I piccoli ospedali spariti. Con 190 ospedali chiusi per partorire servono 90 minuti di macchina In attesa della sentenza del Consiglio di Stato sul Pronto soccorso pievese

(Rassegna stampa. Dalla Stampa di  Giacomo Galeazzi). Al ministero della Salute pioggia di ricorsi contro i tagli delle strutture con meno di 120 posti letto Ma le Regioni insistono: “I centri troppo piccoli non riescono a garantire la qualità necessaria”

Con 190 ospedali chiusi per partorire servono 90 minuti di macchina. Sono la Sardegna e la Sicilia a contendersi il primato delle chiusure. Napoli, Milano e Torino sono le province dove l’austerity sanitaria ha tagliato più ospedali con meno di 120 posti e punti nascita con meno di 500 parti l’anno.

Una situazione che aumenta la pressione sulle strutture maggiori e che può mettere a rischio la salute di chi si trova lontano dai centri di cura. Un mese fa un uomo di 47 anni si è sentito male in Molise, a Larino, uno dei Comuni rimasti senza un punto sanitario, ed è stato trasferito a Termoli ma la tac non funzionava. Da qui la corsa in Puglia, dove è arrivato troppo tardi, già m morte cerebrale. Da Nord a Sud si moltiplicano disagi e proteste. Due terzi degli italiani sono contrari ai tagli. Il 66% si oppone alla chiusura dei piccoli ospedali, mentre il 34% è favorevole perché li considera poco attrezzati o poco frequentati. Pioggia di ricorsi. Il ministero della Salute dichiara alla Stampa di non disporre di «dati consolidati sul numero de gli ospedali attivi e chiusi: il monitoraggio delle programmazioni regionali non fa emergere un quadro sicuro sulle chiusure dei piccoli ospedali, in presenza di diversi procedimenti giuridico amministrativi».

Antonio Saitta, assessore alla Sanità del Piemonte e coordinatore della commissione Salute della Conferenza delle Regioni, difende «un approccio nuovo, al quale dobbiamo abituare la popolazione, ma anche i medici di famiglia, fondamentale anello di congiunzione». E assicura: «Le Regioni attuano il Patto della salute firmato col ministero per la sicurezza dei pazienti e i dati scientifici dimostrano che numeri e tassi di interventi troppo ridotti in alcune discipline mediche sono pericolosi». Perciò «la politica di ridurre i piccoli ospedali dove un tempo si faceva tutto non nasce da calcoli economici, ma dalla necessità di garantire più salute». E così in Piemonte gli ospedali piccoli sono stati trasformati in presidi territoriali e sono state aperte nuove Case della Salute per fornire assistenza territoriale senza penalizzare troppo chi vive in zone periferiche o montane. Una politica sanitaria basata sull’alta percentuale di anziani e cronici.

Per le urgenze nelle zone marginali ci si affida agli interventi del 118 con i voli notturni dell’elisoccorso, mentre alla chiusura dei piccoli ospedali corrispondono più investimenti per strutture specializzate, come i Parchi della salute, della ricerca e dell’innovazione a Torino e Novara. È la riforma del sistema di strutture ospedaliere. «Non è un fenomeno solo italiano – spiega Francesco Moscone, economista della sanità, docente alla Brunei University di Londra -. In 15 anni in Europa c’è stata una diminuzione degli ospedali del 9,4%. Si contano in media nell’Ue 2,9 nosocomi ogni 100 mila abitanti, con un valore che oscilla tra l’1,4 della Slovenia e il 4,9 della Franda». In Europa sono notevolmente calati anche i centri per malati acuti (ossia la metà degli ospedali) : in Germania ne sono stati chiusi 357, in Francia 193, in Italia 170, in Svizzera 122.

La scure dei rimborsi «I sistemi sanitari come quello inglese o lombardo, nei quali i rimborsi sono decisi dal sistema sanitario nazionale o regionale, incoraggiano la rivalità tra gli ospedali nella qualità dei servizi erogati, con l’effetto di migliorare le condizioni di salute dei cittadini», osserva Moscone. Ridurre gli osped
ali in un territorio, però, non equivale sempre alla riduzione della spesa sanitaria complessiva.

Chiudere le strutture non aiuta necessariamente a contenere i bilanci delle regioni del Mezzogiorno perché la mobilità dei malati erode la maggior parte delle finanze locali. Per esempio, l’Abruzzo rimborsa alla Lombardia le cure sanitarie dei pazienti abruzzesi che si fanno curare a Milano.

Il caso Basilicata «Cambia la localizzazione delle strutture, non cambiano i servizi», redta lo slogan del riassetto del servizio sanitario lucano. Detto così sembra niente, ma in un fazzoletto di terra che è un groviglio montuoso, dove per arrivare da un paese all’altro e percorrere 15 chilometri di curve servono 40 minuti, trasferire interi reparti ospedalieri non è come farlo nella pianeggiante Puglia. E così una puerpera di San Costantino Albanese odi Roccanova deve affrontare un’ora e mezzo di macchina rischiando di partorire lungo il tragitto. Fino alla chiusura dell’ospedale di Chiaromonte, poteva essere assistita dopo aver percorso 40 chilometri in mezz’ora d’auto. Inutile pensare al bus (collegamenti all’osso e tempi infiniti). E i treni qui non sono mai esistiti. In ambulanza la partoriente deve raggiungere Policoro (Asi di Matera, un’altra provincia) o Lagonegro (l’ospedale di riferimento). Risultato della riforma? Raddoppiati costi e chilometri (in media 80) e almeno un’ora e un quarto di strada per mettere al mondo un figlio. «Il paziente deve recarsi nell’ospedale più idoneo e non nel più vicino», si legge nel piano sanitario del Ssr. E così al San Carlo di Potenza sono stati accorpati gli ospedali di Melfi, Villa d’Agri e Lagonegro. Al Santa Maria delle Grazie di Matera il nosocomio di Policoro. Ecco la seconda vita degli ospedali riconvertiti: Stigliano (hospice e lungodegenza), Tricarico (lungodegenza e riabilitazione), Tinchi (dialisi e riabilitazione), Venosa (Alzheimer e oculistica), Chiaromonte (disturbi alimentari e alcolismo, diagnosi precoce autismo); Lauria (dialisi, lungodegenza, hospice pediatrico), Maratea (Alzheimer e casa di riposo). L’austerity pesa sui cittadini che, in numero crescente, per curarsi emigrano. Secondo l’indagine della Fondazione Gimbe,la Basilicata è al penultimo posto nel saldo della migrazione sanitaria in rapporto al numero di residenti. Peggio solo la Calabria.

In Emilia, il soccorso è m elicottero. Prima la chiusura del servizio di assistenza pediatrica. Poi, in cambio, un centro specializzato per la procreazione medicalmente assistita, con fecondazione in vitro ed eterologa. Un baratto che può appianare questioni sindacali e di politica sanitaria, ma che le famiglie proprio non digeriscono. Accade a Lagosanto, centro del Ferrarese alle porte di Comacchio, che dal 2001 è sede del l’ospedale del Delta, struttura concepita per servire l’intera fascia costiera della provincia, con un organico di 450 sanitari . In costante diminuzione per questioni di budget e di riforma sanitaria. Nel gennaio del 2017 è stato chiuso il punto nascita perché non raggiungeva l’obiettivo minimo dei 500 parti all’anno, indicato come soglia per il mantenimento di una struttura. È stato allora che la Regione ha proposto di ospitare lì la procreazione assistita di secondo livello, che m provincia di Ferrara mancava. E stata organizzata negli spazi lasciati liberi dal punto nascita, ma il taglio del nastro è avvenuto lo scorso dicembre, proprio in concomitanza con il venir meno del servizio di guardia pediatrica. A nulla è valsa la mobilitazione delle famiglie del Basso Ferrarese, con appelli, raccolte di firme e manifestazioni: ne a salvare la possibilità di nascere al Delta, ne a tenere aperto almeno l’ambulatorio pediatrico di libero accesso. Tutto inutile. Questione di numeri. Che al Pd al governo in Regione sono costati l’addio del sindaco di Lagosanto, Teresa Romanini. Alle mamme e ai papa abituati, al primo problema, a portare i pargoli all’ospedale per un controllo, non resta ormai che puntare sul capoluogo, malgrado le strade provinciali in pessime condizioni e un raccordo autostradale che impone uno slalom tra buche e cantieri in lento movimento. Le autoambulanze evitano: i soccorsi di bambini sulla costa sono di norma in elicottero con rientro a Ferrara, anche per i casi meno gravi.

L’ autonomia evita la chiusura dei piccoli ospedali. Nel 1997 il Friuli Venezia Giulia esce dal Fondo sanitario nazionale per gestire in autonomia, la sanità. Da allora la Regione paga da sé fl servizio sanitario che garantisce ai suoi 1,2 milioni di cittadini. In cambio trattiene alcuni decimi di imposte, dall’Iva all’Irpef all’ lres, pagate da lavoratori, professionisti e imprese che risiedono nel territorio. E qui la sanità vale oltre metà del bilancio regionale e il finanziamento per il 2018 è stimato in 2,16 miliardi, m crescita rispetto ai 2,15 del 2017, esercizio che si prevede chiuderà in perdita. La gestione autonoma della sanità ha con sentito a questa regione di operare scelte diverse in materia di ticket. Non c’è il «balzello» fisso sulla ricetta per la prescrizione di medicinali e la compartecipazione si limita alla differenza di prezzo tra il farmaco di marca e l’equivalente generico. Il piano di odontoiatria sociale è totalmente gratuito per i bambini fino a sei anni. Due gli Irccs pubblici, il Cro di Aviano per l’oncologia e il Burlo Garofolo a Trieste che si prende cura di mamme e bambini. Il basso tasso di ricorso ai cesarei indica l’elevata qualità del servizio sanitario. Il Friuli Venezia Giulia, inoltre, è tra le poche regioni ad aver garantito da subito la fecondazione eterologa dietro il solo pagamento del ticket, ha istituito le reti tempo-dipendenti per garantire la migliore assistenza a pazienti colpiti da patologie come infarto e ictus il cui esito dipende molto dalla velocità e l’appropriatezza delle cure. Sono stati resi comparabili pubblicamente i tempi di attesa per prestazioni diagnostiche e visite specialistiche in tutte le strutture della regione. In rete vengono comunicati i tempi di attesa dei Pronto soccorso. E il Pne, Programma nazionale esiti, assegna alla sanità regionale livelli alti e molto alti di aderenza agli standard di qualità. In questo angolo del Nordest la rivendicazione del saper fare meglio e più in fretta si declina in «fasin di bessoi» (facciamo da soli). I risultati in sanità confermano il motto. —

Liste d’attesa: nervo scoperto della sanità toscana. Visite ed esami, anche quelli per cui le ricette prescrivono un’urgenza media, toccano tempi record. Tanto da aver costretto la Regione a varare un piano straordinario da 10 milioni per tagliare i tempi. Come? Pagando a medici e radiologi gli «extra» in regime di libera professione e chiedendo loro di lavorare anche dopo le otto di sera e fíno a mezzanotte. I limiti di spesa non consentono di assumere. A Massa o a Carrara, per una Tac si può attendere anche un anno. A Firenze per una risonanza con contrasto 200 giorni. Ma non è il numero di mesi affidato alle tabelle periodiche delle performance di ogni azienda sanitaria a stabilire davvero l’efficienza di ospedali e reparti. Per l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari delle regioni (Agenas) è la percentuale di prestazioni eseguite entro i tempi a fare la differenza. I sistemi virtuosi sono quelli che riescono a erogarne nei tempi il 90%. E secondo la Scuola Sant’Anna di Pisa, che ogni anno stila «pagelle» regionali, fra i punti deboli della Toscana c’è il suo ospedale più importante, il Policlinico universitario di Firenze, Careggi. Nel 2017 è stato la maglia nera sulle risonanze con contrasto da fare entro 60 giorni (44%), seguito dall’Asl Toscana Nord-Ovest (53,9%). Firenze va male anche sulla Tac a 60 giorni (57,7%), mentre la media regionale è deU’82%; sull’eco-addome a 30 giorni (solo il 41%). In affanno sulle prime visite oculistiche a 15 gio
rni (46%), e così anche l’Asl Nord-Ovest (62%). I virtuosi? Il Policlinico universitario di Pisa, dove quasi tutte le prestazioni hanno standard sopra 1’85%. Il 98% delle Tac, il 91% delle risonanze, 1’88% delle prime visite cardiologiche è nei tempi. Da tré anni l’azienda sperimenta l’Open access: niente più commistioni fra liste. Da una parte le prime visite, dall’altra i controlli programmati.

In Lombardia nascere è difficile, regione in cima agli indicatori di qualità della sanità. E così si sono mobilitati un po’ tutti per evitare il taglio di un servizio essenziale in uno dei pochi ospedali a cavallo delle due province di Mantova e Cremona. L’obiettivo è tenere alto il livello dell’assistenza sanitaria nella vasta area del Viadanese Casalasco. Uniti nella protesta i sindaci e i comitati civici che dopo striscioni e assemblee hanno deciso di richiamare l’attenzione mettendo coccarde rosa o azzurre alle finestre delle case, sulle auto. Il ministero della Salute ha fissato la soglia minima di 500 parti l’anno. Al di sotto, un punto nasate potrebbe non garantire la sicurezza di mamme e bambini, in quanto il personale rischierebbe di non essere abituato ad affrontare eventuali emergenze.

Nel 2016, la Regione ha chiesto al governo di poter tenere aperto il punto nascite dell’ospedale Oglio Po, in deroga alla normativa così come consentito altri ospedali veneti. La richiesta è rimasta lettera morta e adesso la chiusura è diventata definitiva. Ma sindaci, comitati e forze politiche del territorio si ribellano. Accusano la Regione e l’Azienda sodo-sanitaria cremonese, cui fa capo l’ospedale, di non aver attuato quelle iniziative promesse che avrebbero potuto potenzia re il reparto, rilanciando il numero delle nascite in un’area che potenzialmente potrebbe garantire 800 parti all’anno. Molte mamme dovranno ora partorire a Mantova o a Cremona (un’ora di auto da Casalmaggiore e Viadana) oppure rivolgersi a strutture fuori regione, in Emilia. Nel Viadanese-Casalasco, come in provincia di Bergamo dove c’è un caso analogo, si sta facendo strada l’idea di un ricorso al Tar dei sindaci. Un atto che potrebbe indurre il Tribunale amministrativo innanzitutto a sospendere la delibera regionale, in attesa di decidere nel merito. Nel frattempo le coccarde crescono e stanno tappezzando i paesi della zona. —

 

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