Fanfano “Caro Paolo hai ragione. E’ l’ultimo, imprevisto, ancora incerto, treno, che passa”

Caro Paolo, ci voleva un consigliere comunale “indipendente” come ti qualifichi e, facendo un po’ di pubblicità ad un giusta causa, ci voleva uno dei 98 promotori umbri di “Civici per l’Umbria” per rilanciare con forza il tema o meglio l’obbiettivo dell’Ospedale del Trasimeno Pievese Alto Orvietano, anche a Castiglione del Lago. Con la forza e la schiettezza degli argomenti, semplici e giusti che hai utilizzato.
La mia età però mi impone una correzione. Non è il secondo treno quello che sta passando, ma il terzo. Nel 1989, una ricca legge per l’edilizia ospedaliera portò in Umbria, come nel resto d’Italia un sacco di soldi. Con quei finanziamenti fu fatta gran parte della rete ospedaliera umbra attuale. Fu fatto completamento del Silvestrini, Città di Castello, Foligno, Orvieto, un pezzo di Terni. In quei primi mesi del 1989, con una svolta professionale storica, tutti i primari degli Ospedali di allora di Città della Pieve e di Castiglione del Lago, insieme al dottor Giorgi che dirigeva la Asl e ad un consigliere provinciale, firmarono un documento per chiedere la realizzazione di un ospedale di area. L’opposizione più feroce venne dalla segreteria del PCI del Trasimeno. La giunta regionale, con l’assessore Guidi in testa fu felice di prendere atto del pronunciamento del partito che aveva la maggioranza assoluta dei consensi. Questo ricordo non solo per dire che sono tre i treni, ma soprattutto per dire di chi sono le responsabilità storiche se ci troviamo ad essere l’unica zona dell’Umbria senza ospedale. Responsabilità regionali certo, ma grandi ed indelebili sono le responsabilità locali.

Non avrebbe senso , Paolo, però insistere su queste responsabilità storiche, anche per un certo senso di pietà che conserviamo sempre verso i protagonisti, se non ci fosse il serio rischio di vedere ripetuti quegli errori. E magari tornare in ballo qualche vecchio protagonista.

Perché poi ci fu il secondo treno. Quello degli inizi del duemila. Quello che vide la definizione ed il pagamento di un progetto, di cui riutilizziamo, per memoria, da tempo la foto. Anni che videro, sotto la spinta, indiscutibile,  di Alessandro Truffarelli, la presentazione di un “project financing”, poi rifiutato dalla Regione, che videro la posa della prima pietra, come tu ricordi, e poi il maldestro annullamento, ed il maldestro passo indietro. Nella sostanza la Regione spostò, i soldi previsti, da una parte ad un’altra dell’Umbria, sfruttando due argomenti. Il primo le presunte difficoltà derivanti dalla crisi finanziaria globale. Presunte, perché per altri interventi appunti i soldi si trovarono. Il secondo l’esistenza dei soliti “polli di Renzo”, di quei dirigenti castiglionesi e pievesi, che furono felici di assecondare la Regione, nella speranza di mantenere quei servizi e pezzi di ospedale, sbandierati con gli elettori,  come tali ma che tali non erano. La non firma da parte del sindaco di Città della Pieve, Riccardo Manganello, alla fine, all’accordo al ribasso che distribuiva qualche prebenda qua e la, fu storicamente anche la fine di un progetto d’area che ci aveva visti negli anni settanta del 900, all’avanguardia, nella riforma dello stato e nei progetti territoriali, non solo in Umbria ma anche in Italia.

Ora come tu giustamente dici passa il terzo treno. Inatteso, probabile, non ancora certo. Inatteso perché la partita sembrava chiusa. Ma due fatti hanno riaperto una possibilità storica. La tragedia del coronavirus e la necessità di intervenire sulla sanità di tutti i paesi colpiti. Una disponibilità di risorse straordinarie per i governi, compreso quello italiano. A livello regionale, ed a Città della Pieve, dall’autunno e dal maggio scorso, ci sono nuove giunte, due nuove maggioranze. Nel corso del confronto elettorale, qui da noi, il tema sanità, parità dei diritti di tutti i cittadini ha dominato la scena, così come gli impegni per un riequilibrio dei servizi, a vantaggio dei cittadini della nostra area. Uno studio propedeutico al nuovo piano sanitario regionale indica due zone squilibrate in senso negativo. La nostra e la Valnerina. Indica tra gli squilibri un macigno insormontabile: abbiamo 150 posti letto in meno, secondo i parametri di legge. Che vogliamo fare? 150 posti letto non li possiamo mettere dentro la Rocca di Castiglione, e nemmeno sopra le luci dell’Albero di Natale, sull’acqua. Non li possiamo mettere nemmeno dentro il presidio ospedaliero di area disagiata che giustamente chiede nell’immediato Città della Pieve e l’area confinante orvietana.

E allora fanno bene i sindaci dei due centri che chiedono il rispetto dei primi immediati obbiettivi. La funzionalità dei servizi esistenti a Castiglione e il presidio d’area disagiata appunto a Città della Pieve. Ma farebbero male se si fermassero solo a questo. Sapendo che questo non basta. C’è bisogno di un ospedale, di base o di comunità o come lo si vuole chiamare. Che faccia da filtro ad un Silvestrini stracolmo nella sua duplice funzione di Dea di secondo livello e di ospedale di base. Ma questo lo dobbiamo prima di tutto dire chiaramente e con forza noi, cittadini di queste zone, lo devono dire con chiarezza i sindaci di questa zona se vogliono ancora mantenere in piedi un barlume di prospettiva associativa ed unitaria. Non bisogna commettere l’errore di aspettare che sia la Regione a dirlo o addirittura ad imporlo. Ripetendo appunto i vecchi errori. Mi si dice che a settembre la giunta e l’assessore Coletto esporranno i programmi della nuova maggioranza, per quest’area e per questi problemi. Senza interrompere la mobilitazione dei cittadini e dei comitati, che tu, Paolo, giustamente, solleciti, ci manca poco per il “redde rationem”. Se, e sottolineo se, molto più che nella canzone, questo progetto, minimo progetto, in un settore decisivo, di ospedale, dovesse andare in porto, sai cosa vorrebbe dire?

Vorrebbe dire che in questa terra dove sono nate le prime organizzazioni di difesa dei lavoratori, dove sono stati eletti i primi sindaci socialisti, , dove per decenni nel Novecento ed in questa prima parte del Duemila, gli elettori hanno premiato partiti che si rifacevano a quella storia. Bene in queste nostre terre, la prima scelta strategica, verso un nuovo stato sociale ed una nuova parità di diritti, verso il riequilibrio territoriale, addirittura, lavorandoci, verso un nuovo assetto urbanistico d’area, in questo controverso ventunesimo secolo, la prima scelta strategica, dopo 50 anni di Ente Regione, passati quasi invano, la farebbe una giunta ed una maggioranza regionale , di centro destra. Amen.

Gianni Fanfano

 

 

 

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