latente antagonismo fra Balbo e Mussolini, all’interno del regime fascista, l’avversione di Balbo per l’alleanza con i nazisti, la sua ammirazione per gli Stati Uniti, fino alla sua critica alle leggi razziali  ed all’ingresso in guerra, avrebbero ispirato Mussolini, o qualche sua gerarca più prossimo, ad una azione come quella che poi si realizzò nella baia libica.

Con queste premesse, ho letto tutto d’un fiato questo interessante libro del Quilici, che tra l’altro oltre al racconto dei suoi ricordi di infanzia, nell’appartato mondo dell’entourage di Balbo, che nel corso della guerra, si sposta da Ferrara alla pineta di Cervia, ad una ricostruzione minuziosa dei giorni e delle ore precedenti il volo e l’abbattimento, contiene anche il diario scritto dal padre in quei mesi missione in terra libica e la relazione di Alegy, che è stata considerata una delle fonti più attendibili di ricostruzione dell’evento dal punto di vista aeronautico.

Bene,  Folco Quilici rafforza tutta la ricostruzione del distacco fra Balbo e Mussolini negli ultimi anni della tragica vicenda fascista, ma si schiera nettamente a favore della tesi che si trattò di incidente, anzi si trattò di tragico incidente dovuto in gran parte alla disorganizzazione delle forze militari presenti a Tobruk. Balbo decise di alzarsi in volo senza nessun preavviso, avvertendo pochi intimi  nei giorni precedenti, ed altri soltanto poche ora prima del decollo.  Avvisò le torri di controllo di Tobruk poco prima dell’improvviso attacco che, per la prima volta, la base italiana, subì dagli forze aree inglesi e che li trovò del tutto impreparati. Balbo aveva deciso di alzarsi involo con due aerei, i nuovissimi S79  appena ricevuti, per impossessarsi di alcune autoblindo inglesi che sapeva stazionassero vicino Tobruk. Segnalò la sua partenza e la sua rotta, ma alla base erano già andati tutti nei rifugi durante l’attacco inglese e quando si presentò sulle piste dell’aeroporto furono in molti ad aprire il fuoco. Una delle versioni più accreditate è quella che ad abbatterlo fu la contraerea del  sommergibile Bragadin, che la mattina successiva lasciò velocemente le acque libiche.

Le truppe italiane stavano ancora festeggiando l’abbattimento dell’aereo creduto inglese, che bruciò per tutta la notte , quasi sulla riva della baia, quando furono avvertiti dal capitano dell’aereo che accompagnava quello  di Balbo, che avevano abbattuto il “Grande Trasvolatore”. La notizia fu data dalla stampa fascista parlando di morte eroica sotto il fuoco nemico, ma la cosa strana fu che per l’intero giorno successivo, nella colonia di Cervia dove stavano familiari ed amici di Quilici e Balbo ci fu un blocco delle comunicazioni radio. Anche per questo in certi ambienti cominciò a sorgere qualche dubbio ed a prendere corpo la teoria del complotto. Così come destò molto stupore ai vertici del regime, la freddezza con cui Mussolini reagì alla notizia e che mostrò durante tutti i giorni e gli appuntamenti successivi.

Ma Folco Quilici non crede nemmeno alla versione di chi ha parlato di un imminente abboccamento di Balbo con gli inglesi e di un suo interesse per l’iniziativa di De Gaulle in Francia, che dopo la capitolazione dei transalpini cominciò a costruire quella che sarà la prima repubblica francese. L’unico spiraglio che lascia aperto ad una diversa ricostruzione è quello del vero motivo del volo imprevisto ed improvviso di Balbo. Che poteva non essere dedicato alle autoblindo inglesi, ma piuttosto ad un incontro segreto con alcuni giovani ufficiali dell’esercito egiziano che stavano preparando l’azione che poi dopo la guerra porterà all’avvento di Nasser e alla fine del dominio inglese. Ed era stato proprio il destino di Suez l’argomento principale di una lettera che Balbo aveva mandato a Mussolini, in vista delle trattative post belliche , quando una guerra che, in quei mesi, sembrava dovesse essere davvero lampo, si sarebbe conclusa. Le cose poi non andarono a finire esattamente in quel modo.

Tutto questo per dire in quale contesto il nostro capitano motorista Gino Cappannini, operava e svolgeva il suo “preziosissimo” lavoro, di motorista Come in molti ricordano. Un lavoro che viene citato più volte come, fedele ed altamente professionale, tanto che per un lungo periodo la sua attività si svolse anche nel mondo aeronautico civile. Professionalità che fu ritenuta indispensabile nelle diverse trasvolate oceaniche cui partecipò. Va detto, che a Città della Pieve, la figura di Gino Cappannini, è stata diciamo “riscoperta” in questa prima parte  di secolo, mentre per tutto il secondo novecento anche lui ebbe in sorte il manto dell’oblìo, con cui, del resto,  è stato coperto tutto il ventennio fascista, qui a Città della Pieve.  Va detto nel bene come nel male.  Un oblìo strano in cui tutte le vacche sembravano  essere state bigie, come dice il proverbio. Mentre  cos’ non fu. Diverse furono le responsabilità dei diversi protagonisti. E nel caso del Cappannini si tratta di ricordare delle grandi doti professionali e di coraggio, a prescindere dal giudizio sul ventennio.

Ora che si preannunciano  appuntamenti che torneranno a valorizzare, giustamente, questa figura pievese di “trasvolatore” ci è sembrato interessante riportare questo ultimo tassello della sua vita. Perché in qualche modo sembra essere l’emblema di un tragico epilogo di una laboriosa e importante vita individuale, dentro il tragico epilogo di una storia più grande, nazionale ed addirittura mondiale. Un epilogo segnato dalla distruzione da cui l’Italia tutta trovò la forza per risorgere.

Gianni Fanfano

*Le foto che accompagnano questo articolo sono tratte dal libro di Folco Quilici  e dall’Archivio Luce, su iniziativa di Antonio Dell’Aversana

 

 

Un’altra angolatura dei resti dell’aereo abbattuto

La bara di Cappannini trasportata durante il funerale

 

La tomba di Orbetello dove sono state sepolte dal 1970 le vittime di quel volo, tranne il Quilici

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